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“Non penserai di sfuggirmi. Tra noi non è ancora finita”. Perché le ossessioni sono dure a morire

Il tedesco Wulf Dorn torna in pista con gli indimenticabili protagonisti de La psichiatra. Carte in regola anche per Preston & Child nonché per l’esordiente Cate Quinn


07/06/2021

di MAURO CASTELLI


Sono passati dieci anni, ma il clamore legato alla pubblicazione, da parte del tedesco Wulf Dorn, de La psichiatra (il romanzo che lo ha portato alla ribalta internazionale grazie al passaparola) non si è ancora sopito. Anche perché questo autore - che soltanto in Italia ha venduto 850mila copie - ha via via affinato le sue tecniche narrative dando voce a storie adrenaliniche e agghiaccianti, condite di incubi capaci di regalare notti insonni anche ai lettori più allenati nel confrontarsi con i lati più oscuri e perversi della mente. 
Dorn che, cavalcando questo inquietante filone, ha dato voce a una serie di thriller oscuri e angosciosi, che vanno da Il superstite a Follia profonda, da Il mio cuore cattivo a Phobia, da Incubo a Gli eredi e Presenza oscura. Sempre puntando su un ritmo provocatorio che finisce per indurre (anche) a profonde riflessioni. 
Detto questo un passo indietro, in quanto la sua ultima fatica -  L’ossessione (Corbaccio, pagg. 444, euro 19,50, traduzione di Alessandra Petrelli) - vede il ritorno in pista di Ellen Roth e Mark Behrendt, i personaggi che “avevano fatto tremare i polsi” ai suoi fans appunto ne La psichiatra. Per questo una rinfrescatina su cosa aveva tenuto banco in quel lavoro non guasta. 
State a sentire: Ogni giorno la dottoressa Ellen Roth, che lavora in un ospedale psichiatrico, si scontra con una umanità distorta dal buio della mente. Insomma, è preparata a tutto, o quasi, quando nella stanza numero 7 trova una paziente picchiata, seviziata, chiusa in se stessa, che mugola parole senza senso. Dice che l’Uomo Nero la sta cercando, che prenderà anche lei, perché nessuno gli può sfuggire. E quando il giorno dopo la paziente scompare dall’ospedale senza lasciare traccia, per Ellen incomincia un incubo infarcito di violenza, paranoia e angoscia... 
Torniamo ora al presente, con un interrogativo a tenere banco: che fine avrà fatto in questi anni Ellen Roth? Di fatto - come da sinossi - la storia vede in scena Mark Behrendt, uno psichiatra con due vite: quella di prima e quella di adesso. Prima lavorava alla Waldklinik di Fahlenberg e poteva contare su Tanja, il suo amore. Adesso vive e lavora a Francoforte. In mezzo un inspiegabile incidente d’auto in cui Tanja è morta, ma anche la nebbia dell’alcolismo in cui è precipitato, dal quale lo ha aiutato a salvarsi un’amica: Doreen. Ed è appunto a cena da lei quando qualcuno bussa alla porta e la donna va ad aprire: è l’ultima cosa che Mark ricorda. 
Quando si risveglia, intontito, Doreen è scomparsa. Poco dopo riceve una telefonata. Se vuole rivedere la sua amica viva dovrà trovare qualcuno. Già, ma chi? Non bastasse avrà solo due giorni, nove ore e 23 minuti per riuscirci, altrimenti Doreen verrà uccisa. Comincia così una corsa contro il tempo nel tentativo di capire chi si nasconde dietro questa follia, che cosa lo motiva, perché ce l’ha con lui a tal punto e chi è la persona misteriosa che dovrà trovare... 
Un tassello dopo l’altro, una rivelazione dopo l’altra, Mark cercherà pertanto di risolvere questo enigma mortale, eseguendo nel contempo gli ordini folli dello sconosciuto, perseguitato da un dolore indicibile e disposto a fare qualunque cosa. Ma perché ha tirato in ballo proprio lui? 
Il giudizio? Una lettura graffiante e ben costruita a due passi dall’abisso, che non mancherà di mettere a dura prova la tenuta del lettore. A fronte di una scrittura che non lascia nulla al caso. In quanto - come ha avuto modo di sottolineare lo stesso Dorn nel corso di una sua gradita partecipazione a Pordenonelegge (“L’Italia è nel mio Dna. Non a caso la via dove sono nato si trova su un’antica strada romana e non è detto che, andando a ritroso fra i miei antenati, non si possa trovare un legionario arrivato dalla Città eterna…”) - “le vie del mistero sono infinite. Occorre però saperle gestire, addentrandosi nei meandri più oscuri della mente umana, trascinando l’interlocutore all’inferno in uno status di non ritorno condito di suspense, tensione, paura e colpi di scena”. 
Per la cronaca Wulf Dorn, nato il 20 aprile 1969 a Ichenhausen, attualmente vive a Hulm con la moglie Anita e un gatto (una passione, per i felini, che abbina a quella per i viaggi, vista la sua buona conoscenza delle lingue). Lui che delle problematiche trattate se ne intende, avendo lavorato a lungo come logopedista per la riabilitazione del linguaggio in pazienti psichiatrici, confrontandosi quindi con soggetti alle prese con gravi disturbi mentali. 
Lui che si rapporta con una passione per la scrittura di vecchia data. “Ne rimasi contagiato - ha avuto modo di raccontare - quando avevo sì e no dodici anni. E non molto tempo dopo sarei riuscito a pubblicare i primi racconti su alcune antologie e riviste, per poi approdare al genere horror”. Guadagnandosi in seguito - aggiungiamo noi - un ruolo da maestro nel campo degli psico-thriller.

Voltiamo libro dando voce a una affiatata coppia narrativa: quella composta dagli americani Douglas Preston (giornalista del New Yorker) e Lincoln Child (editor e saggista) che avevamo imparato a conoscere all’inizio del 2014, quando la Rizzoli - la loro casa italiana di riferimento - aveva dato alle stampe Nel fuoco, un romanzo frutto di un attento quanto approfondito lavoro di ricerca che prendeva spunto dagli scavi effettuati presso il vecchio cimitero di Roaring Fork, un luogo di villeggiatura nel cuore delle Montagne Rocciose, dove dal 1858 al 1865 erano stati sepolti dei criminali giustiziati. 
E di attenti studi e conoscenze si sarebbero nutriti anche i successivi thriller - tutti conditi di mistero e suspense - alcuni dei quali peraltro proposti in Italia con cadenza annuale, ovvero Labirinto Blu, La costa cremisi, Notte senza fine, L’uomo che scrive ai morti, La spedizione Donner e, ora, Il fiume del male (pagg. 442, euro 19,00, traduzione di Manuela Senza Peluso). Un lavoro imbastito su un rebus investigativo, che vede ancora una volta al lavoro (se non andiamo errati per la diciannovesima volta) l’agente speciale dell’Fbi Aloysius Pendergast. 
Un personaggio affascinante e ironico, che ama i vestiti italiani, le scarpe inglesi ed è dotato di un’ottima cultura in abbinata a uno straordinario fiuto investigativo. Lui che presta servizio presso il dipartimento di New Orleans, in Louisiana, anche se non rinuncia a uscire dai confini giurisdizionali per investigare e portare a termine i suoi casi. Ma anche un poliziotto dal pesante fardello familiare, in quanto ha a che fare con un fratello sadico e psicopatico, geniale nei crimini quanto lui lo è nel cercare la verità. 
Detto questo, veniamo alla trama de Il fiume del male. Sulla battigia di Sanibel Island, placida località balneare al largo della costa sudovest della Florida, la mareggiata ha sospinto un insolito tipo di spazzatura: decine di scarpe verdi, restituite dalle onde alla terra, appesantite da un macabro dettaglio (vale a dire piedi umani al loro interno) che lascia intravedere un gioco violento quanto perverso. Né l’Fbi, né la Guardia costiera né le autorità locali sembrano in grado di stabilire a chi appartengano o da dove provengano. Una domanda, in particolare, esige una risposta urgente: le vittime di quel gioco malato potrebbero essere ancora vive? 
Un caso così complesso richiede l’esperienza e le competenze dell’agente speciale Aloysius Pendergast, suo malgrado costretto a interrompere le vacanze per volare sulla scena del crimine. Arrivato a Sanibel, Pendergast (al cui fianco ritroviamo sua nipote Constance Green, una donna fascinosa, elegante e a sua volta dotata di acume, apprezzabili doti fisiche e che per il suo mentore è disposta a tutto) si trova coinvolto in quella che ben presto si delinea come una delle indagini più difficili della sua carriera, incastrato in una trama tentacolare che si dipana per mari e continenti, facendo infine emergere il filo che lega un criminale sadico a uno degli enigmi più sconcertanti della scienza moderna. 
Il giudizio? Una storia ricca di salti nel buio che si legge che è un piacere, peraltro interpretata da due personaggi magistralmente descritti, che non passano certo inosservati anche nella prima volta di un nuovo lettore. E poi la storia: nuova, brutale, che a ogni pagina riserva qualche sorpresa a fronte di un enigma che si apre in continuazione a nuovi scenari. 
A questo punto mirino puntato sui due autori; due penne peraltro dal variegato vissuto. Così Lincoln Child, nato nel 1957 a Westport nel Connecticut, laureato in lingua e letteratura inglese presso il Carleton College di Northfield nel Minnesota, aveva iniziato a lavorare nel 1979 come assistente presso la casa editoriale St. Martin’s Press, sino a diventarne cinque anni dopo apprezzato editor. Nel 1987, dopo aver dato vita a una collana horror, aveva deciso di voltare pagina, accasandosi presso una società di assicurazioni come analista di sistemi. Alcuni anni dopo la pubblicazione di Relic, datata 1990 e portata sul grande schermo nel 1997, si sarebbe infine dedicato alla scrittura a tempo pieno. 
A sua volta Douglas Jerome Preston, che è nato il 26 maggio 1956 a Cambridge e si è laureato al Pomona College di Claremont in California, dal 1978 al 1985 ha lavorato come scrittore, editor e direttore editoriale per conto dell’American Museum of Natural History di New York, al quale ha dedicato il libro Dinosaurs in the Attic. An Excursion into the American Museum of Natural History
Nel 1986, a sorpresa, si era trasferito nel Nuovo Messico per approfondire come fosse avvenuto il primo contatto tra gli europei e i nativi americani, ripercorrendo a cavallo le tracce della folle e infruttuosa spedizione di Francisco Vázquez de Coronado alla ricerca delle Sette città di Cibola. Il resoconto di quel viaggio di mille miglia sarebbe approdato nel libro Cities of Gold. A Journey across the American Southwest
A quel punto la sua anima inquieta lo avrebbe portato a viaggiare in chissà quante altre parti del mondo. Riuscendo a essere il primo occidentale a visitare uno dei templi perduti di Angkor in Cambogia e a entrare nella camera sepolcrale egizia conosciuta come KV5 nella Valle dei Re. Di certo un personaggio fuori dalle righe Preston, che annovera fra i suoi antenati la poetessa Emily Dickinson e - ma sarà poi vero? - il famigerato assassino e fumatore d’oppio Amasa Greenough. Lui che ha fra l’altro dato alle stampe, in collaborazione con il giornalista italiano Mario Spezi, il romanzo-inchiesta sul mostro di Firenze Dolci colline di sangue.


Il terzo e ultimo suggerimento è legato alle penna della giornalista inglese Cate Quinn - sorella dell’autrice Susannah Quinn, a suo dire “una di quelle persone meravigliose e poco apprezzate che dicono sempre la verità” - la quale scrive di viaggi e di costume per il Times, il Guardian e il Mirror. Lei che, dopo essersi dedicata alla scrittura di alcuni romanzi storici, ha deciso di esordire nel crime con Le tre vedove (Einaudi, pagg. 480, euro 20,00, traduzione di Alfredo Colitto). Una storia originale che si nutre di un morto, quella di Blake Nelson (ritrovato stecchito sotto il sole del deserto), di una constatazione (lo ha ucciso la moglie) e di un interrogativo: ma quale delle tre è stata? 
Sì, perché Blake (cresciuto nella Chiesa dei santi dell’ultimo giorno, quella mormone, ma che non ha mai accettato il divieto di poligamia), si è dato molto da fare con l’altra metà del cielo, impalmandone addirittura tre. 
Ovvero Rachel, obbedente e sottomessa, che ha mentito alla polizia dichiarando di non essere mai stata picchiata; Emily, la seconda, semplicemente troppo giovane (“Avete presente quando si dice che non sai se ridere o piangere” davanti a una tragedia?), che si è allontanata dalla sua famiglia cattolica, e Tina, la ribelle, che gli agenti hanno fermato mentre stava per farsi la prima pera da un anno e mezzo a questa parte. Insomma una bella quanto variegata fauna coniugale: con tre donne che si raccontano (piacevolmente) in prima persona, alternandosi nel proporre le loro versioni al lettore. 
Ovviamente a essere sospettate sono proprio loro, le tre vedove allegre. Che hanno vissuto, o forse anche sopportato, il loro Blake, che si era preso un pezzo di terra desolato nell’angolo più remoto dello Utah, deciso a viverci seguendo le regole dei mormoni. E così avrebbe fatto, con le tre mogli, fino al giorno della sua morte violenta. 
E quando Rachel, Tina ed Emily vengono interrogate dalla polizia ha inizio un gioco di silenzi, mezze verità e sottili minacce. Ma chi sarà la prima a parlare? Chi accuserà per prima le altre? Di chi ci si potrà fidare? E l’aver condiviso un uomo e una casa potrebbe averle rese alleate, tanto più che su quella brutta fine sembra aleggiare lo spettro di una quarta moglie? 
Che dire: un thriller domestico elettrizzante, forte di una piacevolezza narrativa portata avanti alla stregua di un raffinato gioco di luci e di ombre. In altre parole scrivendo con passione - per dirla con le parole del New York Times Book Review - di temi fondamentali quali la violenza domestica, la poligamia e le sette religiose, anche se il filone narrativo che sembra starle più a cuore è quello dell’amicizia tra donne. 
Infine: per quel che poco che si sa di questa autrice, annotiamo che Cate è madre entusiasta di due figli (Natalie e Ben), è accasata con “il fantastico compagno” Simon Avery e starebbe già lavorando una nuova storia in nero.

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