Share |

Il nostro futuro va ricostruito

Cavalchiamo l’onda del cambiamento tornando alle origini del successo


27/07/2026

di Roberto Baresi


Abbiamo consumato vent'anni inseguendo un percorso di autodistruzione.
Oggi ci troviamo davanti a un incrocio decisivo, uno di quelli che separano il declino dalla rinascita.
È il momento
delle scelte e tutto ciò che non funziona, senza esitazioni, deve essere cambiato.
Purtroppo, le famiglie italiane hanno perso quella compattezza che per decenni ha rappresentato il loro punto di forza.
La filosofia della globalizzazione, anziché rafforzarle, le ha lentamente spinte verso un processo di disgregazione e autodistruzione.
Per invertire questa rotta serve coraggio.
Serve il ritorno immediato alle due lauree che hanno reso grande e prospero il nostro Paese: quella accademica e quella del saper fare.
Due percorsi diversi, ma ugualmente indispensabili per costruire ricchezza, innovazione e futuro.
Anche questa Europa deve essere ripensata dalle fondamenta, perché in gioco non c'è soltanto la competitività economica, ma la sopravvivenza stessa della nostra cultura manifatturiera.
Se la laurea del saper fare dovesse scomparire, scomparirebbe con essa una parte fondamentale dell'identità produttiva europea.
Gli errori commessi sono stati numerosi e profondi.
Il primo è stato non comprendere la vera esigenza dell'industria manifatturiera: garantire il controllo e la disponibilità delle materie prime indispensabili alle nostre produzioni.
Il secondo errore è stato comprimere gli stipendi dei lavoratori, soffocando così i consumi interni e indebolendo il motore stesso dell'economia.
Il terzo, forse il più clamoroso, è stato imboccare la strada della transizione green senza pretendere che tutti gli Stati del mondo seguissero le stesse regole, creando uno squilibrio competitivo enorme.
Il quarto errore è stato rinunciare alle centrali nucleari, privandoci di una fonte energetica capace di garantire costi sostenibili per imprese e famiglie.
Tutti questi errori hanno caricato sulle spalle dell'Europa un peso insostenibile, rallentandone la crescita e favorendo la concorrenza mondiale.
Un percorso che, secondo questa analisi, ha assunto i contorni di un vero suicidio economico.
Imporre l'auto elettrica senza aver prima assicurato, attraverso il Piano Mattei, un accordo strategico per l'approvvigionamento delle terre rare è stato un errore gigantesco.
Una scelta che ha penalizzato i produttori europei e, allo stesso tempo, ha colpito i cittadini chiamati ad acquistare nuove automobili senza ricevere un adeguato riconoscimento economico per il valore delle vetture a benzina o diesel sostituite.
Senza un controllo concreto sul costo delle materie prime, la transizione green dovrebbe essere immediatamente rivista.
Nel momento in cui l'Europa ha scelto la trasformazione ecologica senza assicurarsi quel controllo strategico, ha assunto una decisione che, secondo questa visione, l'ha esposta a un grave rischio di declino.
Ma c'è un'altra emergenza che non può più essere ignorata.
Se non torniamo ad aumentare gli stipendi di chi ha investito anni della propria vita per conseguire una delle due lauree — quella accademica o quella del saper fare — significa accettare consapevolmente una strada destinata al fallimento.
L'Italia ha costruito la propria ricchezza grazie al risparmio privato delle famiglie e se anche questo patrimonio dovesse progressivamente esaurirsi, sono convinto che nelle nostre piazze potrebbe esplodere una profonda tensione sociale.
Nel frattempo, l'Europa continua ad applicare regole ambientali che molti dei suoi concorrenti internazionali non rispettano.
Un divario che rischia di trasformarsi in un enorme vantaggio competitivo per gli altri e in un pesante handicap per le nostre imprese.
Anche le attuali regole del commercio globale, se non accompagnate da un controllo effettivo delle materie prime strategiche, dovrebbero essere profondamente riviste.
A tutto questo si aggiunge un'altra dinamica che merita attenzione.
La Cina ha iniziato a finanziare numerose piccole e medie imprese europee, per poi acquisirle e appropriarsi delle loro capacità produttive, del loro know-how e della loro creatività.
Non cogliere la portata di questo fenomeno significa sottovalutare un rischio enorme.
Alla fine, le possibili conclusioni sembrano essere soltanto due: o i leader europei sono degli yes-man chiamati semplicemente a obbedire, oppure sono incapaci di comprendere la portata delle conseguenze delle loro decisioni, trascinando così il continente verso un progressivo declino.
Il Dragone, con il consenso o l'indifferenza dei protagonisti della globalizzazione, ha costruito con pazienza una strategia di conquista.
Nessuna fretta. Solo una pianificazione metodica.
Investimenti, acquisizioni e controllo delle materie prime rappresentano le tre colonne portanti di questa strategia.
E, paradossalmente, queste stesse leve potrebbero finire per travolgere anche coloro che hanno favorito il processo di globalizzazione.
Se questa dinamica non verrà fermata, il rischio è che le tensioni economiche e geopolitiche possano trasformarsi, un giorno, in un conflitto mondiale.

(riproduzione riservata)