Stiamo scherzando col fuoco
La Polonia chiede alla Nato di reagire contro l’aggressione di Mosca per aver colpito due navi al largo della Bulgaria
19/10/2026
di Mario Sutter

La guerra invisibile che può incendiare l’Europa: droni, cyberattacchi e il rischio di un conflitto mondiale.
Ci sono aggressioni che non fanno rumore, almeno all’inizio e non hanno bisogno di dichiarazioni di guerra, né di eserciti schierati lungo i confini.
A volte basta un drone, un sabotaggio informatico o un comando impartito a distanza per trasformare un episodio apparentemente circoscritto in una scintilla capace di incendiare il mondo.
È questo il pericolo più inquietante del nostro tempo: azioni che possono sembrare isolate, ma che, sommandosi, rischiano di innescare una reazione a catena dalle conseguenze imprevedibili, perché, quando a essere colpiti sono interessi strategici, infrastrutture essenziali e vite umane, il confine tra un’aggressione e un conflitto internazionale può diventare drammaticamente sottile.
Un episodio di estrema gravità sarebbe avvenuto recentemente nel Mar Nero, al largo della Bulgaria, in un'area di acque internazionali che ricade nella zona economica esclusiva bulgara.
Secondo le ricostruzioni riportate, due navi sarebbero state attaccate da droni russi, una sarebbe affondata, con un bilancio che parla di undici marinai morti e numerose altre persone disperse.
Tra le imbarcazioni coinvolte viene indicato il cargo HS Dignity, battente bandiera della Guinea, colpito nei pressi di Krapets, con un equipaggio composto prevalentemente da marinai siriani.
La vicenda presenta aspetti che meritano di essere chiariti con precisione, a cominciare dalla proprietà delle navi, dalle rispettive bandiere e dalle responsabilità dell'attacco.
La nave indicata come obiettivo sarebbe di proprietà ucraina e batterebbe bandiera maltese.
Il premier bulgaro Rumen Radev avrebbe definito l'accaduto «assolutamente inaccettabile», convocando immediatamente l'ambasciatrice russa e adottando toni particolarmente duri.
Al di là delle singole responsabilità, il messaggio è evidente: quando le operazioni militari si avvicinano ai confini di altri Paesi e coinvolgono navi commerciali ed equipaggi civili, il rischio di un'escalation cresce pericolosamente.
I droni sono diventati strumenti di guerra letali, capaci di raggiungere obiettivi strategici con una precisione e una rapidità che fino a pochi anni fa sembravano appartenere soltanto alla fantascienza.
Possono colpire senza preavviso, mettere in difficoltà le difese tradizionali e costringere gli Stati a reagire in tempi brevissimi.
È anche per questo che le preoccupazioni della Polonia assumono un significato particolare e Varsavia ha richiamato l'attenzione sulla necessità che la NATO si prepari a una risposta concreta alle minacce provenienti dalla Russia.
Ma proprio qui si nasconde il pericolo maggiore: ogni risposta può diventare il preludio a una nuova provocazione, ogni provocazione può alimentare una rappresaglia e ogni rappresaglia può trascinare altri Paesi in una spirale fuori controllo.
Auguriamoci che questo scenario non si materializzi mai, perché un conflitto diretto tra la Russia e la Nato potrebbe trasformarsi in una catastrofe dalle dimensioni mondiali, con conseguenze devastanti per milioni di persone.
La terza guerra mondiale non sarebbe una semplice estensione dei conflitti che conosciamo: sarebbe una frattura storica capace di compromettere il futuro stesso dell'umanità.
Eppure, mentre gli occhi dell'opinione pubblica restano puntati sui campi di battaglia, un'altra guerra potrebbe già essere combattuta lontano dai riflettori: quella dei sabotaggi, delle infiltrazioni e degli attacchi informatici.
Il premier polacco Donald Tusk avrebbe dichiarato che esistono prove per attribuire ai servizi segreti russi l'organizzazione del sabotaggio di una stazione terrestre collegata a Starlink in Polonia, avvenuto nel settembre scorso.
Se confermate, queste accuse delineerebbero un quadro estremamente inquietante, nel quale le infrastrutture tecnologiche diventano obiettivi strategici e la guerra si combatte anche attraverso operazioni clandestine.
Non servono necessariamente missili o esplosivi per mettere in ginocchio un Paese.
Talvolta è sufficiente compromettere un sistema informatico, alterare il funzionamento di un impianto industriale o interrompere un servizio dal quale dipende la vita quotidiana di migliaia di persone.
Pensiamo alle conseguenze di un attacco contro una rete di supermercati.
La refrigerazione si interrompe, le temperature salgono, gli alimenti si deteriorano e tonnellate di prodotti diventano inutilizzabili; in poche ore, un sistema progettato per conservare le merci può trasformarsi in uno strumento di distruzione economica.
Quanto è già accaduto in Francia, dove un attacco informatico avrebbe mandato in tilt gli impianti di refrigerazione di oltre 600 supermercati, provocando perdite ingenti.
Secondo le ricostruzioni, gli hacker sarebbero riusciti a prendere il controllo remoto dei sistemi e attivare ripetutamente la funzione di sbrinamento, compromettendo la conservazione di grandi quantità di alimenti.
Una dinamica tanto semplice quanto allarmante: non distruggere fisicamente un supermercato, ma manipolarne i sistemi fino a renderlo incapace di svolgere una delle sue funzioni essenziali.
Marco Carrari, indicato come uno dei più noti esperti italiani di cybersecurity, avrebbe ipotizzato un possibile coinvolgimento di un'azienda danese specializzata in software per la gestione della refrigerazione.
Anche in questo caso, tuttavia, è fondamentale distinguere le ipotesi investigative dalle responsabilità effettivamente accertate: “individuare il punto vulnerabile di un sistema non significa, da solo, aver identificato chi abbia organizzato o eseguito l'attacco”.
Il problema, però, resta ed è enorme.
Nell'era tecnologica in cui viviamo, sorprende quanto a lungo si sia sottovalutata la possibilità che un attacco informatico possa produrre conseguenze paragonabili, per impatto economico e sociale, a quelle di un'azione militare.
Sono aggressioni silenziose, spesso invisibili fino al momento in cui il danno diventa irreversibile.
Non esplodono bombe, non si sentono spari, non si vedono carri armati attraversare le strade, eppure, dietro uno schermo, qualcuno può tentare di compromettere sistemi dai quali dipendono la conservazione degli alimenti, la distribuzione dell'energia, le comunicazioni e il funzionamento di servizi essenziali.
Cari lettori, è proprio questa invisibilità a rendere la minaccia tanto insidiosa e nessuna difesa può garantire in assoluto che un attacco informatico non vada a segno.
Esistono strumenti di prevenzione, sistemi di protezione e procedure di emergenza, ma la sicurezza nazionale può essere messa a rischio quando infrastrutture fondamentali dipendono da tecnologie vulnerabili o da sistemi di controllo insufficientemente protetti.
Una potenza come la Russia dispone di apparati di intelligence e capacità informatiche che i governi europei devono prendere seriamente in considerazione.
Attribuire a uno Stato uno specifico attacco, richiede prove verificabili: “La pericolosità di una minaccia non deve diventare un pretesto per confondere i sospetti con le certezze”.
Ciò che conta è comprendere quanto possa essere devastante un'operazione coordinata contro le infrastrutture digitali di un intero continente, un attacco simultaneo a centinaia di punti della rete commerciale potrebbe provocare perdite economiche enormi, interrompere le forniture e generare difficoltà nella distribuzione dei beni essenziali.
Le immagini che emergono da simili episodi sono quasi surreali: frigoriferi trasformati in forni, celle di conservazione incapaci di mantenere le temperature necessarie, prodotti alimentari destinati alla distruzione e aziende costrette a fare i conti con danni improvvisi e difficili da contenere.
Il paragone con i lager nazisti, evocato per descrivere la trasformazione di ambienti destinati alla conservazione in luoghi di distruzione, è una metafora estrema che evidenzia una tragedia storica senza precedenti.
Il punto, tuttavia, rimane drammatico: in questo scenario non sono le persone a essere rinchiuse in quegli spazi, ma gli alimenti dai quali dipende una parte della nostra sopravvivenza quotidiana a essere sacrificati da un sistema manipolato e questa è un'immagine che dovrebbe farci riflettere sulla fragilità della società contemporanea.
Abbiamo costruito un mondo nel quale ogni servizio è sempre più connesso, automatizzato e dipendente dalla tecnologia e questa evoluzione ci ha reso più efficienti, ma ha anche moltiplicato i punti attraverso i quali un aggressore può colpire.
Se lo stesso principio venisse applicato a infrastrutture più delicate, le conseguenze potrebbero essere ben più gravi.
Sistemi di controllo compromessi potrebbero mettere a rischio la mobilità, il trasporto delle merci, la gestione degli ospedali e il funzionamento di apparecchiature essenziali.
Non significa che tutti questi impianti siano facilmente attaccabili o che possano essere messi fuori uso con un semplice comando: significa che la loro sicurezza deve essere considerata una priorità strategica.
Immaginiamo, per un momento, un attacco coordinato capace di interrompere contemporaneamente servizi essenziali in più Paesi europei.
Le conseguenze non si limiterebbero alle perdite finanziarie; potrebbero emergere difficoltà nell'approvvigionamento, disagi per milioni di cittadini e problemi nella gestione delle emergenze.
Il danno si propagherebbe da un settore all'altro, mostrando quanto siano interdipendenti le infrastrutture sulle quali si regge la nostra società.
Le prime stime relative agli attacchi ai supermercati parlerebbero di perdite milionarie e ancora più inquietante è l'ipotesi che episodi analoghi abbiano interessato anche il Belgio, i Paesi Bassi e altri Paesi europei.
Se venisse accertato che si tratta di operazioni coordinate, non saremmo più di fronte a una semplice sequenza di incidenti informatici, ma a un possibile tentativo di mettere alla prova la vulnerabilità delle infrastrutture europee.
Ecco perché sarebbe un errore liquidare questi episodi come problemi tecnici o disavventure aziendali.
Ogni attacco contro un'infrastruttura essenziale deve essere analizzato, investigato e, quando necessario, affrontato come una questione di sicurezza nazionale.
La lezione è chiara: la difesa di un Paese non può più essere affidata soltanto agli eserciti, ai sistemi antimissile o alla sorveglianza dei confini, deve comprendere anche la protezione delle reti digitali, dei sistemi industriali, delle comunicazioni e di tutti quei meccanismi che consentono alla società di funzionare.
La guerra del futuro potrebbe non annunciare il proprio arrivo con il rombo dei bombardieri, potrebbe cominciare con un segnale alterato, un software compromesso o un sistema di controllo manipolato e quando ci accorgeremo che qualcosa non funziona, il danno potrebbe essere già stato fatto.
Non è inevitabile che tutto questo conduca a una guerra mondiale, ma è irresponsabile ignorare il rischio che azioni ripetute, attribuzioni affrettate e reazioni sproporzionate trasformino una guerra invisibile in uno scontro aperto.
L'Europa deve prepararsi, rafforzare le proprie difese informatiche, proteggere le infrastrutture strategiche e coordinare le risposte senza cedere alla paura o alla tentazione di un'escalation incontrollata.
Perché oggi una bomba può distruggere un edificio, ma un attacco informatico, invece, può tentare di paralizzare una rete di servizi da cui dipende un'intera comunità ed è proprio questo il rischio che non possiamo più permetterci di sottovalutare….
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