La Grande scoperta
Pechino non è la soluzione e Draghi afferma che il nostro nemico è la Russia
18/05/2026
di Sesto Poliedri

Dopo aver ricevuto il Premio Carlo Magno, Mario Draghi ha pronunciato un discorso che ha lasciato nell’aria una sensazione insolita, quasi inquietante.
Non è stata soltanto una riflessione politica: è sembrato il bilancio severo di un uomo che conosce dall’interno i meccanismi del potere europeo e che, per la prima volta, ne ha mostrato apertamente le fragilità.
Nel suo intervento, Draghi ha rivolto critiche dure ai leader europei, sottolineando come il mondo stia cambiando a una velocità che l’Europa non riesce più a sostenere.
Tra le righe, il messaggio è apparso chiaro: gli equilibri del passato stanno crollando e il Vecchio Continente rischia di ritrovarsi solo, senza protezioni e senza guida.
Colpisce soprattutto il fatto che questa consapevolezza provenga da chi, per anni, è stato uno dei simboli più autorevoli dell’establishment finanziario internazionale.
L’ex numero uno della Bce ha guardato con occhi disincantati proprio il sistema da cui proveniva, e questo cambio di prospettiva ha il sapore di una rottura profonda.
Senza mai dichiararlo apertamente, Draghi ha lasciato intendere che il tempo delle attese è finito.
Il sotto testo del suo discorso sembra essere uno soltanto: l’Italia in particolare, deve imparare a risolvere da sola i propri problemi, contando sulle proprie forze e sulle proprie risorse.
Nel frattempo, Banca d'Italia e ISTAT hanno certificato che, alla fine del 2024, la ricchezza netta delle famiglie italiane aveva raggiunto 11.732 miliardi di euro, mentre il patrimonio pro capite è salito a circa 199 mila euro.
Numeri che, secondo questa lettura, raccontano un Paese molto più solido di quanto spesso venga descritto.
Da qui nasce una convinzione sempre più forte: l’Italia avrebbe le capacità economiche per sostenere il proprio debito pubblico più volte, senza dipendere dai grandi centri finanziari internazionali.
In un’epoca segnata da guerre, tensioni geopolitiche e instabilità globale, prende forma l’idea che sia arrivato il momento di spezzare la dipendenza dalla finanza estera e riportare il controllo all’interno dei confini nazionali.
Secondo questa visione, se Giorgia Meloni avesse il coraggio di trasferire gli oneri passivi del debito, nelle mani dei risparmiatori italiani, la media borghesia potrebbe tornare a investire e consumare.
Una spinta che rimetterebbe in moto il Pil, riaccendendo fiducia, produzione e crescita economica.
L’epoca della globalizzazione, così come l’abbiamo conosciuta, viene descritta come un ciclo ormai concluso.
L’Europa avrebbe perso il treno dell’unione politica ed economica, mentre l’Italia, in questo scenario frammentato, emergerebbe come uno dei Paesi più patrimonializzati del continente.
In un mondo in cui i mercati premiano la stabilità sistemica, l’Italia, forte di una ricchezza privata enorme rispetto al peso del debito pubblico, oggi vicino ai 3.100 miliardi, avrebbe tutto l’interesse a riportare il debito “in patria”, trasformandolo in una leva di crescita interna invece che in una dipendenza dai mercati internazionali.
L’idea di fondo è semplice ma potente: gli interessi passivi del debito potrebbero finire nelle tasche degli italiani anziché alimentare circuiti finanziari esterni, e in una fase storica dominata da conflitti, crisi energetiche e tensioni economiche globali, ogni margine di errore si riduce drasticamente.
Per questo, secondo questa lettura, il momento di agire sarebbe adesso: proteggersi dai rischi finanziari internazionali, rafforzare il sistema interno e riportare risorse, controllo e sicurezza economica entro i propri confini…
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