Share |

Le vere priorità

L’eccezionalità del contesto mondiale, impone una particolare attenzione a famiglie-imprese e smettiamo di rimandare le necessità importanti


18/05/2026

di Corrado Storti


L’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping, andato in scena a Pechino, ha il sapore di uno di quei passaggi destinati a lasciare un segno nella storia economica mondiale.
Attorno a Trump non c’erano soltanto consiglieri o diplomatici, ma una vera e propria élite del potere finanziario e tecnologico globale: uomini che, insieme, rappresentano oltre 12mila miliardi di euro di valore.
C’erano Jensen Huang, guida di NVIDIA, Tim Cook, simbolo di Apple, ed Elon Musk con SpaceX, una realtà non quotata in Borsa, ma dal valore superiore all’economia complessiva di molti Stati sovrani.
E mentre a Pechino si discuteva del futuro dell’economia globale, l’Europa non c’era.
Nessun leader europeo, nessuna voce autorevole dell’Unione.
Un’assenza pesante, quasi simbolica, che dovrebbe far riflettere Roma e tutto il continente.
Il mondo sta cambiando velocemente, e i grandi equilibri economici si stanno decidendo altrove, lontano dai palazzi di Bruxelles.
In questo scenario si inseriscono le parole del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che, intervenendo alla Camera dei Deputati nel tracciare un bilancio dei quattro anni del governo guidato da Giorgia Meloni, ha indicato famiglie e imprese come priorità assoluta della prossima fase economica.
Quando Giorgetti parla di un “dialogo serrato” con la Commissione europea per ottenere maggiore flessibilità di bilancio, necessaria ad affrontare l’eccezionalità del momento economico, nasce inevitabilmente un sentimento di frustrazione.
Dopo gli errori e le difficoltà attribuite all’Europa, l’idea stessa di dover chiedere il permesso per mettere in sicurezza il Paese appare, agli occhi di molti, quasi paradossale.
Secondo questa visione, oggi l’Italia avrebbe bisogno di misure forti e immediate: sostenere le famiglie, rilanciare le imprese, aumentare concretamente gli stipendi e ridurre in modo significativo la pressione fiscale sul sistema produttivo.
Non piccoli aggiustamenti, ma un cambio di passo netto, capace di ridare ossigeno all’economia reale.
Da qui nasce anche l’idea di una posizione più dura nei confronti di Bruxelles: comunicare con chiarezza che l’Italia non intende più subire decisioni considerate dannose per il proprio tessuto economico e produttivo, e che eventuali misure adottate per salvaguardare il Paese dovrebbero prevalere su ogni vincolo politico o burocratico imposto dall’Unione.
La sinistra, secondo questa lettura, attenderebbe proprio uno scontro di questo tipo, ma chi sostiene questa linea ritiene che una parte crescente dell’elettorato guarderebbe con favore a una sfida aperta con Bruxelles.
Se Giorgia Meloni, decidesse di affrontarla senza esitazioni, potrebbe trasformare quel conflitto in una leva politica decisiva in vista delle elezioni del 2027.
L’incontro di Pechino, in fondo, sembra trasmettere un messaggio preciso: oggi è l’economia a guidare il mondo, molto più delle ideologie e secondo questa interpretazione, gli errori di Bruxelles sarebbero stati enormi, soprattutto per non aver difeso adeguatamente il proprio sistema produttivo, che eccellendo nelle produzioni di qualità, avrebbe avuto bisogno soprattutto di materie prime ed energia a basso costo.
In questo quadro, la difficoltà politica di leader come Emmanuel Macron e Friedrich Merz, viene letta come la conseguenza naturale di strategie considerate fallimentari.
Ecco perché, secondo questa visione, se Giorgia Meloni dovesse muoversi concretamente per aumentare salari e ridurre le tasse alle imprese, potrebbe conquistare un consenso ancora più ampio e lasciare un segno profondo nella storia politica italiana.

(riproduzione riservata)