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Fisco e Inps raddoppiano le pretese e si moltiplicano le liti

Con una direttiva del 28 dicembre 2012, l’Agenzia delle entrate si era riservata di fornire indicazioni in merito agli importi da iscrivere sulla scorta delle determinazioni dell’istituto previdenziale. Sono passati nove anni e non è cambiato nulla


06/09/2021

di Salvina Morina e Tonino Morina


Da molti anni esiste un doppio binario con il Fisco e l’Inps, che genera confusione e contenzioso che non ha alcuna giustificazione. Così come non ha alcuna giustificazione il fatto che nessuno, dal legislatore all’agenzia delle Entrate e all’istituto nazionale della previdenza sociale, abbia posto rimedio a una grave anomalia. Riguarda il caso, piuttosto frequente, degli accertamenti dell’Agenzia delle entrate, con richiesta di contributi Inps, con il Fisco e l’istituto previdenziale che duplicano la pretesa e moltiplicano le liti. 
Gli atti del Fisco e dell’Inps esecutivi dal 2011 - Al riguardo si ricorda che dal 1° ottobre 2011 gli avvisi di accertamento emessi dall’agenzia delle Entrate ai fini delle imposte sui redditi, Iva e Irap, sono “esecutivi” in quanto contengono l’intimazione ad adempiere al pagamento degli importi indicati entro i termini previsti. Gli accertamenti diventano esecutivi trascorso il termine utile per presentare ricorso e riportano l’avviso che, dopo 30 giorni dalla scadenza della data prevista per il pagamento, la riscossione delle somme chieste sarà affidata all’Agenzia delle entrate riscossione. Dal 1° gennaio 2011 anche la riscossione coattiva dei crediti previdenziali dell’Inps è effettuata mediante un avviso di addebito notificato dall’istituto, che ha valore di titolo esecutivo per la riscossione e che sostituisce la cartella di pagamento. 
L’assurda duplicazione delle stesse somme - L’applicazione di regole diverse tra Inps e Agenzia delle entrate comporta anche la richiesta di pagamenti delle stesse somme: situazione inaccettabile, ma reale. È quello che succede a molti contribuenti che, dopo avere ricevuto l’accertamento dell’ufficio delle Entrate, contenente anche la richiesta dei contributi Inps, a distanza di qualche mese o anno, si vedono ripetere la stessa richiesta dei contributi, da parte dell’istituto previdenziale. In questo modo il contribuente, se intende contestare l’accertamento del Fisco, deve presentare ricorso ai giudici tributari. Poi, per contestare la richiesta dell’Inps, deve presentare ricorso al Tribunale, in funzione del giudice del lavoro. Per contestare la doppia richiesta, il contribuente deve perciò fare due ricorsi, pagare i compensi a più professionisti ed affidarsi agli esiti incerti ed imprevedibili del contenzioso. Peraltro, vista la complessità del sistema fiscale italiano, le sentenze dei giudici sono spesso un terno al lotto. Capita di vincere quando si è sicuri di perdere, così come capita anche il contrario.
Doppia richiesta e doppio ricorso - Il guaio è che se il contribuente si “dimentica” di fare il ricorso al Tribunale, in funzione del giudice del lavoro, per i contributi Inps, a prescindere dagli esiti di quello presentato presso le commissioni tributarie, l’avviso di addebito dell’Inps, che costituisce titolo esecutivo, comporta l’obbligo per il contribuente di pagare le somme chieste. Può anche capitare che l’accertamento emesso dall’ufficio delle Entrate venga annullato, ma il contribuente, se non ha fatto ricorso contro l’avviso di addebito Inps, è costretto a pagare i contributi Inps indicati nell’accertamento annullato, con maggiorazioni e spese. In questi casi, i contribuenti possono presentare un’istanza di annullamento in autotutela, che, però, l’istituto previdenziale difficilmente prende in considerazione, con il paradosso di costringere il contribuente a pagare somme derivanti da un accertamento successivamente annullato. 
L’altalena delle sentenze: una volta si vince, l’altra si perde - Capita anche che le sentenze dei giudici tributari possano essere diverse da quelle del giudice del lavoro, una positiva e l’altra negativa o viceversa. La verità è che questo assurdo doppio binario, con la duplicazione delle stesse somme e il doppio contenzioso, deve essere eliminato perché ingiustificato e inaccettabile. In questo modo, anziché alleggerire il contenzioso, lo si alimenta, creando disorientamento ai contribuenti. 
Chiusure liti fiscali irrilevanti per l’Inps - Com’è successo per la chiusura delle liti, di cui all’articolo 16, della legge 289/2002, e per le altre definizioni agevolate, è capitato che l’istituto previdenziale non si sia attivato. In questi casi, la chiusura della lite, fatta ai fini fiscali, diventa, per inerzia dell’Inps o per decadenza dei termini, chiusura definitiva anche ai fini previdenziali. Invece, nei casi in cui l’Inps si attiva, l’istituto chiede i contributi per l’intero importo accertato più sanzioni accessorie e interessi, indipendentemente dalle percentuali di imposte pagate dal contribuente per chiudere la lite fiscale. Ad esempio, nel caso di una chiusura lite di 100mila euro per imposte e 100mila euro di sanzioni, in totale 200mila euro, con il forfait 10% delle imposte, cioè con 10mila euro, l’Inps pretende sempre per intero la somma chiesta con l’accertamento, ad esempio, contributi Inps 40mila euro, più sanzioni accessorie, interessi e spese, in totale circa 80mila euro. Un’assurdità! 
La direttiva del 2012 “dimenticata” - L’Agenzia delle entrate, in una direttiva del 28 dicembre 2012, contenente le istruzioni per gli uffici in materia di contributi Inps iscritti a ruolo, si era riservata di fornire indicazioni in merito alle residue somme eventualmente da iscrivere sulla scorta delle determinazioni dell’Inps nel frattempo interpellato dalla stessa agenzia delle Entrate. Le “determinazioni dell’Inps” e le indicazioni dell’agenzia delle Entrate erano e sono urgenti e indispensabili, ma, dopo 9 anni, nulla è cambiato, con i contribuenti costretti ad un doppio contenzioso dagli esiti imprevedibili. 
Come si è detto, non ha alcuna giustificazione il fatto che, da più di dieci anni, nessuno, dal legislatore, all’Agenzia delle entrate e all’Istituto nazionale della previdenza sociale, abbia posto rimedio a questa grave e inaccettabile anomalia. Di fatto un silenzio intollerabile.

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