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Perché il Fisco amico deve ripartire dall'autotutela

Secondo il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, si deve passare da uno stato di paura nei confronti dell’amministrazione finanziaria a uno stato di certezza del diritto e della fiducia. Più facile a dirsi che a farsi


30/07/2018

di Salvina Morina e Tonino Morina


L’autotutela in campo fiscale sembra appartenere al passato. Così come si parla sempre di Fisco amico, ma spesso la realtà è diversa. Se è vero però che il Fisco deve essere amico dei cittadini, occorre proprio ripartire dall’autotutela. Per una vera autotutela è però necessario che il Fisco sia obbligato a rispondere alle istanze dei cittadini. Perché l’autotutela, così com’è, senza obbligo di risposta in tempi certi, serve a poco. Così come sono pochi gli uffici che si assumono la responsabilità di annullare gli atti sbagliati. 
L’autotutela è lo strumento che, in materia tributaria, impiega il cittadino per farsi ascoltare dagli uffici quando ritiene di avere subito un’ingiustizia. Per una giusta autotutela, gli uffici devono anche ricordarsi della regola non scritta, ma sempre valida, del buon senso. Basta con i formalismi inutili. I cittadini, quando ricevono una comunicazione da parte del Fisco, che inizia sempre con le parole “Gentile contribuente...”, vanno subito nel panico e aprono la lettera con ansia e grande preoccupazione. E lo stesso capita quando l’ufficio invita il cittadino a presentarsi con la documentazione contabile che sarà esaminata con un’attenzione esagerata, alcune volte maniacale, alla ricerca del pelo nell’uovo. 
Gli uffici devono ascoltare i cittadini - Gli uffici devono rispettare i cittadini, soprattutto quelli leali che fanno il loro dovere. Prima di emettere accertamenti infondati con numeri esagerati, gli uffici devono considerare anche la grave crisi economica. Per evitare inutili contenziosi, è necessario adottare atti di autotutela non solo su richiesta del contribuente ma, se ne sussistono i presupposti, anche d’iniziativa dello stesso ufficio per assicurare adeguati canoni di buona amministrazione.
Il Fisco è “amico” solo a parole - Con la confusione fiscale di questi tempi, ormai arrivata a livelli insostenibili ed intollerabili, gli uffici, pur di raggiungere gli obiettivi in tema di accertamento, controlli, verifiche ed altro, approfittano di qualsiasi errore del contribuente, anche se in contrasto con le promesse più volte fatte dai vertici dell’agenzia delle Entrate che parlano di un Fisco amico e leale. Belle parole, ma nei fatti non è così. Inoltre, dopo la sentenza 37 del 17 marzo 2015, della Corte costituzionale, che ha “cancellato” i dirigenti nominati senza concorso, la macchina fiscale è quasi ferma. Dopo la sentenza, ormai di oltre tre anni fa, gli uffici, a fronte di circa 1.100 dirigenti necessari, ne dispongono meno di 250, visto che 800, i cosiddetti “incaricati”, sono decaduti in quanto dichiarati illegittimi e altri 50 circa, dal 17 marzo 2015, sono andati in pensione. Insomma, il Fisco si è fermato e gli evasori ringraziano. E’ però arrivato il momento di dire veramente basta all’eterna guerra tra guardie (il Fisco) e ladri (i contribuenti). Ci vuole più lealtà e collaborazione, solo così si potrà sperare in un Fisco amico e contribuenti in buona fede, con l’obiettivo di eliminare la grande confusione fiscale che sta soffocando tutti, uffici dell’agenzia delle Entrate compresi. Come sempre, gli unici a beneficiarne sono i veri evasori. E poi si parla di “lotta all’evasione”, che, al pari dell’autotutela, appartiene al passato.
Passare da uno stato di paura ad uno di certezza del diritto e fiducia - La gente è stanca delle tante complicazioni chiamate “semplificazioni”. I contribuenti, anzi i “Cittadini” meritano più rispetto ed un sistema fiscale che generi certezze, non paure, ansie e panico, come quello degli ultimi anni. Anche il nuovo ministro dell’Economia, Giovanni Tria, nell’illustrare le linee guida davanti alla Commissione Finanze del Senato, il 17 luglio 2018, ha affermato che è “doveroso passare da uno stato di paura nei confronti dell’amministrazione finanziaria a uno stato di certezza del diritto e fiducia”. I princìpi guida devono essere quelli della buona fede e della reciproca collaborazione.
L’autotutela non è un optional - Già dal 1998, cioè dall’anno successivo all’entrata in vigore del regolamento sull’autotutela, 11 febbraio 1997, n. 37, con la lettera-circolare 195/S del 5 agosto 1998, il ministero delle finanze ricorda agli uffici “che non tengono conto della normativa vigente” e, in particolare, del decreto sull’autotutela che l’atto sbagliato è annullabile senza limiti di tempo. La lettera circolare prosegue, avvertendo gli uffici sui rischi che corrono con le liti temerarie. Essa categoricamente afferma che l’autotutela non è “una specie di optional” e l’ufficio emittente “non possiede una potestà discrezionale di decidere a suo piacimento se correggere o no i propri errori”.
Autotutela significa anche rispettare il cittadino - Il regolamento sull’autotutela, di cui al decreto 11 febbraio 1997, n. 37, riconosce il principio sacrosanto che chi ha il potere di fare ha anche il dovere-potere di disfare o di correggere il proprio errore. Qualsiasi atto sbagliato deve essere annullato dall’ufficio anche se:

  • l’atto è divenuto ormai definitivo per decorso dei termini per ricorrere;
  • l’atto sbagliato non è mai definitivo;
  • il ricorso è stato presentato ma respinto con sentenza passata in giudicato per motivi formali (inammissibilità, irricevibilità, improcedibilità); il contenuto dell’atto prevale sulla forma;
  • vi è pendenza di giudizio;
  • il contribuente non ha prodotto alcuna istanza.

Ai fini dell’autotutela, all’ufficio è attribuito il solo e unico compito di verificare, in modo del tutto autonomo e indipendente, se l’atto è legittimo o meno. Se la pretesa è infondata in tutto o in parte, va ritirata o ridotta per ristabilire un corretto rapporto con il contribuente, che non può essere chiamato a pagare tributi che non sono strettamente previsti dalla legge.
L’atto sbagliato che viene annullato comporta l’obbligo di restituzione delle somme indebitamente riscosse. L’annullamento in autotutela dell’atto illegittimo o infondato ha un solo limite: che esista una sentenza passata in giudicato favorevole all’ufficio; deve però trattarsi di una sentenza che abbia pronunziato sul “merito” del rapporto tributario e non nella forma o nel tempo.
L’autotutela serve ad entrambe le parti - fisco e contribuente - perché:
- tutela l’amministrazione finanziaria;
- tutela il cittadino interessato all’annullamento o alla correzione.
L’autotutela conviene perché fa risparmiare all’Amministrazione pubblica brutte figure e il pericolo di risarcire il contribuente erroneamente perseguitato. Un’accurata autotutela consente di:

  • ridurre il contenzioso;
  • migliorare il rapporto fisco-contribuente.

Per evitare di aprire liti inutili e dispendiosi per l’amministrazione finanziaria, è dovere degli uffici annullare gli atti illegittimi e infondati emessi e fare di tutto per evitare il contenzioso.
Come si è detto, però, se l’ufficio non ha alcun obbligo di risposta in tempi certi, ed il contribuente non ha alcuna tutela giurisdizionale, l’autotutela serve a poco, così come sono pochi gli uffici che si assumono la responsabilità di annullare gli atti illegittimi o infondati.

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