Share |

Un banchiere assassinato, uno strano ladro, una sconvolgente verità e un misterioso "abate nero"

In un gioco di specchi Marcello Simoni ci propone la sua ennesima, intrigante avventura storica. Consigli per gli acquisti anche per Ugo Moriano e Matteo Di Giulio


17/07/2017

di Mauro Castelli


La sua ricetta vincente? Una ben orchestrata ricostruzione storica, personaggi credibili, una intrigante chiarezza espositiva, una fantasia che «miscela Salgari con Dumas, Corto Maltese con Dan Brown». Peraltro proponendosi - secondo Antonio D’Orrico, che nelle sue esternazioni ogni tanto ama esagerare - come il… pronipote di Walter Scott, John Ronald Reuel Tolkien e di Ludovico Ariosto. Insomma, che lo si creda o no, Marcello Simoni si offre al lettore come una delle voci più interessanti della nostra narrativa di settore. E per svariati motivi. Ad esempio per l’accuratezza nell’attualizzare tematiche datate; poi per la semplicità con la quale riesce a trattare argomenti di spessore; infine per l’abilità con cui si tuffa nel suo amato Medioevo, giocando a rimpiattino fra i mali di quel controverso periodo, in bilico fra pestilenze e carestie, fede e superstizione, magia e follia, duelli e misteri, scoperte e involuzioni.
Ma cosa ci viene proposto questa volta da quello che viene definito come l’autore italiano di thriller storici più letto del mondo? Il primo episodio della Secretum Saga - una trilogia che «potrebbe ulteriormente dilatarsi», come da suggerimenti editoriali - dal titolo L’eredità dell’abate nero (Newton Compton, pagg. 342, euro 9,90). Un romanzo che cronologicamente si sviluppa a cavallo fra la biennale cacciata in esilio di Cosimo de’ Medici («Un personaggio intelligente e geniale nel plasmare la realtà, il cui confino veniva vissuto dalle corti esterne come una specie di viaggio fra una città e l’altra»), il Concilio ecumenico di Firenze (con Cosimo a rivestire la carica di gonfaloniere), la presa da parte dei turchi ottomani di Costantinopoli e la convocazione, voluta da Papa Pio II, del concilio di Mantova per organizzare una spedizione contro i turchi. Fermo restando il ritorno dall’Oriente di Lionardo da Pistoia con il Corpus hermeticum. Ovvero alcuni manoscritti sacri (ancora oggi considerati la pietra miliare dell’alchimia e dell’esoterismo) che in seguito avrebbe consegnato ai due uomini più controversi del tardo Medioevo: il cardinal Bessario e appunto Cosimo de’ Medici. «Ma se la leggenda è sopravvissuta - annota Simoni - non si può dire altrettanto di chi lottò per impossessarsi di quella arcana sapienza. O di chi, semplicemente, fu coinvolto nella sua ricerca».
Detto questo, spazio alla sinossi, che entra nel vivo il 21 febbraio 1459 a Firenze, una città spesso «descritta dalla narrativa, e a ragione, nei suoi aspetti artistici, ma raramente seguendo il profilo di un Umanesimo del tutto particolare: quello notarile, bancario nonché commerciale».
Ed è in questa culla di arte e di affari, che peraltro ha fatto la storia dell’Europa e del resto del mondo, che il banchiere Giannotto de’ Grifi viene ucciso in circostanze misteriose nella cripta dell’abbazia di Santa Trìnita. L’unico testimone della lite fra la vittima e un misterioso riccone che finisce per pugnalarlo a morte è Tigrinus, un giovane ladro - dai capelli neri striati di bianco - di origini sconosciute (in realtà, strada facendo, si scoprirà imparentato con una potente famiglia patrizia fiorentina), che si era intrufolato nel sacro edificio per fare razzia di gioielli.
Ma l’aver assistito al delitto gli costerà caro. Verrà infatti arrestato sotto l’accusa di omicidio. E scagionarsi «sarà solo la prima delle prove che sarà costretto a superare, in quanto dovrà anche sfuggire alla vendetta degli eredi della vittima: il figlio, Angelo de’ Bruni, e la nipote, Nunzia de’ Brancacci. Sta di fatto che, mentre si complica l’intrigo nel quale Tigrinus è rimasto invischiato, dalle indagini emergerà una sconvolgente verità su messer Giannotto»: la sua morte risulterebbe infatti legata a uno scrigno pieno di perle imbarcato su una nave proveniente dall’Oriente. Tigrinus dovrà quindi stringere un patto con il potente Cosimo de’ Medici e «affrontare un incredibile viaggio per mare che lo porterà alla ricerca di un uomo sfuggente e imprevedibile. Un uomo che pare conoscere tutto sul suo passato. Un uomo chiamato l’abate nero».
L’autore di questo intrigante romanzo è, appunto, Marcello Simoni, nato a Comacchio (in provincia di Ferrara) il 27 giugno 1975, una cittadina che lo vede tuttora vivere in una frazione a due passi dal mare (dove si diverte a coltivare un orticello e un giardino) con la moglie Giorgia (sposata da tre anni dopo una lunghissima convivenza; colei «che ha seguito i passi più importanti della mia vita e che c’è sempre, anche nei momenti più difficili»). Ed è qui che, in compagnia di tre cani di variegata provenienza (in altre parole Stinco, D’Artagnan e Aramis: a completare il quadro, ironizza, «mancano solo Athos e Porthos»), a suo dire trova la quiete necessaria per scrivere. «In effetti quando ritorno dai tanti viaggi legati alle presentazioni dei miei libri è come se mi ricaricassi. Anche per questo, nei luoghi che tratto nelle mie storie, ogni tanto cerco di inserire qualcosa di questo intrigante posto». Sarà forse perché, come poetava Ludovico Ariosto nell’Orlando furioso, Comacchio è la città ch’in mezzo alle piscose paludi del Po teme ambe le foci, dove abitan le genti disiose che ‘l mar si turbi e sieno i venti atroci?
Di fatto un autore dalla robusta personalità, Marcello Simoni, la cui passione per la scrittura («Scrivere ti fa viaggiare senza fare bagagli») ha radici antiche: «Sin da ragazzino mi piaceva infatti farlo, per poi diventare strada facendo un bisogno, una specie di dipendenza»; lui che - «la parola artista mi disturba» - si ritiene un artigiano della penna capace di lavorare su uno specifico tema per renderlo più bello e gradevole («Non è necessario essere laureati per scrivere, dipende da quello che vuoi fare, in quanto la creatività è una cosa e il talento un’altra»). Un’attitudine ereditata dal nonno paterno, falegname, e da quello materno, elettricista; lui che si definisce «un testone che va per la sua strada, molto chiuso nel personale, estroverso sul lavoro, poco amico dei salotti che contano»; lui che si dedica alla scrittura su base oraria impiegatizia, con qualche puntata anche al sabato e alla domenica.
E ancora: lui che confessa un debole per scrittori come Valerio Evangelisti, Jean-Christophe Grangé e Fred Vargas, ma con input importanti legati anche ai nomi di Giulio Verne, Arthur Conan Doyle, Emilio Salgari e Edgar Allan Poe; lui che quando scrive parte sempre da un’idea, e più precisamente «da un riassuntone, in altre parole una sinossi a maglie larghe relativa a un fatto non accaduto ma che avrebbe potuto accadere», per poi lasciarsi guidare dagli eventi e dai protagonisti, cercando di offrire uno spaccato verosimile del periodo trattato, in abbinata a un qualcosa in più sugli uomini che hanno segnato l’epoca. «Giocando di fantasia, certo, ma sempre rapportandomi a un serio lavoro di documentazione». Lui che da quest’anno è tornato a divertirsi organizzando Nero Laguna, una tre giorni dedicata al giallo che si è tenuta - presenti dieci autori di prestigio - nella piazzetta centrale di Comacchio. «Un successo inaspettato, con 900 spettatori complessivi, tanto che la manifestazione verrà ripetuta anche il prossimo anno».
Che altro? Un autore dalle connotazioni particolari («Detesto i personaggi positivi, quelli che fanno sempre la cosa giusta; semmai adoro quelli negativi, tipo Arsenio Lupin, Fantômas e Rocambole, che finiscono per catturare il lettore popolare ottenendone il sostegno nelle loro sofferte malefatte, perché nella realtà non esiste la cattiveria assoluta»); un numero uno pronto a parlare con soddisfazione dei suoi genitori (Rosaura, maestra, e Luigi, impiegato all’anagrafe, che «quand’ero piccolo mi facevano rivivere le suggestioni delle favole»), dei suoi trascorsi da malpagato archeologo («Ai tempi dell’università avevo frequentato un corso di etruscologia con scavi in quel di Ravenna») nonché come bibliotecario presso il Seminario arcivescovile di Ferrara («Sin quando, dopo otto anni, mi stancai di mettere timbri, grazie anche alla realizzazione del mio sogno giovanile di diventare uno scrittore vero»); un autore disposto ad ammettere che il successo non è la sola angolatura importante della vita, convinto peraltro di remare controcorrente. Tanto da affermare: «Spesso si parla del piacere di leggere; quasi mai del piacere di scrivere. Che per me è il mestiere più bello del mondo. In effetti chi lo pratica lavora sempre senza mai lavorare davvero, perché la creatività non ha orari, in quanto le storie possono prendere forma mentre guidi, sei in treno, leggi una rivista, osservi una persona o un paesaggio…».
Per la cronaca, Simoni, autore di otto saggi storici (molte delle sue ricerche hanno riguardato l’abbazia di Pomposa, con speciale attenzione agli affreschi medievali che raffigurano scene del Vecchio e del Nuovo Testamento oltre che dell’Apocalisse, per non parlare del culto dei santi e della devozione dei pellegrini), avrebbe dato una sterzata alla sua vita di scrittore con la pubblicazione nel 2011 del suo primo romanzo. Ovvero Il mercante di libri maledetti, un thriller medievale - vincitore del Premio Bancarella e per oltre un anno nelle classifiche che contano - che era già arrivato sugli scaffali quattro anni prima come L’enigma dei quattro angeli per i tipi della editrice Il Filo. «Un negativo rapporto a pagamento passato sotto silenzio. Poi, una volta entrato nei meccanismi editoriali, avrei fatto sì che questo libro si accasasse presso la spagnola Bòveda, prima ancora di arrivare alla Newton Compton». Si tratta di un lavoro che ruota intorno alla figura di Ignazio da Toledo, mercante di reliquie mozarabo, e a uno sfuggente manoscritto intitolato Uter Ventorum, in grado - stando alla leggenda - di evocare gli angeli e che si rifà alla trilogia del Mercante di Reliquie, completata con La biblioteca perduta dell’alchimista e Il labirinto ai confini del mondo.
In seguito dalla sua prolifica penna sarebbero usciti L’isola dei monaci senza nome (Premio Lizza d’Oro 2013), la raccolta di tre racconti La cattedrale dei morti, la trilogia Codice Millenarius Saga (L’abbazia dei cento peccati, L’abbazia dei cento delitti e L’abbazia dei cento inganni) nonché il romanzo breve I sotterranei della cattedrale, e poi La cattedrale dei morti, Il marchio dell’inquisitore e una quindicina di racconti. Lavori quasi tutti supportati da protagonisti animati «dall’onore, dalla genialità e da un grande desiderio di fede». Sempre cercando, pur nei «limiti della fiction», di puntare sulla realtà storica dei suoi protagonisti.
E questo è quanto. Anzi no. Ricordiamo infatti che i suoi romanzi vengono tradotti in diciotto Paesi (con le gratificazioni maggiori legate agli scaffali di Francia e Germania e un venduto, soltanto in Italia, di oltre un milione di copie). Un successo accompagnato anche da inaspettati complimenti: «Un lettore mi ha ad esempio confessato che, preso da un mio libro, si è dimenticato del latte che aveva messo sul gas, mentre un altro mi ha scritto di aver ripreso a leggere dopo aver scoperto le mie storie». E allora come smettere di scrivere? Impossibile. Con un altro romanzo già in dirittura d’arrivo. Ma i cui contenuti, taglia corto, «sono segretissimi».  

A questo punto ridiamo voce a Ugo Moriano, una penna di piacevole lettura che, nell’arco di una manciata di anni (aveva debuttato nel 2009 con Il ricordo ti può uccidere), ha saputo proporre al pubblico dei lettori una serie di storie che catturano e intrigano per i loro intelligenti canovacci. Mettendo in scena personaggi ben tratteggiati in ambito noir (con puntate allargate al giallo storico e al fantasy), personaggi che fa muovere nel Ponente ligure e che altro non sono che «invenzioni tese a conferire veridicità al romanzo insieme ai luoghi». La qual cosa non deve stupire in quanto l’autore è nato a Imperia il 21 giugno 1959, città dove si è diplomato geometra e dove ha lavorato a lungo per le Ferrovie dello Stato per poi accasarsi presso il Comando dei Vigili del Fuoco, dove ancora oggi si dà da fare come impiegato amministrativo («Complice - ironizza - la legge Fornero»). Lui che vive a Diano Marina con la moglie Gianna («La benevola correttrice dei miei tanti errori»), dalla quale avuto due figli già grandi, il trentenne Alessio e la ventisettenne Selene. Lui che nel tempo libero si diverte a coltivare un orto, senza perdere di vista «due campagnette di olivi che mi regalano un po’ d’olio per la famiglia»; lui che si porta al seguito un carattere dalle variegate sfaccettature; lui pronto a inondare di parole i suoi lettori, ma taciturno con quelli che lo circondano, a fronte di connotazioni positive in abbinata a spruzzate di ingiustificata malinconia; lui che ora è tornato sugli scaffali, per i tipi della Fratelli Frilli (con un particolare ringraziamento a margine per il fondatore Marco, al quale riserva un ricordo davvero speciale) con Prospettive diverse (pagg. 272, euro 12,90), il sesto lavoro imbastito su due collaudati protagonisti, il viceispettore Noemi Vassalli e l’ispettore Angelo Ardoino («Un personaggio che un po’ mi assomiglia»), alle prese con una storia dalle angolature complesse e devianti che si sviluppa (guarda caso) fra Diano Marina, La Thuile e in quel di Bordighera, dove una signora thailandese (Perché thailandese? «Una scelta del momento, non ponderata») riesce fortunosamente a sfuggire a un tentativo di femminicidio, mentre l’aggressore… Così, mentre Noemi si occupa di questo caso, Angelo si troverà alle prese con un’altra brutta faccenda, nella quale si trova casualmente coinvolta la sua compagna, la giornalista Angela Bonfanti, che si è recata sulle falde del Gran San Bernardo, in un esclusivo resort, per intervistare un famoso scrittore americano, venuto da quelle parti per incontrare un selezionato gruppo di lettori. Una trasferta segnata dalla neve e da un omicidio. I due ispettori di Imperia si troveremmo così alle prese con due indagini complesse e serrate - peraltro di piacevole leggibilità - in cui sarà indispensabile saper guardare le cose, come da titolo, da prospettive diverse. Ma torniamo all’autore che, pur essendo arrivato sugli scaffali relativamente tardi, ha già dato alle stampe nove romanzi con la Frilli e altri cinque con la Coedit (con cui a Natale pubblicherà una storia dalle «connotazioni thriller, ambientata ad Alassio, dove un carabiniere in aspettativa a causa di un attentato si troverà coinvolto in una vicenda di droni rubati, dietro la quale si nasconde ovviamente qualcosa di grosso»). Lui che sin da bambino era stato catturato dal piacere della lettura e dall’interesse per la storia, supportato dai consigli di sua madre che insegnava alle elementari. «In effetti già a sei anni ero un grande fan di Topolino, poi sarei passato a Ferenc Molnár e ai suoi ragazzi della via Pál, quindi a Emilio Salgari e via dicendo. Complice la clamorosa scoperta che in biblioteca si potevano chiedere libri gratis da leggere. E ancora oggi se non ho almeno una decina di libri sottomano finisco per soffrire». Lui che a un certo punto della vita, quando mai avrebbe immaginato di diventare scrittore, si era messo a rimuginare («La fantasia non mi manca») su una storia, della quale aveva parlato con la moglie, insegnante di lettere. «Fu così che a 47 anni mi misi alla prova, per dimostrare che potevo essere all’altezza. Risultato? Il primo libro andò bene, il secondo pure e al terzo mi dissi che forse avevo fatto centro». Lui che è stato finalista al Bancarella 2013 con il romanzo L’ultimo sogno longobardo (un thriller storico che racconta dell’arrivo di Carlo Magno in Italia nella seconda metà dell’ottavo secolo, un evento che scatena una sanguinosa lotta per motivi dinastici), che ha vinto il IV Premio Letterario Internazionale Montefiore con L’inganno del tempo, mentre con L’arte del delitto si è imposto a Parigi nel Premio letterario internazionale itinerante World Literary Prize 2015. Insomma, un curriculum di tutto rispetto, che inizialmente si era nutrito di racconti pubblicati sul web, per poi approdare ai romanzi di settore e ferme restando alcune variazioni sul tema: del 2011 è infatti il thriller storico Arnisan il longobardo, Il diamante di Kindanost (un fantasy di impianto classico), Gnorff & Lenst (un fantasy-horror) e Sangue longobardo. Ed è appunto nei romanzi storici che ha dato vita a quello che, secondo lui, è il suo personaggio più riuscito, ovvero «un medico bizantino che si chiama Ezio, che è vecchio quando gli altri sono ancora piccoli e che continua a essere vecchio, in sella al suo cavallo Costantino, quando gli altri lo diventano. Anche per questo non l’ho mai fatto morire…». Che altro? Fra i noir tradizionali - solo a titolo di cronaca - citiamo invece L’Alpino disperso, A Sanremo si gioca sporco, Sospetti dal passato, Il ricordo ti può uccidere, Radici lontane e Antiche amicizie.

In chiusura di rubrica, sempre per i tipi della Fratelli Frilli, suggeriamo la lettura di Indagine al Giambellino. Un delitto in periferia (pagg. 236, euro 12,90), un giallo che si tinge di nero (con in scena un ex poliziotto, il cadavere di un pensionato e un’indagine a prima vista senza una via di sbocco) ambientato fra le case popolari della periferia milanese da Matteo Di Giulio. Una location che non deve sorprendere in quanto l’autore - che si propone anche come saggista e traduttore - a Milano ci è nato nel 1976, ci è cresciuto e continua a viverci. Che altro? Critico cinematografico, ha collaborato con festival e riviste, è stato vicedirettore dell’Asian Film Festival di Roma, ha curato nel 2008 il saggio Non è tempo di eroi. Il cinema di Johnnie To, ha scritto articoli tradotti in inglese e in francese. Ha inoltre pubblicato i romanzi La Milano d’acqua e di sabbia, finalista del Premio Belgioioso Giallo, Quello che brucia non ritorna, I delitti delle sette virtù, Figli della stessa rabbia e La congiura delle tre pergamene. Infine suoi racconti sono apparsi su diverse antologie nonché su Velvet-la Repubblica. Ma veniamo al dunque. A tenere la scena in Indagine al Giambellino è un ex agente condannato a vivere con un (inoperabile) proiettile in testa, che se si spostasse anche di pochi millimetri potrebbe ucciderlo all’istante. Un handicap che si è però trasformato in una specie di assist, nel senso che «ha guadagnato le capacità di un mentalista». E ce ne sarà bisogno di questa dote, dal momento che si troverà a indagare su un misterioso omicidio: quello di Aurelio Corona, trovato senza vita nel proprio appartamento, senza segni di effrazione, ma con un foro di proiettile, quello sì, proprio nel bel mezzo della fronte. Cosa sia realmente successo è difficile dirlo, eppure si capisce subito che c’è qualcosa che non torna e che scombina le carte sulla vita sin troppo ordinata di quel tranquillo pensionato. La qual cosa non sfugge a Michele Russolani, detto il Russo, che gestisce il Bar Gaber al Giambellino, a due passi dal luogo del delitto e dove da sempre le case popolari dell’Aler fanno da retroscena ai traffici loschi della malavita. Ma lui, in quel quartiere, c’è nato e, deciso a chiudere per sempre i capitoli passati della sua esistenza, vive tranquillamente della routine del suo nuovo lavoro. Ma il passato, a volte, ritorna e, con lui, ricordi e storie che credeva sepolte per sempre. Tuttavia è anche un uomo che crede, ieri come oggi, nella giustizia e nella verità. E quando il commissario capo incaricato dell’indagine, Antonio Tasca, gli chiede aiuto, in quanto non riesce a cavare un ragno dal buco a causa della diffidenza di chi abita in quei casermoni oltre che per via della macchinosa burocrazia che non gli lascia le mani libere, non sa dirgli di no. Questo nonostante - lo ribadiamo - sia tormentato da certi segreti che si rapportano con alcuni errori del passato. D’altra parte Michele è un tipo che con i guai ci è sempre andato a nozze: ad esempio, nell’agguato che gli era costato quasi la vita, aveva perso la moglie Carla e da allora sua figlia Sonia non gli aveva più rivolto la parola accusandolo di aver sacrificato sua madre in nome dei suoi ideali di giustizia. Tornando all’omicidio, non ci vuole molto a questo ex poliziotto per rendersi conto che si tratta di una indagine complessa. Indagine peraltro portata avanti dall’autore all’insegna di una intrigante malizia narrativa, a fronte di un ondivago intreccio di fatti pronto a seminare dubbi nel lettore, con la verità che sembra svicolare a ogni piè sospinto. Sin quando i conti torneranno. In sintesi: scorrevole e piacevole, sia pure con qualche peccatuccio veniale al seguito, questo libro non mancherà di catturare il lettore. E non è da tutti.

(riproduzione riservata)