La riforma del Fisco
Le tasse non sono aumentate sono solo esagerate e colme di ingiusta burocrazia
12/10/2026
di Alessandro Sarti

Nel 2026 la pressione fiscale diretta si è posizionata sul 43,5%, un aumento di 0,5 punti percentuali che sommari al 22% dell’iva su ogni prodotto acquistato si arriva alla fantastica percentuale del 66% e se a questa cifra aggiungiamo il costo della benzina che per litro possiede una tassazione che supera il 50%, si può affermare che la tassazione Italiana chiamarla leggermente esagerata diventa un amaro eufemismo.
Cari lettori, l’Istat ha certificato che è aumentata l’occupazione stabile e di conseguenza anche le entrate fiscali, ma nessuno ha il coraggio di affermare che attraverso questi bassi stipendi, dopo aver pagato il fisco non si riesce a sopravvivere.
L’azione sostenuta con risorse pari a 4 miliardi di euro, che punta a riordinare un sistema caratterizzato da una tassazione esagerata che fa aumentare sensibilmente l’evasione, sta cercando di rendere le norme più accessibili per ridurre le difficoltà operative legate alla ricollocazione e alla nuova numerazione delle disposizioni.
Tutte cose giuste, ma quello che conta maggiormente è ridurre sensibilmente le tasse al cittadino che non riesce più a sopravvivere.
La cosa saggia da cambiare è quella che riguarda il rapporto tra Fisco e contribuente che dovrebbe essere collaborativo e non aggressivo.
In sostanza, non è possibile pagare il 66% sul proprio reddito, perché in questo modo si alimenta l’evasione e si riducano le entrate.
Se un governo vuole ridurre l’evasione, deve ridurre sensibilmente il prelievo che porterebbe molte più entrate e fiducia nei rapporti con il Fisco.
Passare da un modello repressivo a un modello collaborativo, si sfocia verso una redistribuzione più equa della ricchezza, accompagnata da una maggiore fiducia negli adempimenti personali, evitando esagerate spese richieste dai professionisti del Fisco.
Cari lettori, l’Istat ha certificato che è aumentata l’occupazione stabile e di conseguenza anche le entrate fiscali, ma nessuno ha il coraggio di affermare che attraverso questi bassi stipendi, dopo aver pagato il fisco non si riesce a sopravvivere.
L’azione di modifica sostenuta con risorse pari a 4 miliardi di euro che punta a riordinare un sistema caratterizzato da una tassazione esagerata, fa aumentare sensibilmente l’evasione e rendere le difficoltà operative legate alla riscossione è una mossa inutile.
Tutte cose che sembrano giuste, ma quello che conta maggiormente è ridurre sensibilmente le tasse al cittadino che non riesce più a sopravvivere.
L’azione saggia da effettuare è quella che riguarda il rapporto tra Fisco e contribuente che dovrebbe essere collaborativo e non aggressivo.
In sostanza, non è possibile pagare il 66% sul proprio reddito, perché in questo modo si alimenta l’evasione e si riducano le entrate.
Se un governo vuole ridurre l’evasione, deve ridurre sensibilmente il prelievo che innescherebbe una concreta riduzione dell’evasione, portando molte più entrate e fiducia nei rapporti con il Fisco.
Passare da un modello repressivo a un modello collaborativo, si sfocia verso una redistribuzione più equa della ricchezza, accompagnata da una maggiore fiducia negli adempimenti personali, evitando esagerate spese richieste dai professionisti del Fisco.
I bollettini dell'Istat dipingono una realtà parallela fatta di una crescita dell'occupazione stabile e, di riflesso, un aumento delle entrate per le casse dello Stato, ma dietro le cifre trionfali si nasconde una verità che nessuno ha il coraggio di pronunciare ad alta voce: con stipendi fermi al palo e un fisco così vorace, sopravvivere è diventata un'impresa quotidiana.
Sullo sfondo si muove la macchina della burocrazia, un piano da 4 miliardi di euro promette di riordinare un sistema giunto al collasso, dove le tasse asfissianti non fanno che alimentare l'evasione.
Si punta a semplificare le norme, a snellire le procedure e a riorganizzare i testi di legge.
Intenzioni sacrosante, certo. Ma la vera urgenza, l'unica che conta davvero per chi è ridotto allo stremo, rimane una sola: tagliare drasticamente le tasse.
La via d'uscita richiede un cambio di paradigma radicale.
Il rapporto tra lo Stato e i cittadini deve trasformarsi, evolvendo da un inseguimento aggressivo a un dialogo collaborativo.
Pretendere il 66% del reddito di un contribuente è un controsenso economico: soffoca l'economia legale e spinge verso il sommerso, finendo per contrarre le entrate pubbliche anziché aumentarle.
Se un governo vuole davvero abbattere l'evasione fiscale, deve avere il coraggio di ridurne la causa scatenante.
Alleggerire il prelievo innescherebbe un circolo virtuoso: meno tasse significano una spontanea emersione dell'imponibile, maggiori entrate per lo Stato e la ricostruzione della fiducia tra le parti.
Abbandonare il modello repressivo per abbracciarne uno fondato sulla cooperazione non è un'utopia, ma la strada per una redistribuzione più equa della ricchezza.
Un sistema chiaro e accessibile permetterebbe a ciascuno di adempiere ai propri doveri in serenità, liberando i cittadini dall'obbligo di costose consulenze per difendersi dai professionisti del contenzioso.
In sostanza, oggi il fisco si comporta come un avversario da cui proteggersi, anziché come il motore della comunità.
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