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Il primo ministro Danese attacca l'Europa

Mette Frederiksen leader del Partito socialdemocratico in una intervista concessa al quotidiano conservatore “Berlingske Tidende” ha evidenziato che gli extra comunitari hanno distrutto Francia e Svezia


02/11/2026

di Maurizio Zatterin


C’è un confine sottile, ma decisivo, tra accoglienza e abbandono, perché la dignità umana non consiste soltanto nell’aprire una porta a chi arriva da lontano: significa anche offrire condizioni di vita dignitose, un lavoro e un tetto sopra la testa.
Senza questi presupposti, il rischio è che l’integrazione fallisca, lasciando spazio all’emarginazione, alla criminalità e a tensioni sociali sempre più difficili da governare.
È su questo terreno che si è acceso il confronto sulle politiche migratorie europee.
Francia e Svezia vengono richiamate nel dibattito come esempi delle difficoltà legate allo spaccio di droga, alle aggressioni e al deterioramento della sicurezza in alcune aree.
Una situazione che alimenta interrogativi sempre più pressanti sulla capacità degli Stati di gestire flussi migratori non adeguatamente controllati.
A portare con forza questa preoccupazione nelle sedi europee è stata Mette Frederiksen, primo ministro danese, che ha lanciato un messaggio netto: accogliere senza riuscire a garantire condizioni dignitose e un’effettiva integrazione può trasformarsi in un problema dalle conseguenze profonde, non soltanto per i singoli Paesi, ma per l’intero Continente.
La posizione della leader socialdemocratica danese si inserisce in una linea politica restrittiva che, fin dal suo insediamento alla guida del governo di Copenaghen, ha posto il controllo degli ingressi e il contrasto all’immigrazione irregolare tra le priorità dell'esecutivo.
Ma la sua linea ha incontrato anche critiche sul fronte dell’umanità.
Ai primi di settembre, il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty, aveva contestato, in un’intervista al quotidiano Berlingske Tidende, per il trasferimento di persone migranti in centri di rimpatrio.
La sua critica riguardava proprio la mancata ospitalità, che deve rimanere un principio imprescindibile anche nelle politiche di controllo delle frontiere e di rimpatrio.
È qui che si consuma uno dei nodi più delicati della questione europea: da una parte, la necessità degli Stati di governare i flussi migratori, tutelare la sicurezza dei cittadini e impedire che l’immigrazione irregolare alimenti situazioni di marginalità e illegalità; dall’altra, l’obbligo di rispettare i diritti fondamentali di ogni persona.
Frederiksen, tuttavia, non sembra intenzionata ad arretrare.
Il suo messaggio è chiaro: l’Europa deve cambiare rotta e affrontare il problema dell’immigrazione incontrollata prima che le tensioni diventino ancora più difficili da gestire.
Sembra che la premier danese non sarebbe sola in questa battaglia politica.
Anche Giorgia Meloni e il primo ministro polacco Donald Tusk vengono indicati tra i protagonisti del confronto con Bruxelles sulla necessità di modificare l’approccio europeo alla gestione dei flussi migratori.
Pur partendo da posizioni politiche differenti, i governi coinvolti condividono l’interesse a ottenere maggiori strumenti di controllo e una risposta europea più efficace.
Secondo quanto riferito, in forma anonima, da tre diplomatici dell’Unione europea, sarebbe inoltre emersa una bozza che riflette le forti preoccupazioni di diversi Stati membri e il documento segnalerebbe un crescente disagio nei confronti delle attuali politiche europee, aprendo uno scontro potenzialmente delicato con i vertici di Bruxelles.
Il rischio evocato nel dibattito è quello di una frattura politica sempre più profonda, capace di mettere in discussione persino la tenuta dell’Unione e di alimentare, nelle ipotesi più estreme, spinte verso un’uscita collettiva.
Uno scenario che, per quanto grave, richiama una questione ormai impossibile da ignorare: fino a che punto l’Europa può continuare a rimandare una revisione delle proprie politiche migratorie senza compromettere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni?
La strada da percorrere richiede scelte concrete, non slogan.
Servono regole applicabili, controlli efficaci, integrazione reale e condizioni di vita rispettose della dignità umana, perché né l’abbandono delle persone né l’incapacità di governare i flussi possono rappresentare una soluzione.
Le cose devono cambiare e l’Europa è chiamata a trovare un equilibrio tra sicurezza, responsabilità degli Stati e rispetto dei diritti fondamentali.
Un equilibrio che restituisca credibilità alle istituzioni e risponda alle preoccupazioni dei cittadini, senza dimenticare che la dignità umana non può essere un principio da invocare soltanto quando fa comodo.
La sfida, oggi, è tutta qui: ritrovare il buonsenso prima che le divisioni diventino irreversibili…

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