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L’Italia continua ad essere divisa

In Campagna e Sicilia vince il “No” e la divisione tra nord e sud è netta


30/03/2026

di Mario Pinzi


Il risultato è arrivato come una lama fredda, improvvisa, difficile da ignorare.
E con esso, una conclusione amara: il ponte sullo Stretto di Messina, forse, è meglio non farlo.
Lo dico con rammarico autentico.
Perché in Sicilia ho amici veri, persone che rispetto profondamente e  per questo il peso di ciò che è accaduto si fa ancora più duro.
Quel voto, percepito come un sostegno all’ingiustizia, non può essere ignorato.
Da oggi, la frattura tra Nord e Sud sembra non solo evidente, ma inevitabile.
Netta. Irrevocabile.
Emilia-Romagna e Toscana, in questo scenario, non sorprendono.
Non fanno rumore, perché da tempo incarnano — agli occhi di chi osserva — una continuità fatta di scelte discutibili, di compromessi e di un benessere che appare distante dal senso comune.
Ma è il Sud ad aver spostato davvero l’ago della bilancia.
È lì che il “No” ha trovato la sua forza decisiva.
Mentre, altrove, i lavoratori del Made in Italy e le partite IVA della media borghesia hanno scelto il “Sì”, sostenendo la riforma Nordio.
E allora il punto diventa inevitabile: se non si riconosce che questo voto ha messo in luce due italie profondamente diverse, significa non voler vedere la realtà.
E forse, a quel punto, è il momento di cambiare strada.
Perché tra non molto si tornerà a votare, e continuare a parlare di un ponte che dovrebbe unire ciò che oggi appare così distante rischia di suonare fuori tempo, fuori contesto.
I numeri parlano chiaro, come fari nella notte: Lombardia al 53,5%, Veneto al 58%, Friuli Venezia Giulia al 54%.
Sono le uniche regioni in cui il consenso alla riforma è arrivato con un risultato pieno, difficile da ignorare.
E con esso, una conclusione amara: il ponte sullo Stretto di Messina, forse, è meglio non farlo.
Lo dico con rammarico autentico.
Quel voto, percepito come un sostegno all’ingiustizia, non può essere ignorato.
Da oggi, la frattura tra Nord e Sud sembra non solo evidente, ma inevitabile.
Netta, irrevocabile.
Emilia-Romagna e Toscana, in questo scenario, non sorprendono.
Non fanno rumore, perché da tempo incarnano — agli occhi di chi osserva — una continuità fatta di scelte discutibili, di compromessi e di un benessere che appare distante dal senso comune.
Ma è il Sud ad aver spostato davvero l’ago della bilancia.
È lì che il “No” ha trovato la sua forza decisiva.
Mentre, altrove, i lavoratori del Made in Italy e le partite IVA della media borghesia hanno scelto il “Sì”, sostenendo la riforma Nordio.
E allora il punto diventa inevitabile: Se non si riconosce che questo voto ha messo in luce due Italie profondamente diverse, significa non voler vedere la realtà.
E forse è giunto il momento di cambiare strada.
Perché tra non molto si tornerà a votare, e continuare a parlare di un ponte che dovrebbe unire ciò che oggi appare così distante rischia di suonare fuori tempo, fuori contesto.
I numeri parlano chiaro.
E allora nasce una domanda, scomoda ma inevitabile: ha ancora senso destinare risorse enormi al Ponte sullo Stretto?
Forse no.
Forse quelle risorse dovrebbero restare dove vengono prodotte.
Forse dovrebbero trasformarsi in stipendi più alti, in riconoscimento concreto per chi sostiene il cuore produttivo del Paese.
E forse — anche — in una risposta forte, capace di lasciare un segno.
Ma c’è un altro elemento, più oscuro, che inquieta.
Il fronte del “No” ha mobilitato persone che da tempo non partecipavano più al voto.
Un ritorno improvviso, anomalo, difficile da spiegare solo con la politica.
E allora il dubbio si insinua: che dietro ci sia stato altro?
Che ci siano state influenze, pressioni, ombre?
Gli stessi segnali, d’altronde, si sono visti anche in Calabria e in Puglia.
È questo che sorprende più di tutto.
Non solo il risultato, ma il modo in cui è arrivato.
E così, tra amarezza e lucidità, la narrazione si divide ancora una volta: da una parte il Sud, oggetto di una critica sempre più dura; dall’altra il Nord, dove il “Sì” ha trovato terreno fertile — Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia — gli unici territori in cui la riforma è stata davvero compresa e sostenuta.
Il resto è silenzio, o forse incomprensione E resta una sensazione, difficile da scacciare: che questo passaggio non sia solo politico, ma storico.
E che il prezzo di ciò che oggi appare come una scelta — o un tradimento — potrebbe, col tempo, diventare molto più alto di quanto si immagini.
E allora nasce una domanda, scomoda ma inevitabile: ha ancora senso destinare risorse enormi al Ponte sullo Stretto?
Forse no.
Forse quelle risorse dovrebbero restare dove vengono prodotte.
Forse dovrebbero trasformarsi in stipendi più alti, in riconoscimento concreto per chi sostiene il cuore produttivo del Paese.
E forse — anche — in una risposta forte, capace di lasciare forti dubbi.
Ma c’è un altro elemento, più oscuro, che inquieta.
Il fronte del “No” ha mobilitato persone che da tempo non partecipavano più al voto.
Un ritorno improvviso, anomalo, difficile da spiegare solo con la politica.
E allora il dubbio si insinua: che dietro ci sia stato altro?
Che ci siano state influenze, pressioni, ombre?
Gli stessi segnali, d’altronde, si sono visti anche in Calabria e in Puglia.
È questo che sorprende più di tutto.
Non solo il risultato, ma il modo in cui è arrivato.
E così, tra amarezza e lucidità, la narrazione si divide ancora una volta: da una parte il Sud, oggetto di una critica sempre più dura; dall’altra il Nord, dove il “Sì” ha trovato terreno fertile — Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia — gli unici territori in cui la riforma è stata davvero compresa e sostenuta.
Il resto è silenzio, o forse incomprensione.
E resta una sensazione, difficile da scacciare: che questo passaggio non sia solo politico, ma storico.
E che il prezzo di ciò che oggi appare come una scelta — o un tradimento — potrebbe, col tempo, diventare molto più alto di quanto si immagini.

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