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Cerruti: una vita spericolata fra auto da corsa, tecnologie medicali e chirurgia robotica

Il presidente del Gruppo “ab medica”, 580 dipendenti e oltre 200 milioni di fatturato, si racconta all’insegna dell’ironia. Ricordando di quando all’università si era autopromosso, di quando era stato fra i primi a volare con il deltaplano, di come sia riuscito a cavalcare l’onda dell’innovazione negli ospedali portando per la prima volta in Italia il famoso robot da Vinci e molte altre tecnologie all’avanguardia


27/02/2017

di Mauro Castelli


Aldo Cerruti

Una vita spericolata ma attenta («Non ho mai cercato il rischio per il rischio, sia nella vita che nel lavoro»), inizialmente trascorsa all’insegna dello sport: «Ho sempre amato correre in auto, dove me la cavavo bene. Inoltre sono stato fra i primi, nel 1972-73, a volare con il deltaplano in quel di Castelluccio di Norcia, ma ho anche giocato parecchio a tennis, benché in questo campo mi ritenessi un perdente: ad esempio - ironizza - buttai al vento una finale al circolo Parioli di Roma sciupando ben 28 match ball». Ma Aldo Cerruti è anche un abile manipolatore delle parole, come si conviene a chi ha percorso, partendo dal basso, i sentieri delle vendite. Di certo una prima guida imprevedibile («Così mi percepiscono dall’esterno, e forse si tratta di una qualità»), oltre che un imprenditore «fondamentalmente pigro» seppure caratterialmente deciso: «In realtà qualche problemino fisico mi sta cambiando, e la gente di questo si stupisce. Tuttavia cerco di propormi tosto almeno in termini di facciata anche se onestamente - mente sapendo di mentire - non lo sono».
Con il piacere al seguito - assicura - di sentirsi «sottovalutato, di volare basso». Benché in realtà non si tiri mai indietro «quando c’è da rischiare». E se si arrabbia apriti cielo, perché «non guardo in faccia a nessuno». In ogni caso un numero uno che sa dove andare a parare, tanto da precisare: «Strada facendo ho rilevato diverse aziende fallite o chiuse per riportarle a nuova vita attraverso un radicale maquillage. Alcune sono già al top, altre sulla rampa di lancio, altre ancora mi hanno invece fatto soffrire come le storiche Officine Ortopediche Rizzoli di Budrio, nel Bolognese».
Un parlare chiaro che si rapporta a un’altra precisazione: «Ho la fortuna di avere a che fare, per così dire, con un gruppo di temerari, esattamente come me: nessuno di noi nasceva esperto in ciò che poi è diventato. Ci siamo tutti formati all’interno delle mie società, cercando sempre di cavalcare al meglio il non facile processo di crescita e di ristrutturazione in quanto tutti oggi conoscono bene il loro lavoro. Ed è inutile guardarsi intorno, anche perché quando ho inserito in azienda tecnici provenienti da multinazionali del settore è stato un buco nell’acqua…». 
Insomma, un presidente fuori dalle righe, Aldo Cerruti, prima guida di una realtà, la ab medica SpA di Cerro Maggiore, in provincia di Milano, che viaggia a gonfie vele nella produzione e distribuzione di tecnologie medicali avanzate e di innovativi sistemi di chirurgia robotica, ferma restando una presenza allargata alla telemedicina e alla genomica. Il tutto supportato da una significativa attività di ricerca e sviluppo svolta nel proprio polo produttivo e nell’annesso parco scientifico, in abbinata alla collaborazione con università e laboratori scientifici internazionali (è il caso dei progetti legati all’ingegneria tissutale, alla medicina rigenerativa e alle neuroscienze). Con un pallino di vecchia data: quello di credere fermamente nella mini-invasività.
Una realtà, quella di ab medica, che rientra nel suo portafogli, in termini di azionariato, al 95 per cento («La quota restante appartiene a Marco Reale, collaboratore di vecchissima data e oggi direttore generale del Gruppo»), che dà lavoro a 580 dipendenti fra Italia ed estero («Con una presenza vincente in Francia, Spagna, Svizzera e Slovenia»).
Che altro? Un Gruppo che si rifà a una holding alla quale fanno capo, oltre alla casa madre, tre filiali a Padova, Roma e Fisciano (Salerno) nonché otto realtà attive in Italia e all’estero, che nel 2016 hanno generato un giro d’affari di oltre 200 milioni di euro a fronte di «una previsione di 220 per quest’anno». Il tutto “condito” da buoni utili, sui quali l’interessato glissa alla grande, limitandosi a dire di pagare «una paccata di tasse». Utili in ogni caso «tutti reinvestiti in azienda».
Insomma, un personaggio di larghe vedute Cerruti, con quattro figli e due diversi matrimoni al seguito. Ma anche un uomo schietto («Mento in termini di facciata - in fondo è un lusso che mi posso permettere - ma non nei miei confronti»), coerente con le sue idee e con quelle degli altri («Prima di giudicare bisogna pensarci due volte»), ma anche attento a quel che gli succede intorno («Seguire il vento è fondamentale»). Lui pronto ad ammettere che nella vita la fortuna occupa un posto di primo piano, anche se è indispensabile saperla cavalcare. E fatto salvo - lui moderatamente superstizioso - che il vero patrimonio «è rappresentato dalla stima: quella che mi sono guadagnato anno dopo anno».
Ma veniamo all’avventurosa storia di quest’uomo, che strada facendo si è nutrita di quello che non ci si aspetta. «Sono nato il 22 dicembre 1943 a Croce Mosso, allora in provincia di Vercelli e oggi di Biella, perché lì erano sfollati i miei genitori in fuga dalla guerra. Mio padre lavorava come direttore dell’ufficio sanitario del Comune di Torino, ma quando avevo dieci anni si trasferì a Roma, città dove avrei vissuto sino all’età di 45 anni, fatto salvo un periodo da pendolare su Milano».
E in quel di Roma il giovane Aldo si sarebbe proposto, a suo dire, come la pecora nera di famiglia. «In effetti, dopo aver frequentato il liceo classico, mi sarei iscritto per un paio di anni alla facoltà di Fisica. Sin quando, non avendo affrontato un esame, decisi che forse era il caso, per evitare scenate in famiglia, di mettermi un voto fasullo sul libretto: un modesto 24, per non esagerare. A quel punto, non sapendo come uscirne, decisi di lasciare gli studi, mettendomi a gestire per un anno una autorimessa. Già in quel periodo mi piaceva gareggiare con le auto, ma dovevo accontentarmi di una modesta 500. Siccome ero tuttavia portato, ben presto sarei approdato alle categorie superiori, sino ad arrivare alla Coppa R5, una via di mezzo fra la Formula Tre e la Formula Uno. Trascorrendo un anno fra Milano e la Francia e frequentando piloti del calibro di Pironi e soprattutto del grande Prost, che sarebbero entrambi approdati in Formula Uno. Ma anch’io me la cavavo discretamente, tanto da aver vinto - con una baracchetta niente male - sette campionati di categoria».
Una passione a un certo punto accantonata, salvo registrare un ritorno di fiamma per le corse in età avanzata. «Successe infatti che capitassi in una storica officina milanese, che già conoscevo, la qual cosa mi avrebbe portato nel 2009, al volante di una Ferrari 430 e in coppia con il veloce Mario Ferraris, a vincere in GTA». Una categoria che l’aveva visto imporsi per la prima volta nel lontano 1969. Tornare quindi sul podio alla bella età di 66 anni - mai nessuno come lui - sarebbe stata una gran bella soddisfazione. Lui che strada facendo aveva corso - un’altra curiosità - con lo pseudonimo di Baronio (dal cognome dello storico cardinale Carlo) per non farlo sapere ai suoi.
Non bastasse, questa sua passione per il volante l’avrebbe travasata nella figlia Michela, trent’anni, alla ribalta come «pilota ufficiale BMW e fra le più forti donne in Europa, che ora ha iniziato a fare la giornalista di settore» alla faccia della sua laurea in Psicologia. Mentre gli altri suoi tre eredi hanno seguito strade diverse: Alice, 41 anni, laureata in Psicologia e Filosofia, lavora a Roma occupandosi anche di temi sociali; Alessandro detto Alex, 39 anni, marsigliese di madre corsa, laureato in Matematica, in Francia manda avanti la ab medica Sas, nata dall’acquisizione nel 2012 della DB2C, azienda con base a Méry-sur-Cher, attiva sin dal 1933 nello sviluppo e nella produzione dei più innovativi strumenti laparoscopici presenti sul mercato. «Siamo nella patria delle spade - aggiunge il presidente - e qui realizziamo strumenti in acciaio quanto mai resistenti, i migliori al mondo, tanto che li vendiamo anche negli Stati Uniti. Una realtà che vede al lavoro 65 dipendenti, che fattura sugli otto milioni, ma che riteniamo possa arrivare in breve tempo a oltre quota trenta. A contribuire a rimetterla in carreggiata e a potenziarla è stato Marco Reale, ma onestamente non so come abbia fatto visto che il suo francese non è certo perfetto». 
Infine eccoci a Francesca, «figlia avuta con la mia seconda moglie, con la quale ancora felicemente vivo. Una ragazza con i numeri giusti che, dopo gli studi, ha iniziato il suo percorso nel mondo medicale con una esperienza prima negli Stati Uniti e poi nelle sale operatorie italiane con il sistema robotico da Vinci. Lei che lavora con me da parecchi anni ed è davvero brava (anche se non dovrei dirlo) nell’occuparsi di tutto».
Ma torniamo al percorso lavorativo di Aldo Cerruti. Dopo la parentesi dell’autorimessa «mi sarei occupato per due anni di assicurazioni e credito, sin quando un incontro avrebbe segnato la mia vita. Sui campi in terra rossa avevo infatti conosciuto uno dei primi ingegneri biomedici, che si chiamava De Bellis, con il quale avrei iniziato a montare in sala operatoria - intorno ai 24-25 anni - i primi pacemaker. Lui era l’agente su Roma della Bosa Elettromedicali di Milano, la società che negli anni ’60 e ’70 aveva introdotto in Italia le tecnologie che avrebbero consentito la nascita e lo sviluppo della cardiochirurgia. Società che faceva capo a Piera Santambrogio, una donna dal braccino corto, tuttavia dotata non di due ma di… ventotto palle. Finii quindi anch’io per lavorare con lei, dandomi da fare a vendere non solo pacemaker nel Lazio e in una parte della Toscana, ma anche macchine cuore-polmone, ossigenatori, le prime valvole cardiache e le prime suturatrici. Lei che di questi prodotti aveva l’esclusiva per l’Italia, che peraltro copriva con soli cinque agenti».
Sta di fatto che la signora Santambrogio, visto che lo stimava, avrebbe ingaggiato Cerruti come rappresentante in esclusiva della Litechnica, una costola della Bosa che commercializzava pacemaker di produzione francese, oltre al rivoluzionario catetere tre in uno. «E in quattro anni, partendo da zero, avrei portato il fatturato a otto miliardi di lire». Il passo successivo fu l’apertura di una azienda, una mini-realtà in via Gallarate a Milano, con soli due dipendenti: «Luigia Barbieri, che lavora ancora con me e che bonariamente chiamo il capo dei capi, e Donatella Delù, che dieci anni fa mi ha lasciato per aprire un negozio».
E quell’aziendina Cerruti l’avrebbe ribattezzata ab medica, prendendo spunto dalle iniziali del suo nome e di quello della sua seconda moglie Bianca: era il primo gennaio 1984. Per la cronaca, «la signora Santambrogio mi aveva lasciato soltanto la rappresentanza dei cateteri, che però andavano bene e non mi potevo quindi lamentare. Tanto che ben presto avrei assunto il terzo dipendente, nella persona di Marco Reale, il mio attuale socio e direttore. Tuttavia non persi tempo nel cercare altre aziende che mi fornissero prodotti innovativi, tali da consentire agli ospedali di abbreviare i tempi di degenza e quindi di risparmiare. E io di vendere di più…».
Certo, «il lavoro di rappresentanza è bello, ma mi resi ben presto conto che i fornitori mi potevano lasciare in brache di tela da un momento all’altro. Iniziai così a fare investimenti, spesso giusti ma anche sbagliati. Come nel caso della Fenem statunitense, leader di un nuovo sistema di intubamento che si dimostrò buono nella trachea ma non certo nell’esofago. In ogni caso tutto sommato mi andò bene, grazie anche al lancio in Italia (era il 1987) del primo catetere multilume in anestesia; all’introduzione nel 1996 del sistema Gasless per la chirurgia laparoscopica senza uso di gas ideato dalla Origin; alla vendita, a partire dal 1999, del famoso sistema robotico da Vinci ideato dalla Intuitive Surgical. A quei tempi in Europa la chirurgia robotica e tutti i benefici che comporta (come ad esempio i tempi di degenza più rapidi) non erano conosciuti. E siamo stati noi a importarla per la prima volta, piazzando 18 robot in Italia contro i tre in essere oltre le Alpi; ora nel nostro Paese ne sono in servizio un centinaio contro i 480 del Vecchio Continente». E via via sino ad arrivare al primo Cyberknife, una apparecchiatura che consente di fare radiochirurgia total body, e al Mako, un robot che garantisce il perfetto posizionamento delle protesi all’anca e al ginocchio.
Ferma restando l’inaugurazione, nel 2004, di una moderna Camera bianca presso «il nostro polo produttivo Medical Labs», nonché del dipartimento Ricerca & Sviluppo. Per la cronaca, la sede di questa azienda leader nella realizzazione di kit per sala operatoria e nella produzione di dispositivi per la chirurgia mini-invasiva è a Cantù, nel Comasco. Il tutto a fronte di 15 brevetti registrati in ambito internazionale. Perché «la qualità è solo una parola sino a quando non prende forma».
E questo è quanto, salvo alcune curiosità volte a farci tornare il sorriso dopo aver parlato tanto di attrezzature medicali e, di riflesso, di malattie e di ospedali. Magari ricordando la passione di vecchia data di Aldo Cerruti per il Torino calcio mentre la moglie Bianca tifa per la Roma di Totti. Ma anche riportando altre spigolature di vita: «Non bevo, non mi drogo, non mi interessano gli elicotteri; amo viaggiare, ma mi sto impigrendo; mi piacciono le barche a vela, ma non sono un velista e nemmeno un marinaio». E soprattutto va sottolineata la sua ferma intenzione di restare in sella: «In passato qualcuno ha cercato di comprarmi, ma ho risposto picche; e ora ci provano banche e fondi, ma per il momento non ci penso minimamente a cedere quote della mia creatura. E poi sia chiaro: non voglio essere condizionato dal denaro, anche perché non sono uno spendaccione».

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