Share |

Tre amici, tre storie. Sin quando, 25 anni dopo, torna in scena il passato…

Una riproposta da non perdere, quella di Mystic River, firmata da Dennis Lehane e tradotta da Mirko Zilahy. Intriganti anche le penne di Phoebe Locke e Ferruccio Parazzoli  


30/03/2020

di Mauro Castelli


Ha 19 anni, ma non li dimostra, Mystic River (Longanesi, pagg. 492, euro 19,60, traduzione di Mirko Zilahy, osannato autore di È così che si uccide e La forma del buio). Un lavoro che era già approdato sui nostri scaffali nel 2002 per i tipi della Piemme come La morte non dimentica, in quel caso tradotto da Francesca Stignani. Insomma, non certo una novità, ma il sapore ancora fresco di questa intrigante storia stuzzica l’appetito di chi ama Dennis Lehane, collezionista di bestseller tradotti in una trentina e passa di lingue. 
Di origini irlandesi, Lehane è nato a Dorchester il 4 agosto 1965 e, dopo aver vissuto a lungo in quel di Boston (dove ha ambientato buona parte delle sue storie), da alcuni anni si è accasato con la moglie Angie e i figli in California. Lui che si era laureato a 23 anni in Scrittura creativa presso l’Eckerd College di St. Petersburg, con successiva specializzazione alla Florida International University; lui autore, sceneggiatore, produttore cinematografico e televisivo nonché accademico, considerato come una delle penne a stelle e strisce di maggior talento. E dire che quando aveva 23 anni era stato colpito dalla sindrome di Todd, rischiando di rimanere paralizzato e senza parola. 
E per quanto riguarda il suo talento narrativo? Una penna in bilico - ne abbiamo già parlato - fra realtà e morale (anche se la verità viene a galla, come è giusto che sia, c’è sempre un qualcosa di irrisolto a tenere la scena); che non lascia vie di fuga al lettore mentre dà voce, a modo suo, a un’America in bilico fra presente o passato, magari alle prese con la disperazione di chi non ce la fa a tirare avanti mentre la malavita prospera senza guardare in faccia a nessuno. Così eccolo mettere in scena, bene e spesso, diseredati e poveracci, a fronte di un personale tocco narrativo impregnato di una certa amarezza di fondo. 
Forse memore di quando, per agganciarsi al treno del successo, si era adattato a fare di tutto: educatore per bambini affetti da handicap o vittime di abusi, cameriere, parcheggiatore, autista di limousine, librario, scaricatore di camion, infine insegnante di scrittura creativa avanzata all’Università di Harvard. 
Come autore Lehane aveva debuttato nel 1999 con Un drink prima di uccidere, un lavoro ben orchestrato anche se la definitiva consacrazione sarebbe arrivata sette anni dopo con Mystic River, rimasto a lungo ai vertici delle classifiche americane di vendita e dal quale Clint Eastwood aveva tratto l’omonimo film vincitore di due premi Oscar (come miglior attore protagonista a Sean Penn e miglior attore non protagonista a Tim Robbins). Un romanzo che ancora oggi conserva un’invidiabile freschezza narrativa, in quanto si nutre di personaggi veri, di descrizioni da brivido, di inaspettati affondi nel lato più oscuro e misterioso della vita. 
Una storia atipica che è molto più di un thriller psicologico: “è un romanzo epico sull’amore e sulla lealtà, sulla vendetta e sulla famiglia, in cui personaggi mettono mirabilmente in scena, con gesti e dialoghi degni di un grande drammaturgo, le pulsioni più profonde, la parte più buia dell’animo umano”. All’insegna di una spietata semplicità - almeno in apparenza - legata a un misterioso spaccato di vita. Quello stesso che improvvisamente ha separato tre ragazzini: Sean, Jimmy e Dave. 
Cosa succede è presto detto: un giorno, mentre i tre amici stanno facendo a botte lungo la strada di un quartiere di periferia, una macchina con a bordo due agenti di polizia si ferma. Una strana coppia che dopo aver impartito una bella ramanzina intima a Dave di salire su quella loro auto che “odora di mela”. Il ragazzo obbedisce, ma da quel momento - per quattro terribili giorni – scompare. Con il ricordo ancora vivo del suo sguardo colmo di terrore. E quando riuscirà a tornare, sconvolto da qualcosa di terribile, verrà deriso dai compagni e finirà per isolarsi. 
Venticinque anni più tardi Sean è un detective della Omicidi e Jimmy, dopo qualche guaio con la giustizia, ha messo la testa a posto e gestisce un negozio. A sua volta Dave cerca di tenere lontano i demoni che ancora lo perseguitano e che lo vorrebbero spingere a fare cose inaspettate e indicibili. Sta di fatto che quando la bellissima figlia ventenne di Jimmy scompare, tocca a Sean indagare. Mentre Dave deve “rispondere di una notte randagia, piena di chiaroscuri”. I tre uomini torneranno così tragicamente in contatto, costretti a fare i conti con il passato e il suo carico di segreti e ferite. 
Detto del libro - da non perdere per chi ancora non l’abbia letto - torniamo all’autore. Un geniaccio che strada facendo si è proposto collezionista di premi (un Nero Wolfe, due Barry e due Dilys, oltre che vincitore dell’Anthony e dell’Edgard Award); che è stato corteggiato dal grande cinema (non solo da Clint Eastwood, ma anche da registi del calibro di Martin Scorsese e Ben Affleck); che aveva debuttato - ne abbiano accennato - con Un drink per uccidere, “interpretato” da Patrick Kenzie ed Angela Gennaro, personaggi che sarebbero tornati in scena in altre cinque storie. Senza trascurare altri sei romanzi di variegata estrazione, una antologia di racconti e un testo teatrale. 
Che altro? Un abile manipolatore delle parole, Dennis Lehane, a fronte di una scrittura scandita da frasi brevi e taglienti, frutto degli insegnamenti legati alla lettura di maestri del calibro di Elmore Leonard, Richard Price e James Ellroy. Una scrittura efficace quanto essenziale che ha avuto modo di prestare anche al mondo degli sceneggiati, firmando le serie televisive The Wire e Boardwalk Empire.

Altra penna intrigante quella di Phoebe Locke, pseudonimo di “un’autrice inglese di successo che non si era mai cimentata con il thriller” e che prima di cominciare a scrivere “aveva lavorato presso la londinese Faber Academy”. Risultato? L’uomo delle ombre (Piemme, pagg. 332, euro 19,50, traduzione di Stefano Bortolussi), un romanzo dalla “incredibile potenza narrativa” che ha veleggiato ai primi posti delle classifiche di vendita del Regno Unito, a fronte di diritti ceduti ai principali editori europei. Un lavoro peraltro impregnato di suspense, tensione psicologica e terrore, capace di catturare il lettore e di fargli fare le ore piccole. 
Ma chi è in realtà Phoebe Locke? Per il momento il segreto tiene banco, anche perché il giochino del dubbio (l’alone di mistero che la circonda ha sicuramente contribuito ad aumentarne la curiosità) ha avuto il suo effetto sulle vendite. 
Come nel caso della nostra Elena Ferrante, inserita dal Time - nel 2016 - nella lista delle 100 persone più influenti al mondo. Un’autrice fatta nascere - a uso e costume degli allocchi - in quel di Napoli nel 1943, fermi restando altri fuorvianti ammiccamenti sparsi qua e là. La qual cosa ha stuzzicato la curiosità di molti: ad esempio di Marco Santagata, vincitore di un Supercampiello, che riteneva di aver individuato la colpevole nella storica Marcella Marmo dell’Università di Napoli. Un tentativo andato a vuoto come quello di diversi altri, che avevano ad esempio puntato sui nomi di Anita Raja, traduttrice e saggista partenopea, di suo marito Domenico Starnone, di Goffredo Fofi nonché degli editori Sandro Ferri e Sandra Ozzola. Ma la verità-verità, ancora oggi, resta un mistero ben custodito. 
Detto questo, spazio alla trama de L’uomo delle ombre, imbastito su diversi piani temporali (alternati fra il 1990 e il 2018) all’insegna di una leggerezza che ben presto cambia volto: “Era solo una favoletta per bambini, finché non divenne un incubo. Era l’anno duemila, un anno segnato da un omicidio insensato e da una leggenda terrificante”. Tutto era cominciato verso la fine dell’estate, quando le giornate erano lunghe e calde e la scuola sembrava una minaccia distante e infondata… 
Ma andiamo con ordine, iniziando appunto dal 2000. “Ha solo pochi giorni la piccola Amber quando una notte sua madre, Sadie, si alza dal letto, si dirige verso la porta e abbandona lei e il marito Miles. Una scomparsa volontaria e proprio per questo ancor più inspiegabile. Eppure Sadie non è impazzita. Non è depressa. E nemmeno è spaventata o messa in crisi dalla responsabilità. Semmai Sadie ha paura. La stessa paura che aveva da ragazzina…”. 
A questo punto un salto indietro nel tempo. Siamo nel 1990. “Nei boschi intorno a una piccola cittadina sul mare, tre amiche si trastullano con giochi pericolosi. Di quelli che fanno venire la pelle d’oca e non ti fanno dormire la notte. Hanno infatti in testa quella storiella per bambini, quella sull’Uomo Alto, che viene a prendere le bambine cattive. Ma, a volte, l’Uomo Alto ha bisogno di aiuto”. Insomma, tutto un brulicare di brividi di eccitazione, confidenze da cortile, risatine e segreti bisbigliati, momenti di complicità… 
Altro salto nel tempo. È il 2016. “Sadie bussa alla porta di quella che una volta era la sua casa. Sono passati sedici anni: e adesso è tornata. È tornata perché è arrivato il momento di chiudere i conti con il passato. È arrivato il momento di smettere di avere paura. Perché i segreti sepolti nel suo passato stanno per arrivare con la forza di un ciclone ad abbattersi su sua figlia Amber. E come l’ha salvata una volta, quando era appena nata, adesso deve salvarla di nuovo…”.

In chiusura di rubrica un (quasi) profetico romanzo, visto quel che sta succedendo con il Coronavirus, firmato dallo scrittore e saggista Ferruccio Parazzoli, nato a Roma il 26 agosto 1935 ma diventato, strada facendo, milanese d’adozione. Un numero uno che è stato per una vita al servizio dell’editoria (ad esempio ha diretto per dieci anni la collana degli “Oscar Mondadori”), la qualcosa gli ha consentito di avere rapporti stretti con i maggiori autori del Novecento. Proponendosi, peraltro, anche come prolifico autore di racconti, saggi e romanzi, fra i quali ricordiamo Trilogia di piazzale Loreto e Altare della patria
Di fatto una penna, la sua, che graffia e al tempo stesso cattura all’insegna della semplicità. Capace di accasarsi nelle più diverse tematiche, compresa quella di un cristianesimo finito male per via di un colpo di Stato, trattata nel romanzo ucronico (un sottogenere della narrativa fantastica e fantascientifica) 1994. La nudità e la spada. Insomma, una penna pregiata che gli ha consentito di incassare numerosi riconoscimenti: ad esempio - e non è da tutti - è entrato due volte, nel 1977 e nel 1982, nella cinquina dei finalisti del Premio Campiello e, altrettante volte, in quella del Premio Strega (nel 1985 e poi nel 2017). 
Venendo al dunque, ovvero a Happy hour (Rizzoli, pagg. 206, euro 18,00), ci rendiamo subito conto della capacità dell’autore di sviscerare, all’insegna dell’ironia, problematiche drammaticamente reali. Che magari sono sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno abbia però il coraggio di parlarne. A fronte di una riflessione provocatoria che si nutre di un paio di interrogativi all’agrodolce e di una considerazione: “Dove sono i sette milioni di italiani al di sotto dei mille euro al mese? E i due milioni di pensionati al di sotto dei cinquecento? A quest’ora, con quel reddito, dovrebbero essere già tutti morti”. 
Detto questo, spazio alla sinossi di questo romanzo “sagace e illuminante”, ma anche audace e provocatorio. “È sabato sera, a Milano. I bar e le tavole calde sono affollati per l’happy hour, l’irrinunciabile piccola ora felice, e in corso Buenos Aires, la via dell’abbondanza che va da Porta Venezia a piazzale Loreto, la calca per l’aperitivo si confonde con quella per lo shopping. Succede però che, all’improvviso, un uomo si tolga la vita: è il caso zero, quello da cui tutto comincia. Nelle settimane successive, infatti, un’inspiegabile epidemia di suicidi paralizza la città. Tra capitani d’azienda e vecchine in pensione, tra chi si impicca in salotto e chi si getta in pieno giorno dalle terrazze del Duomo, l’unico denominatore comune è un male di vivere improvviso e irrimediabile”. 
In tale contesto Mario Spinoza, professore di Letteratura francese separato e padre di un bambino che vive con la madre, si preoccupa e si fa delle domande. E quando il morbo dispotico si aggrava e Milano viene messa in quarantena, ricercarne le ragioni gli pare indispensabile. Domandandosi - lui che si racconta in prima persona - il perché a essere contagiata da questo male sia proprio questa città internazionale, da molti definita come la città del benessere o la città da bere. Ma chiedendosi anche perché gli stranieri, anche i più sfortunati, ne risultino immuni. 
A questo punto, in compagnia di Aram, seminarista con velleità rivoluzionarie che forse non farà mai il prete, e di Mara, studentessa che lavora al Comune rosso di Sesto san Giovanni ed è convinta che la “peste” milanese sia paragonabile a quella di Albert Camus (esplosa all’improvviso, e presa sottogamba, nella città algerina di Orano legata a una strana morìa di topi), Spinoza - un cognome, una garanzia, e non stupirebbe che la scelta dell’autore sia stata stuzzicata proprio dalla grande originalità di pensiero dell’omonimo filosofo olandese - cerca di rispondere a una domanda fondamentale: esiste ancora, nel nostro tempo, qualcuno in grado di essere felice? 
Fortuna vuole che il morbo del suicidio che ha colpito la città di Milano muoia a sua volta improvvisamente e la bandiera dell’ottimismo torni a sventolare. Speriamo sia così anche per il Covid-19...

(riproduzione riservata)