Volkswagen in ginocchio
La casa automobilistica tedesca annuncia il taglio di 100mila dipendenti e deve ringraziare la Cina
06/07/2026
di Roberto Baresi

La Volkswagen era in crisi da parecchio tempo e il Green Deal, secondo molti osservatori critici, le ha inferto il colpo di grazia.
Si parla oggi di centomila licenziamenti, pari a circa il 15% della forza lavoro.
Una riduzione enorme, mentre l'azienda guarda sempre più al settore della difesa, con la prospettiva di produrre mezzi militari finanziati dallo Stato al posto delle automobili acquistate dai cittadini.
In sostanza, quella che per decenni è stata l'azienda simbolo del Made in Germany si trova ad affrontare la fase più difficile della sua storia, dopo ottantotto anni di crescita costruiti con fatica e determinazione.
Secondo questa interpretazione, uno degli errori strategici più gravi è stato quello di privilegiare il rapporto con la Cina rispetto a quello con gli Stati Uniti, che dopo la Seconda guerra mondiale avevano contribuito alla rinascita economica della Germania.
Una scelta che appare il frutto di un'eccessiva fiducia nelle proprie capacità e nella propria posizione dominante.
I licenziamenti sono arrivati progressivamente: prima 35 mila a fine 2024, poi 50 mila nel marzo successivo e infine il traguardo dei 100 mila esuberi, un numero che fotografa la profondità della crisi.
La Germania, considerata per anni il motore economico d'Europa, ha puntato con decisione sulla transizione elettrica, convinta di poter ottenere vantaggi strategici e commerciali.
Oggi, però, si trova a fare i conti con risultati molto diversi dalle aspettative.
Ciò che suscita maggiore irritazione è il ruolo svolto dall'asse franco-tedesco che, grazie al proprio peso politico ed economico, ha contribuito a orientare anche gli altri Paesi dell'Unione Europea verso la stessa direzione.
Per molti, questa rappresenta una responsabilità che prima o poi dovrà essere valutata.
A farne le spese sarebbero stati non solo i grandi gruppi industriali, ma l'intero comparto automobilistico europeo.
L'aspetto più contestato riguarda il consumatore.
Attraverso incentivi e sussidi pubblici finanziati dai contribuenti, milioni di cittadini sono stati incoraggiati a sostituire il proprio veicolo in tempi molto più rapidi rispetto a quanto sarebbe avvenuto naturalmente.
Molti ritengono che si sia sottovalutata la capacità dei cittadini di comprendere le implicazioni economiche di queste scelte.
Ed è proprio questa percezione ad aver alimentato malcontento e diffidenza.
La domanda che molti si pongono è semplice: come si può convincere una persona ad acquistare un'auto molto più costosa, che richiede tempi di ricarica significativamente più lunghi rispetto a un normale rifornimento, mentre il valore della vettura già posseduta viene fortemente penalizzato?
Secondo i critici della transizione, era inevitabile che un sistema percepito come sbilanciato generasse resistenze e contestazioni.
Alla fine, le conseguenze sono ricadute proprio su coloro che avevano promosso questo modello.
L'analista del settore automobilistico Pierluigi Del Viscovo sostiene che l'industria automobilistica europea abbia spesso mostrato limiti nella capacità di interpretare il mercato e le esigenze dei consumatori.
Per anni, inoltre, il peso occupazionale del settore ha rappresentato un potente strumento di pressione nei confronti della politica, poiché ogni crisi industriale rischiava di trasformarsi rapidamente in una crisi di governo.
Rimane infine aperta la questione del valore dell'usato.
Per molte famiglie, l'automobile rappresenta un patrimonio economico importante.
Chi acquista un nuovo veicolo si aspetta che il mezzo precedente conservi un valore coerente con il suo stato d'uso e con i chilometri percorsi, senza essere penalizzato da scelte politiche o industriali legate alla transizione ecologica.
In definitiva, il nuovo sistema produttivo può apparire contraddittorio e difficile da comprendere.
Tuttavia, dietro le sue dinamiche si nascondono interessi economici, strategie industriali e decisioni politiche che stanno ridisegnando il futuro dell'automobile europea.
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