Riduciamo le tasse e riportiamo il debito a casa
Questa è la strada maestra per far ripartire il paese e mettere più soldi nelle tasche della media borghesia
23/03/2026
di Francesco Descalzi

Aver deciso di tagliare le accise su diesel e benzina — abbassando il costo di un pieno di circa 25 centesimi al litro per venti giorni — è un gesto che arriva in punta di piedi.
Non è una svolta, non ancora.
Ma è un segnale. Un primo movimento nella direzione giusta. Sul tavolo, intanto, compaiono 600 milioni di euro: una diga temporanea contro l’onda lunga dell’aumento del prezzo del petrolio.
Eppure, dietro questa manovra, si muove una realtà ben più vasta.
Nel 2026, il nostro passivo nelle mani di investitori esteri ha raggiunto la soglia imponente di mille miliardi di euro. Una cifra che pesa come un macigno.
Riportarla nelle tasche della media borghesia italiana significherebbe riaccendere i consumi interni, rimettere in moto il respiro dell’economia, restituire — almeno in parte — quel benessere che oggi sembra appartenere a un’altra epoca.
Ai microfoni del Tg1, Giorgia Meloni lo ha detto con chiarezza: lo sconto sui carburanti è una priorità, perché il rincaro del petrolio non deve trasformarsi in una catena che si trasmette ai beni di consumo, comprimendo ulteriormente le famiglie.
Ma accanto a questa linea di prudenza, resta una verità più profonda: anche gli interessi negativi del nostro debito estero dovrebbero cambiare destinazione, tornare ai cittadini italiani, che nel complesso detengono una ricchezza accumulata superiore ai 32 mila miliardi di euro.
Questo intervento, per essere davvero efficace, dovrebbe diventare globale, sistemico, perché i problemi che affrontiamo non si fermano ai confini e chi rema contro, chi ostacola questo processo, rischia di restare ai margini — come chi prova inutilmente a spazzare il mare.
Viviamo un tempo di conflitti, visibili e invisibili. In questo scenario, la politica ha un solo compito: dare risposte chiare, immediate, concrete.
Senza dimenticare che esiste un altro fronte, meno rumoroso ma altrettanto devastante — quello generato da una globalizzazione che ha prodotto squilibri profondi, quasi ferite psicologiche collettive.
Questi aiuti raccontano un cambio di mentalità, ma la loro portata resta limitata.
Non basteranno, da soli, a ricucire i danni lasciati dalle guerre — né quelli materiali, né quelli interiori.
Nel frattempo, i numeri iniziano a prendere forma.
L’Unione Nazionale Consumatori, attraverso il suo presidente Massimiliano Dona, stima che, se i prezzi resteranno stabili, il risparmio sarà tangibile: per un pieno di gasolio da 50 litri in autostrada si spenderanno 15,25 euro in meno, con il diesel che scenderà a 1,864 euro al litro.
La benzina, invece, calerà a 1,645 euro, con un risparmio analogo per ogni rifornimento.
Sulla rete stradale, i prezzi saranno ancora più bassi: il gasolio scenderà a 1,798 euro e la benzina a 1,562 euro.
Numeri che danno ossigeno, anche se per poco, perché la verità è che, oggi, non ci sono ancora le condizioni per prolungare questi sconti nel tempo e allora, se davvero si vuole affrontare alla radice il problema — se si vogliono riparare i danni di quella che viene percepita come una “guerra globalista” — serve coraggio.
Serve prendere il toro per le corna e costringerlo, finalmente, a piegarsi davanti alle necessità reali dei consumatori.
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