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"È legittimo sperare che nel ricordare un pezzo di storia nulla sia dato per scontato"

Silvano Agosti, nel suo film-documentario Ora e sempre riprendiamoci la vita, ci guida alla scoperta di un decennio caldo


17/09/2018

di Niccolò Gangi


“In futuro, se ci sarà uno storico onesto, sentirà come legittima la necessità di avvicinare i dieci anni trascorsi dal 1968 al 1978 ai grandi eventi che hanno saputo cambiare il mondo come la rivoluzione francese e la rivoluzione russa”. Sono queste stesse parole che guidano Silvano Agosti nella realizzazione del suo film-documentario Ora e sempre riprendiamoci la vita, fuori concorso al settantunesimo Festival del Cinema di Locarno. 
Questo lavoro racconta il citato decennio in Italia, ripercorrendo le lotte, le rivendicazioni e le conquiste che hanno segnato l’epoca. Materiale cinematografico del periodo e filmati d’archivio vengono montati alternatamente a interviste ex post a vari protagonisti di quegli anni. Lo spettatore si trova così assorbito in un incessante vortice di testimonianze che, più che contestualizzare l’epoca, si sforzano di rievocarla. 
Agosti non organizza il materiale, non ha intenzione di formulare giudizi o conclusioni: le informazioni non formano un discorso coerente, ma travolgono chi guarda come un fiume in piena, straripante di parole e immagini ordinate solo cronologicamente. 
Il decennio viene rappresentato seguendo il filo conduttore del costante scontro tra due polarità inconciliabili: proletariato/potere, operai-studenti/borghesia, partigianeria/fascismo, emancipazione, femminile/maschilismo, liberazione dei costumi/conformismo. 
L’antagonismo di questi opposti si traduce quasi sempre in una rivendicazione della massa nei confronti di un potere elitario e conservatore, spesso associato all’idea di oppressione. Buona parte dei filmati mostra marce popolari, raduni di piazza o assemblee; tutte occasioni di un’aggregazione, di una volontà di chiedere e ottenere assieme, che caratterizza l’intero decennio. I grandi eventi storici di quegli anni - lo sbarco sulla luna, la morte di Pasolini, il caso Moro - vengono nominati solo marginalmente, non entrano davvero nel flusso del racconto, quasi come segnatempo o esempi concreti di un discorso più generale, che cerca di affrontare la storia come persistente tensione verso la realizzazione di ideali piuttosto che come insieme di singoli fatti. 
Anche la scelta degli intervistati è emblematica del tentativo di Agosti di offrire allo spettatore un materiale abbastanza eterogeneo da fargli capire quanto le lotte di quegli anni fossero capillari nella vita della società. Al tempo stesso, però, questa selezione riflette un’implicita presa di posizione ideologica. Alcune delle voci interpellate: Bernardo Bertolucci (regista di Ultimo tango a Parigi, in cui il sesso è l’unica risposta possibile al conformismo del mondo circostante), Dario Fo (Nobel per la Letteratura nel 1997, da sempre impegnato politicamente per la sinistra), Franca Rame (simbolo della lotta per l’emancipazione femminile, vittima di un raccapricciante stupro “politico” nel 1973), Franco Piperno (fondatore e leader di Potere Operaio). 
Diplomatosi al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, Silvano Agosti (Brescia, 1938) completa la sua formazione in Russia, studiando all’Istituto Statale di Cinema dell’Unione Sovietica S. A. Gerasimov, con sede a Mosca, dove si specializza in tecnica di montaggio e su Eisenstein.
Onesto e indipendente nell’esprimere le proprie idee, anche le più intransigenti, ha sempre preferito cercare vie alternative piuttosto che conformarsi a dettami imposti da altri, come dimostra l’apertura di una propria casa di produzione, 11 marzo Cinematografica, e il rilevamento di un cinema a Roma, ribattezzato Azzurro Scipioni, di cui cura la programmazione in prima persona. 
Nel corso degli anni è stato scrittore, poeta, saggista e regista. Ha realizzato il suo primo film nel 1967, Il giardino delle delizie, e, anche se in Italia è stato pesantemente censurato, all’Expo di Montréal ha vinto il premio come uno dei dieci migliori film realizzati al mondo in quell’anno.
Preferisce occuparsi personalmente della maggior parte dei ruoli produttivi (dalla sceneggiatura alla regia, dalla fotografia al montaggio), convinto che un cineasta debba occuparsi di tutti gli aspetti della creazione di un’opera per evitare che l’idea originale venga inquinata da troppi interventi di persone esterne. 
Ora e sempre riprendiamoci la vita ha il suo maggior pregio nel tentativo di mostrarsi come un quadro dall’orizzonte larghissimo, in cui lo spettatore può perdersi ammirando tutta la complessità di un paesaggio vario e sfaccettato. Il decennio ’68 – ’78 in Italia è dato troppo per scontato e questo film-documentario si sforza di dare rilievo ad anni che ancora oggi segnano la nostra vita fin nel quotidiano. 
A un certo punto l’intervistatore chiede a Franco Piperno se pensa che in futuro possa ripetersi un fenomeno paragonabile a quello del 1968. Piperno ci pensa un momento, poi parla convinto: la cosa più incredibile di quegli anni, dice, era la voglia di stare insieme. Lotte, conquiste, rivendicazioni, prese di posizione; tutto si faceva in gruppo, uniti, in costante comunione con gli altri. L’energia così intensa di tante persone che si riuniscono per dedicarsi anima e corpo a realizzare gli stessi ideali non può semplicemente esaurirsi, quell’energia deve continuare a scorrere anche se apparentemente sopita, come in un fiume sotterraneo. Il fiume sgorgherà ancora dalle profondità della terra e, quando succederà, travolgerà di nuovo tutto ciò che ha intorno. 
Ora e sempre riprendiamoci la vita però ha anche un grosso difetto: racconta la storia da un unico punto di vista. Il punto di vista “giusto”, certo. Il punto di vista delle masse, degli studenti, del proletariato, delle donne. Degli oppressi, insomma. Ma è pericoloso ridurre un decennio la cui essenza sta nello scontro e nella discussione a un monologo, ignorando del tutto l’altra voce della storia. Privi di contestazione, gli argomenti degli intervistati perdono di profondità, manca il risalto che deriva dal contrasto e ragionamenti complessi, sofferti e combattuti si semplificano in assunti sbiaditi, dati di fatto che appaiono ingiustamente retorici. 
In ogni caso il film-documentario è un prodotto che si batte in maniera ammirevole contro la “smemoratezza italiana” in difesa di un frammento di storia importante e prezioso, che a scuola non si studia e che è difficile spiegare a chi non l’ha vissuto. Come dice De André nella Canzone del Maggio è allettante e comodo sentirsi lontani da anni di cui non vogliamo sostenere la responsabilità, ma dalla cui influenza nessuno di noi è escluso: 
“E se vi siete detti
non sta succedendo niente, 
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credervi assolti
siete lo stesso coinvolti”

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