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In Ungheria Orban perde

Una sconfitta pericolosa che potrebbe riportare la globalizzazione al potere con il cancro dei governi tecnici


13/04/2026

di Mario Sutter


Dopo la sconfitta referendaria di Giorgia Meloni, lo scenario si oscura ulteriormente.
Viktor Orbán ha perso e il vincitore è Peter Magyar, un anticomunista che in Europa sta con i Popolari e sembra un tipo portato ad andare d’accordo con la Commissione e il Consiglio Ue.
Non essere contrario a chi ha distrutto la nostra economia, il Continente europeo rischierebbe di trovarsi davanti a un ritorno improvviso e travolgente della sinistra al potere.
Non una semplice alternanza politica, ma qualcosa di più freddo, più distante: lo spettro di un governo tecnico, percepito come un corpo estraneo, capace — in questa visione — di trascinare i 27 Paesi verso un fallimento difficilmente recuperabile.
Non conosco Peter Magyar, ma il solo fatto che voglia andare d’accordo con in vertici di questa Unione Europea, fa nascere il sospetto che sia favorevole a un ritorno della globalizzazione e questo fatto diventa molto preoccupante.
Non dobbiamo dimenticare che la globalizzazione è la responsabile del nostro collasso economico e delle tensioni internazionali attuali.
Un’onda che, una volta ripartita, rischierebbe di travolgere tutto.
L’allarme, in questo racconto, non sarebbe isolato, arriverebbe anche da oltreoceano.
L’intervento americano — con il vicepresidente JD Vance — viene visto come un segnale chiaro: il sostegno alla campagna di Orbán che ha perso rappresenterebbe molto più di una sconfitta, una linea di ritorno di quel nefasto sistema.
Con questa perdita a Budapest si potrebbe aprire una fase di riscossa dei sostenitori globalisti.
Una reazione capace di spezzare sul nascere ogni tentativo di rinascita economica che Donald Trump sta cercando di costruire.
E allora lo spettro dei governi tecnici tornerebbe a incombere, come un presagio.
Un rischio che, in questa visione, va fermato senza esitazioni.
Per questo, la Meloni ha il dovere — quasi l’obbligo — di fare tutto il necessario per vincere le prossime elezioni politiche.
La strada, indicata più volte, sarebbe chiara: dimostrare con i fatti la capacità di opporsi a quel modello economico.
Come? Attraverso misure concrete e immediate — aumento degli stipendi e una forte riduzione delle tasse per l’industria manifatturiera, il cuore produttivo del Paese.
Le risorse? Esisterebbero già, nascoste negli enormi sprechi dello Stato.
E qui il tono si fa netto, quasi definitivo: se anche davanti a un momento considerato così critico non si cambia rotta, le alternative si riducono a due — incapacità politica o disonestà.
Nel frattempo, oltre i confini, Donald Trump viene dipinto come colui che ha avuto il coraggio di sfidare apertamente il sistema della globalizzazione e l’Italia, in questo quadro, avrebbe il compito di sostenere quella battaglia, vincendo le prossime elezioni.
Insieme a un’eventuale vittoria in Francia di Jordan Bardella — evocato anche nel suo legame personale con Maria Carlotta di Borbone delle Due Sicilie — si delineerebbe così un asse capace di cambiare radicalmente un’Europa descritta come fragile, instabile, “che fa acqua da tutte le parti”.
Il messaggio finale si rivolge direttamente ai lettori, con tono deciso: rafforzare il blocco guidato da Meloni al centro della scena politica italiana viene visto come condizione essenziale per tornare a crescere.
E per vincere davvero, si suggerisce un’ultima mossa strategica: affiancare alla leadership politica una figura capace di comunicare con forza, un giornalista, un narratore della realtà.
Tutto il resto — si conclude — è rumore di fondo. Parole vuote. Chiacchiere che non meritano nemmeno di essere ascoltate…

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