L’orrore verso creature indifese
La collega Alessandra Arachi del Corriere della Sera, ha scritto un libro verità, mettendo in evidenza un crimine pericolosissimo che sospende la pubertà dei bimbi cambiandogli il sesso
05/10/2026
di Mario Sutter

Grido d’allarme sui bambini e la triptorelina.
Un grido d’allarme, disperato e inquietante, si leva attorno a un farmaco dal nome ormai entrato nel cuore di un dibattito che divide, scuote e interroga la società: la triptorelina.
È questo il filo conduttore dell’inchiesta di Alessandra Arachi, che dopo più di due anni di lavoro ha deciso di accendere un faro su una pratica medica che riguarda adolescenti e bambini e che, proprio per la delicatezza dell’età coinvolta, non può lasciare indifferenti.
La questione è semplice solo in apparenza: che cosa accade quando lo sviluppo della pubertà viene farmacologicamente sospeso in un minore che vive una condizione di disforia di genere?
Ed è qui che il racconto diventa controverso.
La triptorelina è un farmaco utilizzato da tempo in medicina in diverse condizioni.
In Italia, AIFA ne ha previsto l’impiego, in casi selezionati, anche per adolescenti nei quali la pubertà risulti incongruente con l’identità di genere, a condizione che vi sia una diagnosi confermata da un’équipe multidisciplinare e che il percorso psicologico, psicoterapeutico o psichiatrico non sia risultato risolutivo.
Ma proprio questa scelta, secondo l’inchiesta di Arachi, apre una serie di interrogativi che meritano di essere affrontati senza slogan e senza paura.
La giornalista racconta di essersi immersa per oltre due anni in documenti, studi, testimonianze e atti istituzionali, fino ad arrivare al nodo centrale della sua ricerca: quanto è realmente solida la base scientifica sulla quale si fonda l’utilizzo dei bloccanti della pubertà nei minori?
Una domanda che non riguarda soltanto la medicina, riguarda i genitori, riguarda i figli, riguarda il significato stesso dell’infanzia.
E riguarda una società che, davanti alla fragilità di un bambino, dovrebbe procedere con la massima cautela.
Arachi ricostruisce anche il percorso che portò AIFA, nel 2018, a chiedere al Comitato nazionale per la bioetica un parere sull’utilizzo della triptorelina negli adolescenti con disforia di genere.
Nel 2019 l’Agenzia ne autorizzò l’impiego in casi selezionati nell’ambito del Servizio sanitario nazionale, secondo criteri precisi e con il consenso informato dell’adolescente e dei genitori o tutori.
Ed è proprio qui che il dibattito diventa incandescente, perché lo stesso principio attivo viene utilizzato anche in altre condizioni mediche, comprese alcune terapie ormonali negli adulti.
Il paragone con la cosiddetta “castrazione chimica”, utilizzato dalla stessa Arachi nel suo libro, è dunque diventato uno degli elementi più controversi del confronto pubblico.
Secondo la collega, il problema non sarebbe soltanto il farmaco in sé, ma il modo in cui viene raccontato alle famiglie e la certezza con cui viene presentato un percorso che, a suo giudizio, dovrebbe invece essere accompagnato da una discussione molto più profonda sui suoi effetti, sui suoi limiti e sulle conseguenze a lungo termine.
Il punto diventa allora drammaticamente delicato, che cosa significa sospendere la pubertà di un adolescente?
Significa intervenire su un processo biologico naturale nel momento stesso in cui quel corpo sta cambiando rapidamente.
Indica guadagnare tempo, secondo l’impostazione clinica prevista dal percorso, ma significa anche compiere un intervento farmacologico che non può essere considerato banale, ed è proprio questo che dovrebbe impedire qualsiasi superficialità.
Non siamo davanti a una questione astratta, stiamo parlando di bambini e adolescenti che devono ancora costruire la propria identità, comprendere il proprio corpo, affrontare la crescita e attraversare quella fase complessa della vita nella quale emozioni, corpo e percezione di sé possono cambiare profondamente.
L’inchiesta di Arachi sostiene che proprio su questo terreno si sia sviluppato un sistema nel quale alcune convinzioni sarebbero state trasformate troppo rapidamente in certezze.
La domanda che ne deriva è inevitabile: “Si può davvero chiedere a un bambino di undici o dodici anni di assumere decisioni che possono incidere profondamente sul proprio percorso futuro?
Questa è una domanda che non dovrebbe appartenere né alla destra né alla sinistra, ma è una domanda che appartiene alla società che dovrebbe coinvolgere medici, endocrinologi, psicologi, genitori, istituzioni e soprattutto la comunità scientifica.
Perché quando la medicina interviene sul corpo di un minore, la prudenza non può essere considerata un ostacolo al progresso, ma deve essere una garanzia.
Nel frattempo, lo stesso AIFA ha ritenuto necessario, nel 2024, convocare le principali società scientifiche interessate per una revisione della letteratura e delle nuove evidenze disponibili sull'impiego della triptorelina nella disforia di genere.
L’Agenzia ha precisato che si trattava della verifica delle evidenze relative a un uso off-label rimborsato dal Servizio sanitario nazionale e questo significa che il dibattito scientifico è tutt’altro che irrilevante o chiuso.
Ed è proprio per questo che il tema merita di essere portato fuori dalle tifoserie ideologiche, perché una cosa è difendere la libertà individuale, un’altra è decidere quanto spazio debba avere la medicina nelle scelte di un bambino.
Una cosa è rispettare chi vive una condizione di disagio rispetto al proprio corpo e un’altra è stabilire quanto precocemente un percorso medico debba essere intrapreso.
Sono questioni diverse e confonderle significa rendere ancora più difficile una discussione già estremamente complessa.
L’inchiesta di Alessandra Arachi, raccolta nel libro “Bimbi Trans. Piccoli corpi, grandi bugie”, edito da Rubbettino, porta queste domande direttamente al centro del dibattito pubblico, ed è proprio per questo che, secondo noi di Economia Italiana, il Governo non può limitarsi a osservare.
Giorgia Meloni dovrebbe chiedere chiarezza.
Non una battaglia ideologica, non una guerra culturale, non uno slogan, ma chiarezza sui protocolli, chiarezza sugli studi, chiarezza sui risultati, chiarezza sui possibili effetti a lungo termine e ciarezza soprattutto su ciò che viene spiegato ai genitori prima che venga presa una decisione così delicata.
Questa discussione è molto importante e il libro di Alessandra Arachi può rappresentare un punto di partenza per una riflessione istituzionale seria.
Non per emettere una sentenza prima ancora di avere ascoltato tutte le parti, ma per pretendere che ogni scelta che riguarda il corpo e il futuro di un minore sia sostenuta dal massimo livello possibile di evidenza scientifica, trasparenza e prudenza.
Perché quando in gioco ci sono i bambini, la politica dovrebbe avere il coraggio di fermarsi davanti alla porta della medicina e chiedere una cosa soltanto: “Siete davvero sicuri?”
E se la risposta non fosse ancora definitiva, allora la domanda dovrebbe diventare ancora più grande.
Quanto dobbiamo aspettare prima di avere tutte le risposte?
Questa è la vera battaglia che dovrebbe arrivare in Europa: non una guerra contro qualcuno, ma una richiesta di trasparenza, confronto scientifico e tutela dei minori, perché su questioni così delicate non servono slogan, servono risposte e soprattutto serve il coraggio di cercarle.
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