Share |

Parità di trattamento tra il Fisco e i contribuenti: una promessa non mantenuta

Sugli interessi, l’amministrazione finanziaria fa la parte del leone: riconosce poco, pretende almeno il doppio. Una disparità che doveva essere eliminata da un decreto previsto entro il mese di gennaio 2016


27/05/2019

di Salvina Morina e Tonino Morina


Continua a scendere la misura degli interessi di mora. Dal mese di luglio saranno perciò più “leggere” le cartelle dell’agente della Riscossione pagate tardivamente. È infatti in arrivo una nuova riduzione degli interessi di mora per chi paga in ritardo le cartelle. La misura del 3,01% fissata lo scorso anno, con effetto dal 15 maggio 2018, sarà infatti ridotta al 2,68% con effetto dal primo luglio 2019. La nuova misura è stata fissata da un provvedimento del 23 maggio 2019 del direttore dell’Agenzia delle Entrate, Antonino Maggiore. 
La percentuale degli interessi di mora è determinata annualmente tenendo conto della media dei tassi bancari attivi stimati dalla Banca d’Italia. Dopo l’altalena degli anni precedenti, con gli interessi un anno ridotti e un altro aumentati, è stata fissata dal 1° ottobre 2013 al 5,2233%, passando così dal 5,14% dal primo maggio 2014 al 4,88% dal 15 maggio 2015, poi al 4,13% dal 15 maggio, quindi al 3,50% dal 15 maggio 2017, al 3,01% dal 15 maggio 2018, per ridursi infine al 2,68% con effetto dal primo luglio 2019. 
Il nuovo tasso è dovuto da chi paga in ritardo le somme chieste con le cartelle di pagamento, che ora diventeranno più “leggere”. Il provvedimento è previsto dall’articolo 30 del decreto sulla riscossione, Dpr 29 settembre 1973, n. 602. Esso stabilisce che, decorso inutilmente il termine di 60 giorni dalla notifica della cartella, sulle somme iscritte a ruolo si applicano, a partire dalla data della notifica della cartella e fino alla data di pagamento, gli interessi di mora al tasso determinato annualmente con riguardo alla media dei tassi bancari attivi. 
La misura unica per pagamenti e rimborsi è rimasta solo una promessa - Si deve rilevare che, in materia di interessi, non è stata mai fissata una misura unica per i versamenti e per i rimborsi. Infatti, nonostante i vari annunci, si è ancora in attesa di un allineamento per evitare che gli interessi applicati dal Fisco su quanto gli è dovuto siano più alti di quelli riconosciuti al contribuente in caso di rimborso. In verità, si sarebbe dovuto mettere la parola “fine” su queste disparità, con il Fisco che fa la parte del leone, che riconosce poco e pretende almeno il doppio. Infatti, se il contribuente deve avere il rimborso, l’interesse riconosciuto dal Fisco per il ritardo è, di norma, il 2% annuo, mentre se il contribuente versa dopo la scadenza, l’interesse che deve pagare è il doppio. Inoltre, scatta pure la sanzione del 30%, riducibile al 15% se il contribuente paga entro 90 giorni, mentre nessuna sanzione è prevista a carico del Fisco, anche se esegue i rimborsi in ritardo. 
La disparità doveva essere eliminata da un decreto che si sarebbe dovuto approvare nel mese di gennaio del 2016. Si tratta del provvedimento previsto dall’articolo 13 del decreto legislativo 24 settembre 2015, n. 159, in vigore dal 22 ottobre 2015. Il decreto che doveva fissare una misura unica di interessi per versamenti, riscossione e rimborsi di ogni tributo, doveva essere emanato entro 90 giorni dalla data di entrata in vigore del predetto decreto legislativo 159/2015. 
Considerato che questo decreto è entrato in vigore il 22 ottobre 2015, il provvedimento doveva essere emanato entro il 20 gennaio 2016. Per il momento, visto che il decreto è rimasto solo una promessa, si devono applicare le misure vigenti, che sono di diversa misura e, di norma, favoriscono il Fisco, penalizzando i contribuenti. Ad esempio, chi paga a rate le imposte risultanti dalle dichiarazioni annuali dei redditi, dell’Iva e dell’Irap, deve gli interessi nella misura dello 0,33% mensile, cioè pari al 4% annuo. 
La strana altalena degli interessi - Per finire, va detto che l’applicazione altalenante degli interessi, una volta legali, un’altra volta fissi, non hanno alcuna logica. Lo dimostra il fatto che, per le rottamazioni cartelle, sono state chieste misure più alte degli interessi legali. Per chi ha pagato a rate le somme della prima e seconda rottamazione, sono stati chiesti gli interessi del 4,5%, mentre per la terza rottamazione sono chiesti gli interessi del 2% (articolo 3, comma 3, decreto - legge 23 ottobre 2018, n. 119). 
La stessa misura del 2% è chiesta per chi paga a rate le somme dovute per il cosiddetto “saldo e stralcio”, che prevede sconti variabili dal 65 al 90 per cento (articolo 1, commi da 184 a 198, della legge di Bilancio 2019, legge 30 dicembre 2018, n. 145). 
Invece, ai “ripescati” della prima e seconda rottamazione che hanno pagato le rate “dimenticate” entro il 7 dicembre 2018, per il residuo debito da pagare sono chiesti gli interessi dello 0,3 per cento (articolo 3, commi 21 e 24, del decreto - legge 119/2018). 
Interessi che passano alla misura legale dello 0,8 per cento annuo per chi paga le rate della chiusura delle liti pendenti (articolo 6, comma 6, decreto - legge 23 ottobre 2018, n. 119) o le rate della definizione agevolata dei processi verbali di constatazione (articolo 1, comma 7, decreto - legge 23 ottobre 2018, n. 119). 
Qualcuno si chiederà il perché: misteri del Fisco…

(riproduzione riservata)