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La Cina incomincia a tremare

Con la guerra in corso Pechino è costretta a cercare 500mila barili di greggio per non fermare le proprie industrie


09/03/2026

di Carlo Caruso


La Cina è da anni uno dei principali alleati della dittatura iraniana.
Per lungo tempo Pechino ha potuto contare su un flusso costante di petrolio proveniente da Teheran, una linfa energetica fondamentale per sostenere la sua gigantesca economia.
Ora però lo scenario sta cambiando. Con il conflitto in corso, quella sicurezza energetica improvvisamente vacilla.
Pechino si trova davanti a una prospettiva difficile: dover reperire 500 mila barili di greggio al giorno da altre fonti. Un’impresa tutt’altro che semplice in un mercato già sotto pressione.
Nel frattempo, da Teheran filtrano parole che non promettono nulla di buono.
Secondo diverse indiscrezioni, Mojtaba Khamenei, figlio della guida suprema Ali Khamenei e considerato da molti il possibile erede, ha lanciato un messaggio durissimo: nessuna goccia di petrolio lascerà il Golfo Persico.
E non solo.
Sempre secondo le stesse fonti, Mojtaba avrebbe minacciato di incendiare qualsiasi nave tenti di attraversare lo Stretto di Hormuz, il passaggio strategico attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale.
Se quella minaccia diventasse realtà, quella stretta lingua d’acqua tra Iran e Oman si trasformerebbe in una miccia capace di accendere un conflitto mondiale.
Di fronte a questo scenario, da Pechino arrivano parole più caute.
Si dice che Xi Jinping abbia ribadito che l’Iran ha più volte dichiarato di non voler sviluppare armi nucleari e che il conflitto in corso sia inaccettabile.
Eppure credere alla parola di un regime guidato da Ali Khamenei — che in più occasioni ha dichiarato apertamente che Israele deve essere annientato — provoca inevitabilmente più di un sorriso amaro.
È certamente saggio sostenere che una controversia internazionale debba essere affrontata attraverso canali diplomatici, evitando l’uso della forza.
Ma è altrettanto comprensibile reagire quando una situazione fatta di ambiguità, provocazioni e minacce si trascina per mesi senza alcun segnale concreto di cambiamento.
Intanto la preoccupazione cresce. Pechino, sempre più nervosa, avrebbe chiesto a Teheran di evitare azioni pericolose.
Il motivo è semplice: il Dragone dipende in larga parte dal petrolio iraniano, arrivando ad acquistare fino all’80% del greggio di cui ha bisogno.
Perdere un fornitore così strategico sarebbe un colpo pesante.
I dati più recenti parlano già di un crollo delle forniture superiore al 70%.
Nel Golfo Persico la tensione è palpabile: oltre 150 petroliere restano ferme in mare aperto, ancorate nell’incertezza, mentre compagnie assicurative e armatori aspettano segnali chiari prima di rischiare di attraversare uno degli snodi energetici più delicati del pianeta.
Il mondo osserva. E il Golfo Persico, oggi più che mai, sembra una polveriera sospesa tra diplomazia e tempesta.
In uno scenario ideale, Cina e Russia — invece di difendere comportamenti discutibili — dovrebbero sedersi allo stesso tavolo con gli Stati Uniti e imporre ai regimi coinvolti di fermarsi prima che la crisi degeneri ulteriormente…

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