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Volkswagen riparte con l’aiuto Statale

Il gruppo dopo la folle corsa al green, cancella 50mila posti di lavoro e al posto delle auto fabbricherà carri armati per la difesa e questo è un concreto aiuto dello Stato


04/05/2026

di Mario Sutter


Un taglio da 50.000 posti di lavoro.
Un numero che non è solo una statistica, ma un’eco che rimbomba tra fabbriche, famiglie e intere comunità.
È il prezzo, secondo questa visione, del green imposto da Bruxelles.
E il risultato è un disastro che lascia senza parole.
A darne l’annuncio è stato l’amministratore delegato di Volkswagen, Oliver Blume, in un’intervista rilasciata al quotidiano Bild.
Parole misurate, ma cariche di gravità.
Blume ha parlato della necessità di una drastica riduzione dei costi, una cura durissima.
Eppure, non sufficiente, non abbastanza per evitare che il gigante tedesco si avvicini pericolosamente al baratro.
Da questa analisi, definita “onesta”, emerge uno scenario ancora più controverso: l’intervento dello Stato tedesco.
Un intervento che, secondo il testo, si inserisce nel contesto del riarmo europeo, visto come una via per sostenere economicamente l’azienda ed evitarne il fallimento.
Il manager lo dice chiaramente: dopo tutti i tagli, l’unica ancora di salvezza resta il supporto statale legato al settore bellico.
Una soluzione che appare paradossale, quasi surreale.
Perché, come viene sottolineato, il futuro della difesa non passerebbe più dalle armi tradizionali, ma da strumenti completamente diversi.
E proprio qui si apre una riflessione più ampia.
Se questo modello diventa legittimo, allora ogni Stato dell’Unione può intervenire direttamente per salvare le proprie aziende strategiche.
Da qui l’appello: anche l’Italia dovrebbe muoversi.
Un invito diretto a Giorgia Meloni a entrare nel settore automobilistico con capitali pubblici, creando un nuovo gruppo, tra “Super car” e auto popolari, capace di sostenere un comparto chiave come quello della componentistica, dove il Paese resta un punto di riferimento.
Nel frattempo, i numeri raccontano una realtà complessa: nel 2025, l’occupazione in Volkswagen è già scesa del 2%.
I veicoli elettrici rappresentano il 22% degli ordini e per il 2026 si prevede una crescita delle vendite del 3%.
Segnali positivi, certo, ma non abbastanza per uscire dalle sabbie mobili.
Ed è proprio lì che si inserisce l’intervento statale, visto come una possibile via di salvezza.
In sostanza, senza questo supporto, la storica azienda tedesca avrebbe rischiato di portare i propri conti in tribunale.
E così si delinea un’immagine potente, quasi simbolica: Volkswagen, un marchio che ha attraversato decenni e continenti, che ha scritto la storia dell’automobile, costretto, secondo questa lettura, a reinventarsi come produttore di veicoli militari.
Una trasformazione che sa di rottura, di fine di un’epoca e mentre il mondo cambia, resta una sola certezza: nel caos delle crisi e delle strategie, ogni Stato sembra ora libero di scegliere la propria strada.
E se c’è una cosa che all’Italia non manca, è proprio la capacità di reinventare il racconto.

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