Share |

Fisco e Inps raddoppiano le pretese, moltiplicando in questo modo il contenzioso

Prima l’Agenzia delle Entrate con l’accertamento, poi l’Istituto previdenziale con separata richiesta, pretendono il pagamento dei contributi accertati, costringendo il contribuente a presentare separati ricorsi: uno ai giudici tributari e l’altro al giudice del lavoro


27/02/2017

di Salvina Morina e Tonino Morina


Pagare le tasse e i contributi previdenziali è giusto e doveroso. Chiedere ai contribuenti di pagare due volte le stesse somme è però inaccettabile, ma vero. È quello che infatti succede a molti contribuenti che, dopo avere ricevuto l’accertamento dell’ufficio delle Entrate, contenente anche la richiesta dei contributi Inps, a distanza di qualche anno si vedono ripetere la stessa richiesta da parte dell’Istituto previdenziale. In questo modo, il contribuente, se intende contestare l’accertamento del Fisco, deve presentare ricorso ai giudici tributari. Poi, per contestare la richiesta dell’Inps, deve anche presentare ricorso al tribunale, in funzione del giudice del lavoro. Insomma, doppia richiesta, doppio contenzioso e maggiori compensi a più professionisti per affidarsi agli esiti incerti ed imprevedibili del contenzioso.

Un esempio preso dal vero - L’esempio che segue riguarda un contribuente al quale l’ufficio delle Entrate ha notificato nel 2014 un accertamento, per l’anno 2005, con richiesta di somme per complessivi 105.226 euro, di cui 9.076 a titolo di contributi Inps. Contro l’accertamento, il contribuente ha presentato ricorso alla Commissione tributaria provinciale ed è ancora in attesa di fissazione della prima udienza. A distanza di quasi due anni, il 13 dicembre 2016, l’Istituto previdenziale, facendo riferimento all’accertamento emesso dall’ufficio dell’Agenzia delle Entrate, notifica un “avviso di addebito”, chiedendo gli stessi contributi Inps chiesti dall’ufficio delle Entrate, per 9.076 euro, più sanzioni accessorie, interessi di mora, oneri di riscossione e spese per 9.717,12 euro, quindi per un totale 18.793,12 euro.

Doppia richiesta e doppio ricorso - Nell’avviso di addebito, l’Istituto previdenziale “avverte” il contribuente che, per contestare la richiesta dell’Inps, deve presentare ricorso al tribunale, in funzione del giudice del lavoro, entro 40 giorni dalla notifica, cioè entro il 22 gennaio 2017. Insomma, per la stessa richiesta di contributi Inps, il contribuente ha dovuto fare due ricorsi, uno alla Commissione tributaria provinciale e l’altro al tribunale. Il guaio è che se il contribuente si “dimentica” di fare il secondo ricorso, a prescindere dagli esiti di quello presentato alla Commissione tributaria provinciale, decorso il termine di 60 giorni dalla notifica l’avviso di addebito dell’Inps, che costituisce titolo esecutivo, comporta l’obbligo per il contribuente di pagare le somme chieste. In caso di mancato pagamento, l’agente della riscossione potrà procedere alla espropriazione forzata, sulla base dell’avviso di addebito, con i poteri, le facoltà e le modalità che disciplinano la riscossione a mezzo ruolo.
È evidente che non si può costringere il contribuente a presentare due ricorsi, uno ai giudici tributari e un altro al tribunale, per contestare la stessa richiesta. Con l’aggravante che le sentenze emesse potranno essere di segno diverso, una positiva e l’altra negativa o viceversa, così come capita spesso che l’accertamento venga definito in adesione con l’ufficio delle Entrate, comprensivo dei contributi Inps concordati, ma la cui definizione potrebbe non rilevare per l’Inps. È quello che, ad esempio, è capitato nei casi di chiusura liti pendenti, con l’Istituto previdenziale che pretende il pagamento del 100% dei contributi, nonostante la definizione delle imposte sia stata fatta con il forfait del 10, 30 o 50 per cento (circolare Inps n. 140 del 2 agosto 2016).
La verità è che questo assurdo doppio binario, con la doppia richiesta delle stesse somme e il doppio contenzioso, deve essere eliminato perché ingiustificato ed inaccettabile. In questo modo, anziché alleggerire il contenzioso, lo si alimenta, creando disorientamento nei contribuenti. Al riguardo, per il tribunale di Catanzaro, l’impugnazione in sede giudiziaria costituisce impedimento legale all’iscrizione a ruolo del credito contributivo scaturente dall’accertamento tributario ritualmente impugnato dinanzi la competente autorità, con la conseguenza che l’iscrizione stessa, essendo comunque stata eseguita, va considerata illegittima ed annullata (sentenza dell’11 marzo 2010).

I giudici di legittimità bocciano le richieste dell’Inps - Per la Cassazione, sentenza 8379 del 9 aprile 2014, l’Istituto previdenziale deve attendere l’esito del contenzioso tributario prima di procedere alla riscossione dei crediti previdenziali. Per i giudici di legittimità, si deve rispettare il seguente principio di diritto: “In materia d’iscrizioni a ruolo dei crediti degli enti previdenziali il decreto legislativo n. 46 del 1999, articolo 24, comma 3, il quale prevede la non iscrivibilità a ruolo del credito previdenziale sino a quando non vi sia provvedimento esecutivo del giudice qualora l’accertamento su cui la pretesa creditoria si fonda sia impugnato davanti all’autorità giudiziaria, va interpretato nel senso che l’accertamento, cui la norma si riferisce, non è solo quello eseguito dall’ente previdenziale, ma anche quello operato da altro ufficio pubblico come l’Agenzia delle Entrate, né è necessario, ai fini di detta non iscrivibilità a ruolo, che, in quest’ultima ipotesi, l’Inps sia messo a conoscenza dell’impugnazione dell’accertamento davanti all’autorità giudiziaria anche quando detto accertamento è impugnato davanti al giudice tributario”.
Resta sempre il dubbio che nel “sistema Italia” ci sia poca comunicazione tra i vari uffici della pubblica amministrazione.

(riproduzione riservata)