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Fiasco del Fisco che chiede le imposte agli eredi che hanno rinunciato all'eredità

La Cassazione boccia l’operato dell’ufficio e lo condanna a pagare le spese di giudizio per oltre 15mila euro


18/06/2018

di Salvina Morina e Tonino Morina


Il Fisco disturba ingiustamente gli eredi che rinunciano all’eredità e subisce una solenne bocciatura. Per la Cassazione, ordinanza 13639/18, depositata il 30 maggio 2018, chi rinuncia all’eredità non ha alcuna responsabilità per i debiti del contribuente deceduto. Sbaglia perciò l’ufficio che insiste nella richiesta di pagamento agli eredi rinunciatari, e, quindi, deve essere accolto il ricorso dei contribuenti con condanna alle spese a carico dell’agenzia delle Entrate per 15mila euro, oltre rimborso forfetario ed accessori di legge. Ecco i fatti. 
La richiesta del Fisco e il ricorso degli eredi - L’Agenzia delle entrate chiede il pagamento di imposte, sanzioni ed interessi agli eredi che avevano rinunciato all’eredità, ritenendoli responsabili in solido del debito del de cuius, derivante da accertamenti notificati il 30 dicembre 2008 e 28 gennaio 2009, dopo il decesso del de cuius avvenuto il 3 dicembre 2008. Per l’ufficio, considerato che gli eredi non avevano presentato ricorso contro gli accertamenti, era legittima la richiesta di pagamento. Il fatto curioso è che sia i giudici di primo grado, sia la commissione tributaria regionale della Campania, hanno ritenuto legittima la cartella di pagamento, per Iva 2003, 2004 e 2005, notificata il 6 novembre 2009 alla moglie e ai figli del contribuente deceduto, in qualità di eredi. 
Il ricorso in Cassazione - Nel ricorso in Cassazione, contro le sorprendenti sentenze dei giudici di merito, gli eredi ribadiscono la loro carenza di legittimazione passiva in forza dell’efficacia retroattiva della rinuncia all’eredità, a norma dell’articolo 521 del codice civile. Fanno presente inoltre la violazione e falsa applicazione dell’articolo 2697 del codice civile in materia di “onere della prova”, per avere i giudici di secondo grado “assunto, quale presupposto di partenza, il possesso dei beni ereditari da parte dei chiamati; circostanza fattuale, quest’ultima, non provata dall’ufficio con riguardo agli specifici beni mobili ed immobili del de cuius (peraltro già attratti al regime di separazione patrimoniale tra i coniugi)”. 
Gli insegnamenti dei giudici di legittimità 
Per la Cassazione, deve essere accolto il ricorso dei contribuenti in quanto la Commissione tributaria regionale non ha considerato che gli accertamenti “erano stati notificati, pochi giorni dopo il decesso del de cuius, allorquando essi si trovavano nella qualità, non già di eredi, bensì di chiamati all’eredità”. Legittimamente, pertanto, i contribuenti hanno poi impugnato la cartella loro notificata sulla base degli accertamenti, per far valere l’insussistenza della propria responsabilità tributaria per i debiti del de cuius, in quanto rinuncianti all’eredità da questi dismessa. Per la Cassazione, va osservato che, a norma dell’articolo 521 del codice civile “chi rinuncia all’eredità è considerato come se non vi fosse mai stato chiamato”; ne consegue che “per effetto della rinuncia, viene impedita retroattivamente - cioè a far data dall’apertura della successione - l’assunzione di responsabilità per i debiti facenti parte del compendio ereditario; il che equivale ad affermare che condizione imprescindibile affinché possa sostenersi l’obbligazione del chiamato a rispondere di tali debiti è che questi abbia accettato l’eredità”. 
Chi rinuncia all’eredità non deve essere disturbato - In proposito, si ricorda che, per principio univoco e consolidato della Cassazione, il Fisco non può pretendere pagamenti a persone che rinunciano all’eredità e, quindi, mai divenute eredi del defunto, cioè dell’originario debitore. Una conferma in questo senso, è nell’ordinanza della Cassazione, n. 27093/13, udienza del 26 settembre 2013, depositata il 3 dicembre 2013, con la quale è stato rigettato il ricorso proposto dall’agenzia delle Entrate, che insisteva per la pretesa erariale nei confronti dell’erede, con condanna alle spese liquidate in 3mila euro, più 100 euro di accessori. Sono stati più severi i giudici di legittimità con la predetta ordinanza 13639/18, depositata il 30 maggio 2018, che hanno condannato il Fisco al pagamento delle spese di giudizio per 15mila euro, oltre rimborso forfetario ed accessori di legge. 
Il Fisco è “amico” solo a parole - La vicenda dimostra che alcuni uffici, più che ascoltare le ragioni dei cittadini, amano alimentare il contenzioso, sperando magari in qualche sentenza a sorpresa dei giudici tributari, che poi, però, non passa l’esame della Cassazione. Inoltre, con la confusione di questi tempi, pur di raggiungere gli obiettivi, alcuni uffici approfittano di qualsiasi errore del contribuente, anche se in contrasto con le promesse più volte fatte dai vertici dell’agenzia delle Entrate che parlano di un Fisco amico e leale. Belle parole, ma nei fatti non è così. La domanda è se le parole di Fisco amico rispondono a verità, perché, oggi più che mai, c’è la necessità di un Fisco amico e leale nei fatti e non solo nelle parole. Ci vuole più lealtà e collaborazione, solo così si potrà sperare in un Fisco amico e contribuenti in buona fede, con l’obiettivo di eliminare la grande confusione fiscale che sta soffocando tutti, uffici dell’agenzia delle Entrate compresi. Come sempre, gli unici a beneficiarne sono i veri evasori. E poi si parla di “lotta all’evasione”.

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