Una distrazione inqualificabile
La Fallaci ha dimenticato di comunicarci che in Italia sarebbe nato un tribunale islamico, una dimenticanza che stupisce
12/10/2026
di Stefano Desti

La Sharia è sbarcata in Italia e a Padova ha aperto le porte a quello che viene presentato come il primo tribunale islamico.
La sua funzione sarebbe quella di risolvere rapidamente le controversie familiari all’interno della comunità musulmana.
Una necessità che, con amara ironia, sembra quasi nascere dalla proverbiale velocità della giustizia italiana: “basti pensare al processo di Garlasco, che dopo quasi diciannove anni sembra essere arrivato sempre più vicino alla verità sull’omicidio di Chiara Poggi”.
Ma, al di là dell’ironia, la questione solleva un problema ben più profondo, perché una minoranza religiosa, pur nel pieno rispetto della propria fede, dovrebbe arrivare a costruire un sistema di giustizia parallelo a quello dello Stato e soprattutto: “fino a che punto può una norma religiosa sovrapporsi alle leggi di una Nazione?”
Accettare che una giurisdizione religiosa possa sostituirsi, anche solo in parte, a quella dello Stato italiano sarebbe una deriva che non può essere ignorata.
Matteo Salvini avrebbe già alzato la voce contro questa possibilità, ribadendo un principio apparentemente semplice: “in Italia tutti devono rispettare le leggi italiane”.
Ora la questione potrebbe arrivare anche sul tavolo della Procura di Roma, dove sarebbe stato depositato un esposto da Souad Sbai, presidente di Acmid, l’Associazione delle donne marocchine in Italia, con la richiesta di accertamenti sull’attività di questi giudici.
Il punto, però, è un altro.
Se una giurisdizione coranica dovesse essere lasciata libera di operare e di diffondersi, il rischio sarebbe quello di creare progressivamente una società parallela: da una parte le leggi dello Stato, dall’altra le regole religiose.
Due sistemi destinati inevitabilmente a entrare in conflitto quando i principi non coincidono e in questo confronto c’è un tema che non può essere lasciato nell’ombra: quello dei diritti delle donne, perché in alcune interpretazioni e pratiche della legge islamica la donna non gode degli stessi diritti riconosciuti all’uomo e non si può dimenticare la realtà delle spose bambine, dei matrimoni forzati e delle unioni imposte, anche all’interno della famiglia.
Pratiche che, in una società moderna, rappresentano un’arretratezza che non può essere accettata.
Basta ricordare il caso di Nessy Guerra, bloccata in Egitto da oltre due anni dopo essere stata accusata di adulterio dall’ex marito.
La vicenda giudiziaria, secondo quanto denunciato, ha conosciuto ulteriori rinvii e il tribunale avrebbe già fatto slittare l’udienza di agosto, anche per limiti legati all’età del giudice.
Nel frattempo, l’ex marito avrebbe continuato a minacciare la donna sui social, sentendosi protetto dal sistema nel quale vive, arrivando anche a chiedere al giudice che la bambina fosse accompagnata in aula per poterla vedere.
Dopo tre anni, però, sembra finalmente intravedersi una luce.
A sostenerlo è stato il legale di Nessy, secondo il quale l’ex marito e la sua famiglia d’origine non sarebbero nelle condizioni economiche di provvedere alla bambina.
I genitori di Nessy, che attualmente hanno l’affidamento della minore, hanno quindi chiesto che il fascicolo venga acquisito dal giudice chiamato a pronunciarsi su questa drammatica controversia.
Sono storie diverse, vicende che si muovono su piani giudiziari differenti, ma che pongono una domanda comune: “Dove finisce la libertà religiosa e dove comincia la legge dello Stato?”
La fede appartiene alla coscienza e la giustizia appartiene allo Stato.
Ed è proprio per questo che il problema non può essere liquidato come una semplice questione religiosa.
Qesto è uno scontro tra modelli di società.
Da una parte l’idea di uno Stato nel quale uomini e donne devono avere gli stessi diritti davanti alla legge; dall’altra il rischio che norme religiose e consuetudini culturali possano creare diritti differenti, soprattutto per le donne.
E se davvero si vuole costruire una società nella quale nessuno venga discriminato per il proprio sesso, la propria fede o la propria origine, allora una cosa deve essere chiara: la legge deve essere una sola per tutti, perché quando nasce una giustizia parallela, il confine tra pluralismo e separazione diventa terribilmente sottile e se quel limite viene superato, non è soltanto la giustizia a essere messa in discussione è l'idea stessa di Stato…
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