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Liti pendenti: la chiusura richiede calcoli complicati

L’applicazione di percentuali diverse rende l’operazione particolarmente difficile


04/02/2019

di Salvina Morina e Tonino Morina


La chiusura delle liti pendenti risulta a forte rischio di errori. La relativa definizione agevolata, infatti, richiede spesso calcoli complicati che rendono l’operazione particolarmente difficile, con il rischio per i contribuenti di cadere facilmente in errore. Questo per la semplice ragione che la nuova chiusura di queste liti, rispetto alle precedenti sanatorie, prevede l’applicazione di percentuali diverse, che variano sia in assenza di sentenze, sia in presenza di pronunce dei giudici di primo o secondo grado. 
Nel calcolare le somme dovute, inoltre, occorre prestare molta attenzione alla corretta individuazione del valore della lite, che va considerato al netto di eventuali annullamenti fatti dall’ufficio, in sede di autotutela o a seguito di concordati o conciliazioni non perfezionati con il pagamento. 
Nei casi più complessi, per evitare il paradosso di raddoppiare il contenzioso che si intende chiudere, è bene trovare una preventiva intesa con l’ufficio. In questo senso, è bene che si attivi lo stesso contribuente, facendo presente all’ufficio quali sono i calcoli fatti per chiudere la lite e che è sua intenzione definirla, al fine di evitare incertezze le sentenze “a sorpresa” di alcuni giudici tributari, visto che “capita di perdere quando si è sicuri di vincere” e “capita di vincere quando si è sicuri di perdere”. 
Resta fermo che gli uffici devono fornire l’assistenza chiesta dal contribuente che intende avvalersi della definizione agevolata. 
Chi può avvalersi della definizione - Per avvalersi della definizione, di cui all’articolo 6, del decreto legge 23 ottobre 2019, n. 119, convertito dalla legge 17 dicembre 2018, n. 136, è necessario che la lite sia pendente, anche a seguito di rinvio, al 24 ottobre 2018 e che, alla stessa data, il ricorso introduttivo del giudizio di primo grado “sia stato notificato alla controparte”, cioè all’ufficio delle Entrate. È inoltre necessario che, “alla data di presentazione della domanda ... il processo non si sia concluso con pronuncia definitiva” (paragrafo 2, “pendenza della lite”, circolare 22/E del 28 luglio 2017). 
Sono ammesse alla definizione anche le liti instaurate mediante ricorsi affetti da vizi di inammissibilità, in quanto proposti oltre i termini prescritti dalla legge, o privi dei requisiti di forma e di contenuto previsti dall’articolo 18 del decreto legislativo 546 del 1992, a condizione che entro il 24 ottobre 2018 sia stato notificato all’ufficio il ricorso in primo grado e per le quali, alla data di presentazione della domanda di definizione, non sia intervenuta una pronuncia della Cassazione che ne abbia statuito l’inammissibilità. 
Valore della lite - Il valore della lite è pari alla somma delle maggiori imposte accertate, al netto degli interessi e delle sanzioni. Ad esempio, in caso di accertamento con richiesta di imposte per 20mila euro, sanzioni 24mila euro, contributi Inps per 6mila euro, e interessi per 7mila euro, in totale 57mila euro, il valore della lite è pari a 20mila euro. In caso di liti relative esclusivamente alle irrogazioni di sanzioni, il valore della controversia è costituito dalla somma delle sanzioni. 
Per i contribuenti che si avvalgono della chiusura della lite pendente, il valore della lite va determinato al netto di eventuali importi annullati in sede di autotutela parziale, di quelli definiti a seguito di conciliazione o mediazione che non abbiano definito per intero la lite, ovvero per i quali si sia formato un giudicato interno sfavorevole all’ufficio. Invero, la parte della controversia sulla quale si è formato il giudicato interno, sfavorevole all’Amministrazione finanziaria, deve considerarsi non più pendente. Allo stesso modo, qualora l’ufficio, in esercizio del potere di autotutela, abbia annullato parzialmente l’atto impugnato, deve ritenersi non più pendente la parte del rapporto controverso oggetto di annullamento (circolare 22/E del 28 luglio 2017, paragrafo 4 “determinazione degli importi dovuti”). 
La definizione si perfeziona con la presentazione della domanda e con il pagamento degli importi dovuti o della prima rata entro il 31 maggio 2019. 
Gli sconti previsti – È stabilito che, in caso di ricorso pendente iscritto nel primo grado, la controversia può essere definita con il pagamento del 90 per cento del suo valore. In caso di soccombenza dell’agenzia delle Entrate nell’ultima o unica pronuncia giurisdizionale non cautelare depositata al 24 ottobre 2018, le controversie possono essere definite con il pagamento:

  1. a) del 40 per cento del valore della controversia in caso di soccombenza nella pronuncia di primo grado;
  2. b) del 15 per cento del valore della controversia in caso di soccombenza nella pronuncia di secondo grado.

In caso di accoglimento parziale del ricorso o comunque di soccombenza ripartita tra il contribuente e l’agenzia delle Entrate, l’importo del tributo al netto degli interessi e delle eventuali sanzioni è dovuto per intero relativamente alla parte di atto confermata dalla pronuncia giurisdizionale e in misura ridotta, (40 o 15%), per la parte di atto annullata. 
Le liti tributarie pendenti innanzi alla Corte di cassazione, al 19 dicembre 2018, per le quali l’agenzia delle Entrate risulti soccombente in tutti i precedenti gradi di giudizio, possono essere definite con il pagamento di un importo pari al 5% del valore della controversia. 
Domanda e primo o unico pagamento entro il 31 maggio 2019 - La definizione si perfeziona con la presentazione della domanda e con il pagamento degli importi dovuti o della prima rata entro il 31 maggio 2019; nel caso in cui gli importi dovuti superano mille euro è ammesso il pagamento rateale, in un massimo di venti rate trimestrali. Le rate successive alla prima scadono il 31 agosto, 30 novembre, 28 febbraio e 31 maggio di ciascun anno a partire dal 2019. Sulle rate successive alla prima, si applicano gli interessi legali calcolati dal 1° giugno 2019 alla data del versamento. 
Dal 1° gennaio 2019 gli interessi legali sono dovuti nella misura dello 0,8% annuo. In caso di “lieve inadempimento” nei pagamenti si applicano le disposizioni di cui all’articolo 15 - ter del Dpr 29 settembre 1973, n. 602. Esso stabilisce che è esclusa la decadenza in caso di lieve inadempimento dovuto a:

  • insufficiente versamento della rata, per una frazione non superiore al 3% e, in ogni caso, a 10mila euro;
  • tardivo versamento della prima rata, non superiore a sette giorni.

Chiusura lite con il rebus dell’Inps - Per finire, va detto che la nuova chiusura delle liti pendenti ripropone un vecchio problema, che non è stato ancora risolto. Di norma, la definizione delle liti ha effetto solo ai fini delle imposte. Resta perciò in sospeso il problema dei contributi Inps, che, per l’istituto previdenziale, sono sempre dovuti sulla base dell’accertamento originario emesso dall’ufficio. 
Il problema è “vecchio” nel senso che si ripete quanto già accaduto in occasione delle precedenti chiusure delle liti, ma nessuno ha fatto qualcosa per risolverlo. Perciò, l’Inps pretende il pagamento del 100% dei contributi chiesti con l’accertamento originario, a prescindere da come sia stata fatta la definizione delle imposte, o dagli esiti del contenzioso. Per l’Inps, in base a quanto riportato nella circolare 140 del 2 agosto 2016, nei casi di chiusura di lite “non può ritenersi che la definizione della lite… determini la quantificazione di un reddito inferiore rispetto a quello oggetto dell’accertamento. Quindi, in relazione agli accordi di chiusura agevolata delle liti fiscali pendenti, gli stessi non avranno efficacia sulle azioni di recupero promosse dall’Istituto il quale procederà alla riscossione degli importi da versare a titolo di contributi calcolati sull’intero ammontare originariamente accertato”. 
Va anche detto che sono ormai diverse le sentenze a favore dei contribuenti, che annullano le richieste dell’istituto previdenziale. E’ illegittima la richiesta dell’Inps, che pretende l’intero importo dei contributi accertati dall’agenzia delle Entrate, senza considerare che il contribuente ha definito la lite con il Fisco. Per il tribunale ordinario di Milano, sezione lavoro, sentenza 5304/2013, udienza del 21 giugno 2013, va dichiarata illegittima la richiesta dei contributi Inps “con tutte le conseguenze di legge, tenuto conto che non è stato richiesto un diverso accertamento dell’obbligo contributivo eventualmente sulla base dell’accordo intervenuto tra contribuente e fisco”. 
Il tribunale di Milano, oltre a dichiarare inesistente il credito, ha condannato l’Inps “a rimborsare alla ricorrente le spese di lite che liquida in complessivi euro 1.500 oltre accessori”. Insomma, è vero che la chiusura delle liti è una chiusura a metà, vale solo per il Fisco e non per l’Inps, ma l’istituto previdenziale non può pretendere nulla, basando la propria richiesta solo sull’accertamento emesso dall’ufficio delle Entrate. In verità, va detto che l’agenzia delle Entrate, nella direttiva del 28 dicembre 2012, aveva promesso di risolvere il “problema Inps”, visto che si era riservata di fornire indicazioni in merito alle residue quote eventualmente da iscrivere sulla scorta delle determinazioni dell’Inps nel frattempo interpellato dalla stessa agenzia delle Entrate. 
Le “determinazioni dell’Inps” sono rimaste solo una promessa, considerato che, con la predetta circolare Inps 140 del 2 agosto 2016, si sono complicate le chiusure delle liti precedenti. Insomma, più di 16 anni dalla chiusura delle liti di cui all’articolo 16 della legge 289/2002, senza che nessuno abbia mai risolto il problema dei contributi Inps, conseguenti alle chiusure delle liti pendenti. Al riguardo, si precisa che, com’è successo per le precedenti chiusure delle liti, di norma, l’istituto previdenziale non si è attivato. In questi casi, la chiusura della lite, fatta ai fini fiscali, diventa, per inerzia dell’Inps o per decadenza dei termini, chiusura definitiva anche ai fini previdenziali. 
Nei casi in cui l’Inps si è attivata, l’istituto chiede i contributi per l’intero importo accertato, salvo poi essere bocciato dalle sentenze dei vari Tribunali che ne annullano le richieste. Resta fermo che, in questo modo, anziché alleggerire il contenzioso, lo si alimenta, creando disorientamento ai contribuenti. Visto che la nuova chiusura prevede la presentazione della domanda entro il 31 maggio 2019, c’è tempo per mettere la parola “fine” al problema dell’Inps e dei contributi previdenziali.

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