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Stop ad accertamenti basati su studi di settore

Uffici bocciati e condannati a pagare le spese di giudizio se utilizzano l’automatismo dello strumento induttivo


15/05/2017

di Salvina Morina e Tonino Morina


La Cassazione boccia e condanna al pagamento delle spese di giudizio gli uffici che emettono accertamenti basati sugli studi di settore. La nuova bocciatura arriva con la sentenza 9755/17, depositata il 18 aprile 2017. Bocciatura con beffa per l’Agenzia delle Entrate, che viene condannata a pagare le spese del giudizio di legittimità, liquidate in 4.100 euro, oltre 200 per esborsi, più il 15% come contributo spese generali e accessori di legge. Per la Cassazione sbagliano perciò gli uffici che considerano gli studi di settore uno strumento di accertamento.

Dal 2017 studi sostituiti da indici di affidabilità fiscale - Da quest’anno gli studi di settore sono stati aboliti e sostituiti dagli “indici di affidabilità fiscale”. Ai contribuenti più affidabili saranno concessi benefici anche sull’esclusione o riduzione dei termini per gli accertamenti per stimolare l’adempimento spontaneo degli obblighi fiscali e migliorare la collaborazione tra Fisco e contribuenti. Insomma, basta con l’automatismo dello strumento induttivo che, in ogni caso, non passa più l’esame dei giudici tributari.

Fisco sempre bocciato sugli studi di settore - Come insegna la Cassazione, gli studi da soli non giustificano la rettifica dei ricavi. I ricavi o compensi che risultano dal programma informatico Gerico, gestione dei ricavi o compensi, usato dall’amministrazione finanziaria, costituiscono una presunzione semplice che, per assumere un elemento di prova di effettivi maggiori ricavi e reddito, deve essere supportata da ulteriori elementi da parte del Fisco. Sono ormai univoci e costanti i giudizi favorevoli ai contribuenti che, sulla base degli insegnamenti della Cassazione, bocciano gli accertamenti del Fisco basati solo sui risultati degli studi di settore. In questo senso si vedano, tra le tante, le sentenze 26635, 26636, 26637 e 26638 della Cassazione a sezioni unite, depositate il 18 dicembre 2009.

La “storia” del soldato giapponese che proseguì la guerra mondiale per 30 anni dopo che era finita - Alcuni uffici, però, continuano ad usare lo studio di settore come strumento di accertamento, come se nulla fosse cambiato, quasi “ripetendo”, in campo fiscale, la storia del soldato giapponese Onoda Hiroo, deceduto nel mese di gennaio 2014, all’età di 91 anni, che non sapeva che la Seconda guerra mondiale fosse finita da oltre 30 anni. Infatti, per tutti quegli anni aveva continuato la sua guerra, fino a quando non ricevette l’ordine del suo comandante, Yoshimi Taniguchi, per fortuna ancora vivo e in salute, che gli ordinò di deporre le armi.

Gli uffici devono essere informati che gli studi di settore non sono infallibili come si pensava fino a qualche anno fa - Morale della favola: per non ripetere la storia del soldato giapponese, è opportuno che qualcuno avvisi gli uffici che gli studi di settore, peraltro aboliti da quest’anno, non devono essere più usati come strumento di accertamento, come 19 anni fa, e che, se proseguono la lite, rischiano di non incassare nulla, con l’ulteriore danno di subire la condanna alle spese di giudizio. Per evitare inutili e defatiganti contenziosi, che rischiano solo di procurare danni ai contribuenti e all’amministrazione, cioè alla collettività, è bene che gli uffici, che hanno emesso accertamenti da studi di settore, annullino gli atti sbagliati nel più breve tempo possibile.

Il contenzioso è diventato il “gioco dell’oca” - La verità è che alcuni uffici costringono il contribuente a fare i tre gradi di giudizio: prima la commissione tributaria provinciale, poi quella regionale e infine la Cassazione, trasformando il contenzioso nel “gioco dell’oca”. A ogni sentenza favorevole per il contribuente segue il ricorso dell’ufficio che, in genere, non rinuncia alla lite, anche se è sicuro di perdere. Non è giusto perché i fastidi per i contribuenti, non solo in termini economici, sono notevoli. Ma gli uffici se ne lavano le mani, lasciando fare ai giudici, e, anche se perdono in tutti e due i primi gradi di giudizio, proseguono la lite fino alla Cassazione. Insomma, almeno dieci anni di sofferenze per i contribuenti. Questo modo di operare è sbagliato per la ragione che, in caso di errore dell’ufficio, il cittadino merita rispetto e l’atto errato va annullato in autotutela senza perdere tempo. Questo annullamento non è un optional, ma va fatto senza indugi ogni volta che ci sono i presupposti. Di tutto questo, le uniche persone che ci guadagnano sono i difensori dei contribuenti. Ma quelli che ci perdono sono gli uffici e i cittadini, cioè la collettività. Insomma, è vero che l’evasione c’è ed è tanta, ma se si sbaglia l’ufficio deve annullare subito l’atto sbagliato, nel rispetto del cittadino ingiustamente perseguitato. Purtroppo, la parola d’ordine “ridurre il contenzioso” in alcuni uffici viene letta al contrario, come se fosse scritta “moltiplicare il contenzioso”.

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