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Le carenze di Bruxelles

Se l’Europa non procura le materie prime ci pensa la fantasia italiana


26/10/2026

di Mario Sutter


La novità arriva dalla Basilicata, dove due fratelli, i Mastromarino, hanno deciso di non rassegnarsi all’idea di dover cercare fortuna all’estero.
Hanno scelto di restare, scommettere sulle proprie capacità e trasformare un’intuizione in un’impresa: “Pigmento”, una startup che realizza coloranti naturali recuperando gli scarti agricoli.
Bucce, cipolle, spinaci, bacche, fondi di caffè e altri prodotti della natura diventano così materie prime preziose.
Attraverso una tecnologia innovativa, ciò che normalmente finirebbe tra i rifiuti viene trasformata in pigmenti, sotto forma di polveri ed estratti liquidi, destinati alle imprese della moda per colorare i tessuti.
È un’idea che racchiude un messaggio potente: quello che consideriamo uno scarto può diventare una risorsa, un’opportunità industriale, persino il punto di partenza di una nuova filiera produttiva e allora viene spontaneo chiedersi perché la politica non faccia di più per sostenere iniziative come questa.
La sinistra italiana, che insiste sulla necessità di tassare i superprofitti, dovrebbe forse rivolgere la propria attenzione anche a un’altra strada, a mio avviso ben più costruttiva: sollecitare il governo affinché favorisca finanziamenti bancari a tassi agevolati per le startup innovative.
Perché è anche da queste imprese che può nascere il futuro pulsante del nostro Made in Italy.
Temo, purtroppo, che una richiesta del genere possa sembrare troppo ambiziosa, ma i miracoli, qualche volta, accadono e la speranza, quando si parla di giovani e lavoro, non dovrebbe mai essere abbandonata.
Tornando ai fratelli Mastromarino, la loro intuizione dimostra quanto il mondo agricolo custodisca un patrimonio di risorse ancora largamente inesplorato.
Un patrimonio che può essere valorizzato dall’industria tessile, oggi ancora legata, per una parte significativa dei coloranti impiegati, a composti di origine petrolchimica, ottenuti attraverso processi industriali ad alto consumo energetico e che possono richiedere solventi e reagenti chimici potenzialmente dannosi.
Recuperare gli scarti agricoli e trasformarli in materia prima, fino ad arrivare al prodotto finito, significa quindi aprire una strada diversa: connettere agricoltura e manifattura, ridurre gli sprechi e cercare soluzioni capaci di coniugare innovazione, sostenibilità e competitività.
Questa idea merita di essere premiata, sostenuta e accompagnata nella sua crescita.
Se il governo Meloni saprà coglierne il valore di questa scoperta, potrà contribuire a creare nuove opportunità per quei giovani che non vogliono essere costretti a lasciare l’Italia per costruirsi un futuro, trovare un lavoro e mettere su famiglia.
In sostanza se il governo di destra vuole essere rieletto dovrà dimostrare che la politica non deve limitarsi a promettere, ma sa creare anche le condizioni affinché le   idee diventino imprese che generano occupazione.
C’è poi un altro aspetto che rende questa storia ancora più interessante.
Sembra infatti che, accanto all’intuizione dei due fratelli lucani, stia prendendo forma una nuova prospettiva scientifica: utilizzare i batteri per produrre pigmenti naturali, e sembra che un gruppo di ricerca guidato da studiosi dell’Università di Bologna stia studiando come ottenere coloranti attraverso l’impiego di scarti vegetali e sembra che siano già stati isolati 51 nuovi microrganismi capaci di produrre una grande varietà di colori.
Da queste iniziative potrebbero nascere nuove imprese in grado di utilizzare bioreattori alimentati con materiali di scarto per produrre pigmenti naturali, successivamente recuperabili e impiegabili nei processi industriali.
Se queste prospettive troveranno conferma e riusciranno a tradursi in applicazioni economicamente sostenibili, potremmo assistere alla nascita di una nuova filiera, nella quale biotecnologie, agricoltura e industria tessile lavorano insieme per creare valore.
Ecco perché queste iniziative non dovrebbero essere considerate semplici curiosità scientifiche o piccoli esperimenti imprenditoriali.
Rappresentano la dimostrazione che il talento dei nostri giovani può trasformare un problema in un’opportunità e aprire nuovi orizzonti alla produzione italiana.
In sostanza, l’intelligenza e l’intraprendenza dei giovani italiani sta colmando un vuoto che l’Europa avrebbe dovuto affrontare da tempo: garantire alle proprie industrie manifatturiere l’accesso a materie prime e tecnologie capaci di sostenerne la competitività.
Mentre il continente cerca risposte alla propria dipendenza dall’estero, in Basilicata due fratelli recuperano bucce, cipolle e fondi di caffè per trasformarli in colori, e a Bologna, nei laboratori di ricerca, gli scienziati studiano microrganismi capaci di aprire nuove possibilità produttive.
Forse il futuro industriale europeo non nasce soltanto nelle grandi fabbriche o nei palazzi della politica, ma molte volte, come in passato, tutto inizia da una un’idea, da uno scantinato e da una scelta semplice, ma coraggiosa: “Restare in Italia e dimostrare che anche ciò che buttiamo via può diventare ricchezza”.

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