Smettiamo di prenderci in giro
Con il rialzo dei tassi si trasferiscono risorse alle banche indebolendo le imprese, unica leva del benessere sociale
27/07/2026
di Stefano Destri

Ogni volta che i tassi d’interesse salgono, si verifica un trasferimento silenzioso di risorse dalle imprese alle banche e questo è un meccanismo che sottrae energia al sistema produttivo e finisce per indebolire l’intero Paese.
Esiste poi un aspetto che merita una riflessione ancora più profonda.
La globalizzazione, così come è stata concepita e applicata, ha spinto molte economie nazionali a comprimere gli stipendi, frenando il consumo interno.
Questo comportamento ha contribuito al blocco della natalità, accelerando l’invecchiamento demografico, e ha alimentato una competizione produttiva sempre più basata sul prezzo e sempre meno sulla qualità.
Un vero disastro.
In un contesto già così fragile, rendere il denaro più costoso rappresenta una scelta economicamente insensata, capace di mettere in serio pericolo il credito bancario stesso.
Chi, come Christine Lagarde alla guida della Banca Centrale Europea, ritiene opportuno aumentare ulteriormente il costo del denaro, dimostra una limitata comprensione delle dinamiche che governano il mondo produttivo.
Il vero autogol, infatti, è stato quello di seguire le linee guida della globalizzazione che, invece di arricchire i singoli Stati dell’Unione Europea, li ha progressivamente impoveriti, spingendoli sempre più vicino al baratro del declino economico.
Per questo motivo, il comportamento della Lagarde appare privo di buon senso.
Aumentare i tassi in una fase come questa equivale a tentare di spegnere un incendio immenso con un semplice bicchiere d’acqua: un gesto che non risolve il problema e rischia soltanto di aggravarlo.
L’Europa sta già pagando un prezzo altissimo.
Le politiche legate alla transizione green stanno provocando la perdita di una parte significativa del settore produttivo della componentistica automobilistica.
In una situazione del genere, aggravare ulteriormente il costo del credito significa aumentare il rischio di non recuperare nemmeno quello già concesso.
Ignorare questo pericolo significa sottovalutare una minaccia concreta per l’intero sistema economico.
Personalmente, sono convinto che Christine Lagarde, in un momento storico segnato da tensioni internazionali e conflitti, dovrebbe invece incoraggiare i ventisette Stati dell’Unione a ridurre in modo significativo gli oneri fiscali sulle imprese.
L’obiettivo dovrebbe essere quello di favorire l’aumento degli stipendi, rilanciare i consumi interni e creare le condizioni per una ripresa della natalità.
Esiste poi un altro aspetto che quasi sempre rimane nell’ombra.
Quando i tassi salgono, il settore bancario vede aumentare i propri margini di guadagno e gli speculatori finanziari festeggiano.
A pagare il conto, però, sono le imprese che producono ricchezza reale e le famiglie maggiormente esposte al credito.
Una banca centrale che concentra la propria attenzione esclusivamente sulla redditività degli istituti di credito, rischia di smarrire la propria funzione originaria.
È arrivato il momento di affrontare questo tema con serietà, senza illusioni e senza ipocrisie.
La vera domanda è un’altra: cosa bisogna fare per uscire da questo momento così difficile?
Continuare a percorrere la strada del passato, affidando ai tassi d’interesse il ruolo di leva principale dell’economia, rappresenta un errore che non può più essere ignorato.
Occorre invece tornare a guardare alle imprese come al motore del benessere collettivo, come a quelle realtà che creano lavoro, generano ricchezza, alimentano i consumi interni e permettono la formazione del risparmio privato.
È da lì che può ripartire la crescita. È da lì che può tornare a respirare l’economia europea.
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