L’economia tedesca è nel pallone
Gli indici di gradimento di Merz sono in caduta libera e AfD diventa il primo partito in Germania
18/05/2026
di Mario Pinzi

La grande “impresa” di Merz, finora, è stata una sola: riuscire a scontentare contemporaneamente imprese, sindacati e buona parte dei cittadini tedeschi.
Un risultato quasi cinematografico nella sua portata politica.
Secondo l’istituto tedesco di analisi statistica, il gradimento del Cancelliere è precipitato al 13%, il livello più basso mai registrato da un capo di governo in Germania.
Un crollo che non arriva dal nulla, ma da una realtà economica che mese dopo mese si fa sempre più pesante.
La produzione industriale continua a rallentare, segnando un calo dello 0,7%.
Le esportazioni crescono appena dello 0,5%, mentre le importazioni dalla Cina aumentano del 5,1%, segnale di una dipendenza economica sempre più evidente.
Intanto Berlino è stata costretta a dimezzare le previsioni di crescita, riducendole allo 0,5%.
Eppure, il gigantesco investimento nella difesa bellica avrebbe dovuto compensare il declino del settore automobilistico, storico motore dell’economia tedesca.
Ma i conti raccontano un’altra storia: Merz prevede un calo delle entrate pari a 17,8 miliardi di euro, a cui nel prossimo anno si aggiungeranno altri 10 miliardi.
Il quadro che emerge è quello di un asse franco-tedesco in seria difficoltà, schiacciato da prospettive fiscali sempre più fragili.
Secondo le stime, entro il 2030 le perdite in Germania potrebbero raggiungere gli 87,5 miliardi di euro.
Ma il punto più delicato è un altro, la Germania, oggi, non dispone di una vera protezione economica interna capace di sostenere il peso del proprio debito ed è qui che il confronto con l’Italia diventa inevitabile.
Merz aveva promesso al suo elettorato una svolta economica di destra, riforme profonde, cambiamenti strutturali. Impegni rimasti sospesi, mai trasformati in realtà e adesso quella stessa base elettorale inizia a voltargli le spalle.
La situazione è resa ancora più pericolosa dal fatto che le famiglie tedesche non possiedono un risparmio privato paragonabile a quello italiano che raggiunge circa 12 mila miliardi di euro, un patrimonio che copre quattro volte il debito statale del Paese.
Quando affermo che gli italiani sono tra i più ricchi al mondo, non è un’esagerazione retorica, è una realtà costruita nel tempo attraverso una cultura del risparmio radicata da generazioni, ma questa ricchezza non è eterna e non può essere data per scontata.
Per conservarla servono stipendi più alti, stabilità e la capacità di continuare a risparmiare almeno una parte dei propri introiti, proprio come abbiamo fatto per decenni.
È questo che ci ha permesso di mantenere una posizione economica privilegiata e la finanza speculativa internazionale lo sa perfettamente: conosce la ricchezza privata italiana e, proprio per questo, continua a prestarci enormi quantità di denaro.
Naturalmente ciò non significa che l’Italia possa restare immobile.
Servono riforme profonde, anche fuori dalle rigidità imposte dall’Europa, per difendere quella cultura del risparmio privato che affonda le sue radici in tempi antichissimi. Nel frattempo, il governo federale tedesco entra sempre più in crisi e Merz attribuisce le responsabilità al cambiamento demografico, ma le sue parole sono state accolte con freddezza e contestate persino dai sindacati, che lo hanno apertamente fischiato.
Dopo un anno di dichiarazioni, promesse e risultati mancati, quasi nessuno sembra più credergli. I numeri parlano con brutalità: l’87% dei tedeschi si dichiara insoddisfatto del suo operato e quando arriverà il momento del voto, il rischio per Merz è che la Germania gli presenterà il conto definitivo…
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