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“La morte è ancora il mio mestiere”: torna a indagare, in una corsa contro il tempo, Jack McEvoy

Michael Connelly ridà voce al riuscito reporter del romanzo cult Il poeta. Da non perdere anche l’avvocato in Vespa di Michele Navarra e le due antologie in nero targate Fratelli Frilli


30/11/2020

di Mauro Castelli


Un numero uno all’apparenza pacioso e paziente finito, non per colpa ma per merito suo, nel tritacarne della comunicazione; una penna straordinaria che dietro a quegli occhialini da intellettuale riesce a nascondere una buona dose di timidezza, o meglio, di sopportazione; uno scrittore fuori dalle righe che, come tutti i grandi, sa prendersi in giro (così l’abbiamo visto interpretare se stesso mentre gioca a carte con altri grandi scrittori in due puntate della serie televisiva Castle - Detective tra le righe, il cui protagonista è appunto un affermato autore di gialli); ma soprattutto un geniaccio della narrativa di settore che, ogni volta che fa capolino sugli scaffali, colleziona copie vendute (stiamo parlando di 74 milioni di libri commercializzati in una quarantina di Paesi). 
Di sicuro ogni volta che Michael Connelly dà alle stampe un nuovo romanzo il successo è assicurato, anche quando si propone orfano del suo personaggio più rappresentativo, quello che aveva fatto debuttare nel 1992 ne La memoria del topo, ovvero il più navigato dei detective dell’Unità Casi Irrisolti della Polizia di Los Angeles, Hieronymus “Harry” Bosch. Nome peraltro rubato a un famoso pittore olandese molto amato dalla madre, che sinora ha tenuto banco in ben ventidue storie. Bosh che in questi ultimi tempi è diventato protagonista di una serie televisiva prodotta da Amanzon Studios. 
Entrando nel merito, il suo ultimo thriller, La morte è il mio mestiere (Piemme, pagg. 364, euro 19,90, traduzione di Alfredo Colitto), segna il ritorno del riuscito reporter Jack McEvoy (“Per molto tempo, in passato, avevo detto che la morte era il mio mestiere. Adesso so che lo è ancora”), già protagonista de Il poeta nel 1996 e L’uomo di paglia nel 2011. Un romanzo che, non appena arrivato sugli scaffali, è balzato ai vertici delle classifiche di vendita sia americane che inglesi per l’intrigante scorrevolezza, l’accattivante trama, la sfida perversa messa in atto da un diabolico killer. 
Detto questo, spazio alla sinossi. Per Jack McEvoy la cronaca nera è stata il mestiere di una vita. Lui che ha raccontato le storie più cupe, inseguito i killer più sfuggenti, fino a ritrovarsi faccia a faccia con la morte. Il fiuto da reporter ce l’ha nel sangue, anche se ormai va a caccia di storie di ben altro genere. Ma la morte, a quanto pare, non sembra aver chiuso i conti con lui. 
Quando una donna con cui McEvoy aveva trascorso una sola notte, dopo averla conosciuta in un bar un anno prima, viene ritrovata senza vita, il giornalista finisce suo malgrado tra i principali sospettati di quel crimine particolarmente brutale. A quel punto tornare a indagare - a dispetto dei moniti della polizia e del suo editore - è per lui non soltanto un “ritorno” al suo mestiere, ma una necessità. 
Sta di fatto che ben presto si scoprirà che l’omicidio che lo vede suo malgrado coinvolto è collegato ad altre morti misteriose in tutto il Paese. In altre parole uno stalker va a caccia di donne, curiosamente selezionate sulla base dei loro dati genetici (va tenuto presente che, pur trattandosi di un’opera di fantasia, questo libro - come ha annotato l’autore - è basato sui fatti e sull’attuale livello di comprensione del genoma umano). Non a caso le vittime avevano fornito il loro Dna a una delle più grandi aziende del settore, la quale li aveva poi rivenduti a un’altra industria diretta da un personaggio dal passato quanto meno inquietante. 
McEvoy, nella veste di collaboratore della rivista FairWarming (“Nella realtà - tiene a precisare Connelly - si tratta di un vero sito di notizie, che porta avanti un duro giornalismo d’inchiesta in difesa dei consumatori”), si rende conto di trovarsi di fronte a una mente criminale diversa da qualunque altra abbia mai incontrato: qualcuno che conosce le sue vittime meglio di quanto loro conoscano se stesse. 
A questo punto, attraverso una ricerca nei meandri più oscuri del web e con l’aiuto di una vecchia conoscenza (l’ex agente dell’Fbi Rachel Walling), McEvoy intraprende una folle corsa contro il tempo. Perché il killer (“Gli amici mi chiamano l’Averla”, ovvero il rapace che uccide le sue prede spezzando loro il collo a colpi di becco) ha già scelto il suo prossimo obiettivo ed è quindi pronto a colpire ancora. 
Detto questo riprendiamo da quanto già scritto per ricordare che Michael Connelly è nato il 21 luglio 1956 a Filadelfia e cresciuto in Florida. Un autore peraltro predestinato, tanto è vero che, sin da ragazzino, sognava di seguire le orme di quel grande innovatore del romanzo giallo tradizionale che era stato Raymond Chandler (“Non sarei mai diventato quello che sono - ha tenuto a ribadire in più occasioni - se non avessi letto il tredicesimo capitolo de La sorellina”). Ma al di là degli stereotipi mutuati dal genere hard boiled, lui si sarebbe dimostrato soprattutto un numero uno nel trattare l’evoluzione e l’involuzione psicologica dei suoi personaggi. 
Che altro? Nel 1980, dopo essersi laureato in Ingegneria, Connelly aveva iniziato a lavorare per alcune testate giornalistiche di Daytona Beach e Fort Lauderdale soprattutto nel campo della cronaca nera. Sin quando un suo reportage sui superstiti di un disastro aereo (peraltro firmato a sei mani con altri due colleghi) si era guadagnato una candidatura al Premio Pulitzer. Da qui l’assunzione come giornalista criminologo al Los Angeles Times
E sarebbe stato a quel punto che Michael avrebbe iniziato a strizzare l’occhio alla narrativa di settore sfruttando l’esperienza maturata stando a stretto contatto con la Polizia nonché grazie allo studio delle tecniche di indagine nel campo dei delitti. Mettendo a segno una serie infinita di bestseller, gratificati da chissà quanti premi (Italia compresa, dove si è portato a casa un Bancarella e un Raymond Chandler Award al “Noir in Festival” di Courmayeur): così si va dall’Edgar Allan Poe al Nero Wolfe, dal Dilys a un doppio Barry sino al Macavity e via dicendo. Il tutto supportato dalla consacrazione legata a una presidenza biennale del Mistery Writers of America, un ruolo ricoperto soltanto da maggiori scrittori su piazza.  


Voltiano libro per dare voce a un altro personaggio ben caratterizzato, ovvero l’avvocato Alessandro Gordiani, compulsivo e pignolo ultraquarantenne romano, sposato e con due figlie, che va in giro con i capelli tagliati alla militare in sella a una Vespa scassata, dividendosi fra le pesanti responsabilità della sua professione (a detta di tutti è infatti molto bravo) e la sua indole ironica e scherzosa. Magari mettendo in discussione certi concetti di legge e di giustizia che, a suo parere, non sempre coincidono. Oltre che a farsi venire il mal di stomaco per dover difendere persone colpevoli, in quanto - lavorando per un grande studio - non può certo fare il difficile. Di fatto un personaggio attanagliato dai dubbi, anche se, da professionista coscienzioso e intelligente qual è, riuscirà a superarli, o quanto meno a metterli da parte. 
A dargli voce è una penna che sa graffiare, ovvero quella di Michele Navarra, avvocato penalista nato a Roma nel 1968, sposato con Maria e padre di Giorgia e Valentina, che in corso di carriera ha avuto modo di seguire in prima persona alcune delle vicende giudiziarie più importanti della storia italiana: dalla strage di Ustica ai fatti della banda della Uno bianca. 
Lui che dopo aver dato alle stampe L’ultima occasione, A Dio piacendo, Una questione di principio, Solo la verità, L’uomo di paglia e Per non aver commesso il fatto ha dato ora alle stampe Solo Dio è innocente (Fazi, pagg. 248, euro 16,00), un giallo giudiziario ambientato fra Roma e la Sardegna rurale, benedetto da uno che se ne intende come Gianrico Carofiglio. Un lavoro incentrato sull’assassinio di un ragazzo nella terra appartata e misteriosa del Gennargentu dove il codice barbaricino, tramandato fin da tempi antichissimi, è ancora una realtà difficile da contrastare. 
Questa storia è nata per caso, tiene a ricordare in una nota l’autore, legata a quando, durante un soggiorno in Sardegna (anni dopo essersi occupato professionalmente di vicende simili), “mi colpì l’immagine di una serie di campi coltivati, inondati dal sole, con un piccolo trattore nel mezzo. Ed era lì che avrei voluto ambientare il mio racconto. 
Ma dopo una rapida ricerca mi resi conto che non era possibile, perché a Tergu fatti di sangue non ce n’erano mai stati, almeno a partire dagli anni Cinquanta. Non era così, invece, nelle zone della Sardegna centro-orientale, e in particolare a Fonni, uno dei paesi principali della Barbagia. Un centro che avevo peraltro già visitato e dove mi aveva colpito un murales che rappresentava una donna vestita di nero con accanto un bambino, in una posa fiera e allo stesso tempo triste. Ecco dunque che la storia aveva cominciato, sia pure piano piano, a prendere corpo e a sedimentarsi nelle pieghe della mia immaginazione”. 
Da qui la trama del suo canovaccio: fra le alture della Barbagia l’omicidio a sangue freddo di un quindicenne riapre vecchie ferite. In effetti la faida che oppone da sempre due famiglie rivali sembra non risparmiare nessuno. Secondo logica narrativa il principale sospettato del delitto è Mario Serra, un tipaccio che ha già alle spalle un lungo passato di crudeltà e di sangue, forse troppo per poter credere che vi sia ancora un briciolo di umanità in lui. 
E questo è il dubbio che tormenta l’avvocato incaricato della sua difesa, il citato Alessandro Gordiani che, dal suo studio di Roma, parte per l’isola in vista di un processo che minerà le sue convinzioni sulla natura umana e sulla giustizia, che non sempre coincidono con il giudizio espresso in tribunale. Costretto a immergersi in una società antiquata e omertosa, Gordiani si sposterà tra Roma e la Sardegna per prepararsi, anche emotivamente, a un complicato iter penale... 
Fermo restando - tiene a precisare l’autore - che “ho voluto raccontare la storia di un processo per omicidio non dal punto di vista del commissario o dell’ispettore che deve scoprire il colpevole, ma attraverso lo sguardo dell’avvocato che è stato chiamato a difendere l’accusato. Ritenendo che tutto ciò che ruota attorno al dibattito in aula, oltre agli elementi giuridici, contenga interessanti dinamiche umane che ho cercato di catturare e descrivere”. 


In chiusura di rubrica due antologie in nero proposte dalla Fratelli Frilli: ovvero Laghi e delitti (pagg. 206, euro 14,90), un libro che raccoglie i racconti finalisti del Concorso letterario Giallo Ceresio 2020, e I luoghi del noir (pagg. 288, euro 14,90), quarta raccolta di storie scritte in memoria dello scomparso Marco Frilli, che era stato l’anima e il cuore dell’omonima casa editrice genovese. 
Un uomo - come annota Bruno Morchio nella prefazione - che di libri se ne intendeva. “Annusava l’aria e sapeva cogliere al volo il vento che tirava. Era nata così, una ventina di anni fa, “una nuova casa editrice, e con essa una collana ormai conosciuta in tutto il Paese, i cui ingredienti essenziali sono storie gialle-noir ambientate in luoghi ben riconoscibili”. In altre parole “un filone, non una scuola, che aveva come comun denominatore appunto l’ambientazione o, meglio ancora, la valorizzazione del territorio”. 
Una collana che avrebbe peraltro contribuito - e non è poco - alla rinascita turistica della Liguria. Tanto che autori “da fuori” avrebbero annusato l’aria e allargato il tiro, iniziando a raccontare anche le loro città e i loro paesi. A fronte di libri contrassegnati da una copertina arancione che, strada facendo, sarebbe diventata un brand, una specie di marchio di fabbrica. 
A dare il loro contributo a questa antologia sono stati ben 53 autori, impegnati in 49 racconti, i quali hanno declinato le loro storie in tutte le sfaccettature del noir, del giallo e del poliziesco. Ne è nato così un “gran tour” tricolore che si dipana fra crimini e delitti, paesaggi e tradizioni, storie e leggende. Fermo restando che alcuni racconti, a volte spietati e altre addirittura commoventi, risultano ambientati in non-luoghi, come treni, cinema e via dicendo. Insomma, ce n’è per tutti i gusti. 
E per quanto riguarda Laghi e delitti? Si tratta di 23 racconti scritti da altrettanti autori, alcuni dalla penna già collaudata, dei quali viene riportato anche il profilo. Autori che, come in qualsiasi antologia, si sono inventati nuovi commissari, hanno dato voce a delitti assurdi, hanno rivangato antiche memorie, hanno giocato a rimpiattino con acque minacciose, complicità e follie. 
Il tutto supportato da un interrogativo avanzato da Jenny Santi, sindaco dell’antico borgo di Porto Ceresio, in provincia di Varese: “Può la bellezza di un lago emergere grazie alla suggestione di un mistero nato dall’abilità di uno scrittore?”. Starà ai lettori trovare la giusta risposta proprio in queste storie.

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