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Il Made in Italy è il vero motore della nostra economia

La genialità tricolore è come la foresta amazzonica, il polmone verde dell’intero pianeta


22/05/2017

di Mario Pinzi


Se burocrazia e tasse sono il gioco al suicidio dei nostri politici, noi italiani abbiamo imparato a sopravvivere evadendole con creatività; e il resto del mondo si rassegni, perché la nostra intelligenza è come la foresta amazzonica, vero polmone verde dell’intera Terra.
Nella classifica “Global power of luxury goods 2017”, redatta dalla Deloitte, ben 26 brand italiani si sono posizionati nelle prime cento posizioni; un risultato che non ci sorprende perché l’Italia, da sempre, ha una artigianalità ineguagliabile.
Cari lettori, l’80% del tesoro artistico-culturale del pianeta è nelle nostre mani, un’eredità che dimostra come i nostri gusti siano di una raffinatezza assoluta. Dall’Impero romano ad oggi, ingegneri, architetti, artigiani e industriali hanno sempre lavorato per l’élite mondiale, a riprova del fatto che il prodotto italiano è senza pari. Desidero ricordare, ad esempio, che il nostro Ferragamo faceva le scarpe alle dive di Hollywood e che le sorelle Fontana le vestivano. Il tessuto imprenditoriale italiano è fatto di piccole e medie imprese uniche al mondo perché sono state create da veri geni. Sono queste le basi del successo del marchio “Made in Italy”, sinonimo di imbattibilità globale.
L’Italia, con la sua bellezza nobilita il pianeta, e dal nord alle isole regala ai suoi visitatori dei paesaggi che stupiscono: il bello fa parte del nostro DNA. Ma nonostante questa unicità, i nostri politici non sanno sfruttare quello che il buon Dio ci ha donato.
Non so cosa ne pensate voi, cari lettori, ma personalmente di questa venduta Europa sono veramente stufo. Il nostro futuro potrà essere affrontato con soddisfazione solo se avremo il coraggio di uscire dall’euro, ed è perciò giusto chiederci cosa accadrà se lo faremo.
Uno dei primi scenari che il professor Alberto Bagnai, economista e studioso di questo problema, ha delineato è stato quello della svalutazione della nuova lira. Secondo il suo studio, il riallineamento del cambio non sarà uguale per tutte le monete (con il Nord Europa toccheremo il 24%, con gli USA il 12% e con i Paesi extra Ue l’8%), ma i suoi effetti miglioreranno sensibilmente la competitività delle nostre merci e nel quinquennio la differenza verrà assorbita, riducendo notevolmente il nostro debito pubblico. Già nel primo anno si avrà un calo di 5 punti percentuali, mentre nei 5 anni toccherà il 20%: una chiara vittoria sulla politica dell’austerità voluta dalla Germania. Attenzione, però: sarà la svalutazione del cambio a dare la spinta alla crescita del Pil nominale che farà ridurre il debito e la tenuta dei conti pubblici. Una decisione, comunque, che ci permetterà di realizzare delle politiche di bilancio finalizzate all’occupazione e che annulleranno le critiche al nostro comportamento. Insomma, l’uscita dall’euro restituirà al nostro Paese l’autorità per far ripartire i consumi interni utili alla riduzione del debito.
Cari lettori, c’è però un altro problema molto serio che l’Europa non ha evidenziato. Ancora una volta i cinesi stanno facendo i furbi, o sono d’accordo con la Germania per annientarci. Il piano “Via della Seta” è stato studiato per la conquista del mondo, ma nessun politico italiano ha capito la trama ordita dalla Cina. Il progetto del leone asiatico, che ha rispolverato le rotte marittime del passato per il trasporto delle merci, prevede di chiedere agli Stati interessati ingenti investimenti per ampliare i porti, e con chi non ha i mezzi per farlo avanzerà la proposta d’acquisto, come è già avvenuto in Grecia. Pechino, con un miliardo e mezzo di abitanti e un Pil che continua a crescere al ritmo del 6%, se comprerà i nostri scali diventerà pericolosissimo, e questa è un’ottima ragione per non soccombere alla sua strategia. Stiamo assistendo ad uno scenario che certifica il fallimento della politica europea basata sulla austerità e i bassi stipendi, che hanno bloccato il consumo interno costringendo l’industria manifatturiera a non investire in ricerca e quindi a non creare nuovi prodotti: un problema serio dato che ci impedisce di combattere con la qualità le merci del leone asiatico. Per non finire sbranati, l’Italia dovrà dunque reagire utilizzando la propria genialità, unica forza capace di fermare la delocalizzazione produttiva verso la Cina.
Allora, cari lettori, cerchiamo di comprendere chi potrà essere il vincitore del domani. Personalmente, sono certo che trionferà chi possiede nel proprio territorio l’industria manifatturiera orientata alla ricerca di nuovi prodotti capaci di assorbire i costi di una manodopera super specializzata in grado di realizzare manufatti di pregio per i miliardari del mondo. Per la chiarezza di queste idee dimostrate dai fatti, vi invito a gridare basta Europa, ci hai veramente stancati…

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