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L'emergenza umanitaria? Sulla scena di discutibili confini

Il giornalista e scrittore Marco Truzzi ci accompagna in un viaggio sugli anacronismi delle frontiere d’Europa


18/04/2017

Cosa sono i confini? Linee che separano e al tempo stesso uniscono. Che, in senso lato, si rapportano al diritto internazionale e alla geografia politica. In altre parole rappresentano la linea che separa uno Stato da un altro. Ma con i dovuti distinguo quando si tratta di immigrazione, visto che in scena entrano i confini della chiusura e, al tempo stesso, quelli dell’accoglienza.
Una delicata tematica, questa, che ha portato il giornalista e scrittore emiliano Marco Truzzi, nato a Correggio nel 1975 e laureato in Filosofia, a raccontare di quel che succede realmente nei punti di transito fra un Paese e un altro di questa Unione europea che, soltanto a parole, rappresenta un’unica entità. Da qui il libro Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere (Exòrma, pagg. 158, euro 14,50), un lavoro nato peraltro dal caso. Tiene infatti a precisare l’autore: «Questo libro - e tutto il progetto Europe around the borders - non sarebbe mai stato scritto se un pomeriggio di un sabato d’inverno Ivano Di Maria non mi avesse telefonato dicendomi: Pensavo a un progetto sui confini, ti andrebbe di lavorarci insieme? Ivano è un ottimo fotografo e una persona con una sensibilità straordinaria. E ha la capacità di non arrendersi neanche davanti alla photoeditor di una celeberrima rivista italiana, che dice cose come queste: I migranti? Lasciate perdere, è un argomento superato. E non sarebbe mai stato scritto se Annamaria, Lorenzo e Letizia (la mia famiglia, in ordine di apparizione) non si fossero organizzati per consentirmi, comunque, di andare».
Ecco, questo è il dietro le quinte di un viaggio volto a raccontare anche cose scomode, a metterci in gioco di fronte a fatti più grandi di noi. Un viaggio di mesi all’insegna dei sacrifici per dare voce - «attraverso le mie parole e le fotografie di Ivano, che sono diventate prima mostra e poi catalogo» - a situazioni al limite. Un viaggio sulle frontiere di un’Europa, quella di Schengen, «che vacilla»; che non si limita alla cronaca dell’emergenza dei vari flussi migratori, ma si addentra anche nei gravi risvolti umanitari; che attraversa luoghi dove rimangono indizi di una storia recente, di frontiere in realtà ancora in essere.
In ogni caso l’itinerario di Truzzi parte, a sorpresa, dalle coste africane. «Le città portuali di Melilla e Ceuta, affacciate sul Mar Mediterraneo, sono a tutti gli effetti territorio europeo e, nello specifico, sono enclavi spagnole. Di là dalle recinzioni - è stato scritto - ci sono il Marocco e folle di persone che tentano di entrare in ogni modo in questi piccoli frammenti d’Europa. È l’effetto del confine: creare un al di là e un al di qua, creare cioè porzioni di territorio che leggi e trattati rendono seducenti, respingenti o invivibili».
Ma veniamo alle note editoriali. «Al nord, a Basilea, città d’incontro di tre nazioni, a Copenaghen, tra percorsi ciclabili rialzati ed eleganti palazzi in vetro e cemento, e ancora più su, in Svezia e in Norvegia, dove il confine è segnato da pianure, boschi e una pace silente, si percepisce ancora solo l’eco lontana di quanto avviene lungo altri confini, spesso letteralmente in fiamme. A Melilla, in un’Europa che è Africa, al checkpoint di Barrio Chino controllato dal governo spagnolo, centinaia di persone trasportano balle piene di mercanzia, lavorando per conto di notabili marocchini per una forma di migrazione costante e tollerata; a Ventimiglia, alcune decine di ragazzi africani trascorrono l’estate accampati sugli scogli in riva al mare; a Calais si muore nel tentativo di attraversare la Manica nascosti sotto i tir o si vive nel limbo della “jungle”; a Röszke, in Ungheria, si sorveglia un muro di filo di ferro, volto a tenere lontani i siriani; a Seghedino, a Cracovia, persino in una capitale come Belgrado, si vive in attesa che qualcosa debba accadere, qualcosa di minaccioso, qualcosa che ha a che fare con le frontiere e la difesa dei confini come suggello dell’identità nazionale; a Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, sorge il più grande e disperato campo profughi d’Europa».
Risultato? Questo racconto sui confini - sui quali l’esploratore norvegese Thor Heyerdahl ironizzava affermando di non averne mai visto uno in vita sua, pur essendo sicuro che ne esistessero molti nella testa delle persone - è diventato una ventata critica sull’attualità, «un diario geopolitico dell’Europa, dove le linee di demarcazione continuano a rappresentare luoghi simbolici che proteggono realtà economiche e sociali e affermano un’appartenenza geografica irrinunciabile e, soprattutto, non cedibile a chi non ha i requisiti per farne parte».
Un diario di viaggio che si può leggere in molti modi: attraverso vecchie e nuove barriere; attraverso un approccio storico o politico; attraverso, inoltre, la sensazione che il mondo sia entrato in una fase di profonda trasformazione. E non sempre nella sua accezione positiva. Eppure la memoria nera del passato dovrebbe indurre alla riflessione, dovrebbe invogliarci a vedere chi e cosa c’è dall’altra parte della staccionata, costringerci a raccontarlo a chi non l’ha visto.
E di questo ambiguo contesto si fa carico Marco Truzzi, portatore di un master editoriale conseguito presso l’Università di Urbino. Lui che ha collaborato e collabora con riviste, giornali, web e radio; che è autore di diversi racconti; che nel 2011 ha dato alle stampe il suo primo romanzo, Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghere (Instar), con il quale ha vinto il premio Rhegium Julii, il premio Fortunato Seminara e il premio Bagutta come migliore opera prima. Un lavoro peraltro in corso di traduzione negli Stati Uniti.

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