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Nasce una nuova laurea del saper fare

Si è avviato l’iter per riconoscere il mastro oleario e ancora una volta la terra produce nuove professioni


28/09/2026

di Carlo Cartelli


Dalla terra è nata una nuova Laurea non fatta di aule, esami e cattedre, ma di esperienza, conoscenza e mani capaci di trasformare un prodotto della natura in eccellenza.
È la “Laurea del saper fare”, quella che l’intelligenza artificiale potrà forse un giorno cercare di copiare, magari persino migliorandone alcuni processi, ma che difficilmente potrà sostituire nella sua essenza: l’esperienza maturata negli anni e il rapporto profondo tra l’uomo e la propria terra.
L’Italia, da sempre, è stata la nazione capace di portare sulle tavole del mondo alcuni dei migliori prodotti alimentari e ha potuto farlo grazie a una caratteristica che nessuna tecnologia può cancellare: l’amore per la propria terra.
È proprio da questo legame che nasce oggi una proposta destinata a dare un’identità nuova a un mestiere antico.
Al Ministero delle Imprese e del Made in Italy è stato chiesto il riconoscimento professionale del mastro oleario, con tanto di albo.
Un riconoscimento che potrebbe diventare, per il consumatore, una vera garanzia di qualità e, allo stesso tempo, un ostacolo concreto per quella concorrenza truffaldina che vive di imitazioni e prodotti presentati sul mercato senza possedere lo stesso patrimonio di conoscenze.
Il mastro oleario è il responsabile della conduzione del frantoio e delle diverse fasi del processo di trasformazione che concorrono a determinare la qualità dell’olio extravergine di oliva.
È una figura indispensabile, esattamente come lo è l’enologo per il vino, perché un buon olio non nasce soltanto dalla qualità delle olive, nasce anche dalle mani e dalle decisioni di chi sa trasformarle.
Temperatura, ossigenazione, tempi di lavorazione, conservazione e controllo dei processi sono passaggi delicatissimi, dove ogni scelta può incidere sul risultato finale.
Dietro una bottiglia di olio pregiato si rendere straordinario anche il più semplice dei cibi e questo miracolo si ottiene con la competenza di chi ha trascorso anni ad accumulare esperienza.
In sostanza, l’olio diventa buono quando chi guida il processo di trasformazione sa esattamente cosa fare.
Con il riconoscimento del mastro oleario si valorizzerebbe quindi non soltanto una professione, ma l’intero prodotto offerto al pubblico e la qualità, quando diventa riconoscibile, può attraversare i confini.
Non ci saranno dazi capaci di fermare la vendita di un prodotto che il mercato mondiale riconosce come autentico, unico e di qualità.  Riconoscere questa professione attraverso un attestato significherebbe valorizzare conoscenze che rischiano altrimenti di disperdersi e, soprattutto, offrire ai giovani un mestiere qualificato e ben pagato con cui costruirsi una famiglia.
Significherebbe evitare che competenze preziose vengano trasferite all’estero e contribuire, allo stesso tempo, a ricostruire quel risparmio privato che rappresenta una delle ricchezze fondamentali dell’Italia.
Riconoscere il mastro oleario significa dunque restituire un’identità professionale a un mestiere.
Significa ridare vita a quelle professioni che, attraverso la “Laurea del saper fare”, hanno rappresentato per generazioni la vera ricchezza del nostro Paese.
Perché l’Italia non è diventata grande soltanto attraverso la finanza, la grande industria o la tecnologia, è diventata grande anche grazie a uomini e donne che sapevano fare, sapevano lavorare la terra, sapevano trasformare le materie prime, sapevano riconoscere la qualità e sapevano costruire valore con le proprie mani.
Se la finanza nazionale e internazionale non comprende l’importanza di queste professioni, fornendo alle imprese che le rappresentano un credito accessibile e privo di cavilli che rischiano di trasformarsi in forme di strozzinaggio, dimostra di non comprendere fino in fondo il proprio ruolo.
Perché finanziare chi produce qualità significa finanziare il futuro del Paese, e se questo principio non viene compreso, l’Italia dovrebbe arrivare persino a chiedersi se per essere compresa non valga la pena tassare pesantemente chi non sa svolgere il proprio lavoro nei confronti di chi, invece, ogni giorno costruisce ricchezza reale per tutti.
Saper dirigere la conduzione di un frantoio, controllare i processi e garantire la tracciabilità non sono mansioni secondarie, sono competenze delicate e fondamentali per consegnare al mercato un prodotto di qualità.
Secondo le informazioni divulgate da Unioncamere, le opportunità professionali legate a questo mestiere sono numerose: soltanto nel 2025 sarebbero state assunte più di 500 persone, mentre la domanda continua a crescere.
Questo è un segnale importante, perché dietro quei numeri c'è un bisogno concreto del mercato: “quello di trovare persone capaci di custodire e trasformare una delle eccellenze più importanti della nostra agricoltura”.
Il riconoscimento nazionale del mastro oleario potrebbe mettere le aziende del settore nelle condizioni di comunicare ai mercati mondiali una qualità di prodotto unica.
Una caratteristica capace di trasformarsi in un business ad alto valore, dove il prezzo non sarebbe più determinato soltanto dalla concorrenza, ma dalla capacità di offrire qualcosa che gli altri non possono facilmente replicare.
Questa, in fondo, la forza del Made in Italy, che consiste nel non vendere semplicemente un prodotto, ma vendere una storia, una competenza, una cultura e una qualità costruita nel tempo.
La proposta di riconoscimento nazionale del mastro oleario si inserisce nel Piano olivicolo italiano, promosso dal Governo, e potrebbe mettere Giorgia Meloni nelle condizioni di dimostrare concretamente l’aiuto che il suo esecutivo sta fornendo alle imprese italiane.
Perché, alla fine, la vera sfida non è soltanto produrre di più, ma tornare a riconoscere il valore di chi sa trasformare quel sapere in una nuova ricchezza italiana.

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