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L’Europa continua a commettere errori

Il riarmo chiesto dalla globalizzazione per salvare l’asse franco-Tedesco è uno sbaglio che lo pagheremo caro


19/10/2026

di Stefano Desti


Riarmo europeo, il prezzo dell’obbedienza: l’economia sacrificata sull’altare delle armi.
Pedro Sánchez, uno degli uomini politici che più sembrano essersi adeguati agli ordini impartiti dalla globalizzazione, tra il 2022 e il 2025 ha aumentato le spese militari del 94%, eppure, intorno a questa scelta, il silenzio continua a dominare.
La sua obbedienza lascia senza parole, ma a sorprendere ancora di più è il silenzio del popolo spagnolo, costretto a fare i conti con stipendi insufficienti a rilanciare i consumi interni e a restituire slancio all’economia del Paese.
È questo il risultato di una politica che rischia di trasformare l’obbedienza in una virtù e il dissenso in un fastidio.
Una strada che, in Italia, Elly Schlein e Giuseppe Conte sembrano voler percorrere, assecondando una logica che mette il riarmo davanti alle necessità quotidiane delle famiglie.
I numeri raccontano meglio di qualsiasi discorso la portata di questa scelta.
Tradotta in denaro, la crescita della spesa militare ha comportato un aumento di 19,5 miliardi di euro per Madrid, 14,5 miliardi per Roma, 57,9 miliardi per Berlino, 31,5 miliardi per la Polonia, la Francia segue una traiettoria in linea con quella tedesca, mentre la Grecia rappresenta l’unica nazione dell’Unione ad aver ridotto la propria spesa.
Il vero problema non si ferma alle cifre, si nasconde nelle priorità che chi comanda l’Europa ha deciso di darsi.
Un’altra scelta discutibile è stata quella di garantire un aumento delle spese per la difesa fino al 5% del Pil entro il 2035, presentando alle masse questa prospettiva come una grande vittoria contro i pericoli del futuro.
Ma quale vittoria può esserci se, per prepararsi ad una eventuale guerra, si sottraggono risorse alla crescita economica, agli stipendi e ai consumi delle famiglie?
L’Europa sembra dimenticare una verità fondamentale: la prossima grande guerra potrebbe essere soprattutto economica e non militare.
Un continente che indebolisce il proprio mercato interno, impoverisce la classe media e rinuncia a sostenere il potere d’acquisto dei cittadini rischia di arrivare impreparato proprio alla sfida più importante.
La Spagna, intanto, ha ottenuto dal Consiglio dell’Unione europea l’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia del Patto di stabilità, uno strumento che consente maggiore flessibilità nei conti pubblici per aumentare la spesa militare.
Una richiesta avanzata in aprile, giustificata con il conflitto in Ucraina.
Eppure, proprio qui emerge una contraddizione politica difficile da ignorare: Pedro Sánchez si era dichiarato contrario al riarmo europeo e oggi, invece, la sua posizione appare profondamente cambiata.
Che cosa è successo? Perché questa inversione di rotta?
La domanda resta sospesa, mentre cresce il sospetto che dietro certe decisioni nazionali pesino pressioni e direttive che arrivano da livelli superiori.
La sensazione, per molti cittadini, è quella di assistere a una politica nella quale qualcuno cambia idea e si adegua senza spiegare fino in fondo le ragioni della propria scelta.
L’Europa appartiene all’Alleanza atlantica e la difesa collettiva è una responsabilità condivisa, ma questo non significa che ogni aumento della spesa militare debba diventare una priorità assoluta, né che le risorse destinate alla sicurezza debbano crescere senza una valutazione rigorosa dei costi e delle conseguenze economiche.
Nel frattempo, l’asse franco-tedesco ha esercitato un peso determinante nelle scelte economiche europee e oggi, mentre il settore automobilistico di entrambi i Paesi affronta difficoltà e trasformazioni profonde, si apre uno scenario che merita una riflessione: se non si riesce più a sostenere adeguatamente la produzione di automobili, si punta sui carri armati?
È una domanda provocatoria, ma il problema è reale, la riconversione industriale verso la difesa può sostenere alcune produzioni e alcuni posti di lavoro, ma non può essere considerata automaticamente la risposta ai problemi strutturali dell’economia europea.
Investire nella difesa senza rilanciare contemporaneamente la domanda interna rischia di trasformarsi in un enorme errore strategico ed economico.
Quelle risorse potrebbero produrre benefici più diffusi se fossero impiegate anche per aumentare gli stipendi, sostenere le famiglie e far ripartire i consumi.
Un mercato interno più forte renderebbe l’Europa meno dipendente dalla domanda estera e meno vulnerabile alle pressioni commerciali e ai ricatti economici.
Le esportazioni sono una ricchezza quando esprimono competitività e capacità produttiva, ma una dipendenza eccessiva dai mercati stranieri può trasformarsi in una debolezza, soprattutto quando le tensioni internazionali, i dazi e le rivalità commerciali minacciano di interrompere gli scambi.
È da questa contraddizione che bisogna ripartire per comprendere ciò che sta accadendo in Italia e, soprattutto, per capire come si vinceranno le prossime elezioni politiche.
La sfida di Meloni: restituire fiducia agli italiani.
Il governo, durante il proprio mandato, ha dovuto affrontare le conseguenze delle scelte della gestione precedente e gestire una successione di emergenze: guerre, crisi energetica, dazi e tensioni internazionali, non è facile.
In questo quadro, la Meloni ha dovuto cercare di mantenere i conti pubblici in ordine, affrontando vincoli e difficoltà che hanno ristretto lo spazio di manovra, ora, però, arriva il momento di guardare avanti.
Il prossimo programma di governo non potrà limitarsi a elencare promesse o a rivendicare ciò che è stato fatto.
Dovrà indicare una direzione precisa, capace di parlare alle famiglie, ai lavoratori, ai professionisti e a quella media borghesia che per anni ha rappresentato la spina dorsale economica e sociale del Paese.
Se fossi al posto di Giorgia Meloni, partirei da un obiettivo concreto: riportare una quota maggiore del debito pubblico nelle mani degli italiani, favorendo il coinvolgimento delle famiglie nel finanziamento dello Stato e facendo in modo che una parte più consistente degli interessi rimanga nel circuito economico nazionale, anziché alimentare prevalentemente la finanza speculativa.
Il secondo punto dovrebbe essere l’aumento degli stipendi. Senza un recupero del potere d’acquisto, i consumi continueranno a soffrire e le imprese avranno maggiori difficoltà a trovare nel mercato interno la domanda necessaria per crescere.  Il terzo dovrebbe riguardare la sanità: una ristrutturazione profonda, con ospedali efficienti, servizi accessibili e tempi di attesa compatibili con i bisogni delle persone. La salute non può trasformarsi in un privilegio riservato a chi può permettersi di pagare.
Il quarto punto dovrebbe essere il ripristino dell’ordine e dell’autorevolezza all’interno degli istituti scolastici. La scuola deve tornare a essere un luogo di formazione, rispetto e crescita, nel quale insegnanti e studenti possano svolgere il proprio ruolo senza essere ostaggio di violenze, intimidazioni o mancanza di regole.
Il quinto dovrebbe essere una riforma della giustizia che restituisca ai cittadini fiducia nei tempi, nell’efficienza e nell’imparzialità delle istituzioni. Una giustizia lenta o percepita come inefficace finisce per indebolire la credibilità dello Stato.
Il sesto punto dovrebbe riportare al centro il valore dell’unione familiare, sostenendo concretamente le famiglie e creando le condizioni economiche e sociali necessarie per costruire un futuro.
Il settimo dovrebbe riguardare l’accoglienza e la dignità umana. Chi viene accolto deve poter contare su un percorso concreto, fondato sul lavoro, su un tetto e sul rispetto delle regole. Dove non esistono le condizioni per un’accoglienza regolare e sostenibile, occorre applicare le procedure previste dalla legge, compreso il rimpatrio nei casi in cui sia dovuto. La dignità della persona e il rispetto delle norme non devono essere considerati principi incompatibili.
L’ottavo punto dovrebbe essere una riforma della giustizia che tuteli con maggiore efficacia chi subisce un’aggressione o un furto. La persona offesa deve poter contare su una risposta rapida e concreta, dove il risarcimento dei danni vada alla persona aggredita. La tutela della vittima deve diventare una priorità, nel rispetto delle garanzie previste da una nuova legge.
Ma esiste un tema che attraversa tutti gli altri e che potrebbe fare la differenza alle urne: la difesa della media borghesia.
Per anni, famiglie, piccoli imprenditori, artigiani, commercianti e liberi professionisti hanno sostenuto il sistema economico italiano. Oggi molti di loro si trovano schiacciati tra tasse, costi crescenti e un potere d’acquisto che fatica a tenere il passo e qui che la politica dovrebbe intervenire con decisione: una riduzione concreta della pressione fiscale, accompagnata da un credito agevolato per i giovani che desiderano avviare una libera professione e costruirsi un futuro attraverso il proprio lavoro.
Non servono formule magiche. Servono scelte verificabili, risorse individuate con serietà e risultati che i cittadini possano misurare nella vita quotidiana.
Perché il consenso non si costruisce soltanto con gli annunci, né si conserva invocando continuamente le emergenze internazionali, si conquista dimostrando di saper migliorare le condizioni di vita delle persone.
Progetti concreti e voto sono un binomio indivisibile per chi vuole raggiungere la vittoria.
Purtroppo, per molte di queste riforme si sarebbe dovuto cominciare molto prima, il tempo perduto pesa, soprattutto quando le famiglie attendono risposte e le imprese non possono permettersi di restare ferme.
Ma c’è una verità che la politica dovrebbe imparare a non dimenticare: le scelte sagge non hanno scadenza.
E se l’Europa vuole davvero difendere il proprio futuro, deve ricordare che la sicurezza di una nazione non si misura soltanto dal numero dei suoi carri armati, ma anche dalla solidità delle sue famiglie, dalla forza delle sue imprese e dalla dignità economica dei suoi cittadini…

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