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“La casa delle bugie”: un cold case per l’ispettore Jhon Rebus

Torna sugli scaffali il collaudato personaggio nato dalla sbrigliata fantasia di Ian Rankin. Da non perdere anche le storie firmate da Alex Connor e Romain Slocombe


09/12/2019

di Mauro Castelli


La storia insegna: un personaggio riuscito, che ha cioè incontrato il favore del pubblico, risulta quasi impossibile farlo morire o comunque farlo sparire dalla circolazione. Strada facendo ci hanno provato in tanti, sempre con scarsi risultati. Come il nostro Loriano Macchiavelli (costretto a far resuscitare a furor di popolo il suo sergente Sarti Antonio) oppure l’americana Patricia Cornwell, che a un certo punto aveva deciso di lasciare in panchina la carismatica, volubile e seduttiva Kay Scarpetta (per rimpiazzarla - senza apprezzabili riscontri - con la coppia formata da Judy Hammer e Andy Brazil). E ci aveva provato anche lo scozzese Ian Rankin, rendendosi conto che con la messa a riposo del suo azzeccato ispettore John Rebus (sostituito da Malcolm Fox) le vendite dei suoi libri avevano subìto un brusco calo. Ragion per cui era stato costretto - nonostante lo avesse… pensionato - a richiamarlo in servizio. 
John rebus, si diceva, che è ora arrivato nelle nostre librerie per la ventiduesima volta e che troviamo alle prese - ne La casa delle bugie (Rizzoli, pagg. 446, euro 19,50, traduzione di Alberto Pezzotta) - con un inquietante cold case. Un noir che, appena uscito sugli scaffali inglesi, ha monopolizzato le classifiche di vendita. 
Per la cronaca Rebus è un poliziotto irascibile e sospettoso, testardo ma anche dai risvolti umani. Una figura - repetita iuvant - che mal si rapporta con quella del suo creatore, anche se entrambi condividono il piacere per la musica e il whisky. In effetti “il mio ispettore è un tipo molto più sospettoso, diffidente e cinico del sottoscritto. Così, pur abitando entrambi a Edimburgo, lui riesce a vedere soltanto i lati più oscuri della città. Ma mi va bene lo stesso, in quanto su di lui scarico le mie paturnie, risparmiandomi in questo modo sulle spese dello… psicanalista”. 
A tenere banco ne La casa delle bugie è un John Rebus già in pensione da tempo, ma dalla memoria ancora lucida. Tanto è vero che, quando si diffonde la notizia che nei boschi di Edimburgo quattro ragazzini hanno trovato un cadavere dentro un’auto, lui sa già che si tratta di una Polo rossa e che il corpo appartiene a Stuart Bloom. Come da scena del delitto, l’interessato ha le manette ai piedi ed è morto - non ci vuole molto a rendersene conto - da chissà quanto tempo. La sua scomparsa, in effetti, risale a dieci anni prima, quando le ricerche della polizia si erano risolte in un nulla di fatto. 
Il nostro ex ispettore ricorda bene quella storia: la rabbia della famiglia Bloom, le accuse di corruzione piovute sulla sua squadra... Certi casi, lui lo sa, ti seguono fino alla tomba. E visto che all’epoca quella zona era stata perlustrata a fondo da decine di uomini, come mai il corpo è stato trovato soltanto adesso? 
La detective Siobhan Clarke, che si occupa del caso, cammina su un filo di seta: l’indagine precedente ha infatti lasciato dietro di sè troppi punti oscuri, un concentrato di bugie e di segreti insabbiati. E dal momento che a seguirla c’era stato anche John Rebus, vecchio amico di Clarke e discussa leggenda della polizia scozzese, mettersi ora a scavare nel passato è quasi un azzardo. Tuttavia… 
Risultato? “Ancora una volta Ian Rankin costruisce con grande abilità un impianto narrativo complesso, una casa degli specchi che confonde e disorienta il lettore, un teatro delle ombre al cui centro c’è di nuovo lui, John Rebus, sempre unico e dolorosamente umano”. 
Detto del libro e del suo protagonista, qualche nota sull’autore. Collezionista di premi e tradotto in 22 lingue, Ian Rankin è nato il 28 aprile 1960 a Cardenden, in Scozia, da genitori che faticavano a tirare avanti (lui sarebbe stato il primo della famiglia a frequentare le scuole superiori, mettendosi ben presto in evidenza con poesie e racconti). E per non pesare sul magro bilancio familiare aveva svolto umili lavori, come il vendemmiatore, il porcaro e l’esattore, oltre a darsi da fare come giornalista e musicista punk. Lui che, a suon di sacrifici, sarebbe riuscito a laurearsi presso l’università di Edimburgo in Letteratura inglese per poi concedersi un bis in Letteratura americana e scozzese. 
E proprio Edimburgo (dove vive con la moglie e i due figli) sarebbe diventata la sua città di adozione, tanto da ambientarci - come già detto - buona parte delle sue storie. La prima delle quali, pubblicata nel 1987, era intitolata Cerchi e croci e aveva visto il debutto di uno dei detective più riusciti della narrativa di settore. John Rebus, per l’appunto. 


Un’altra penna di livello è quella di Alex (Alexandra) Connor, un’autrice-artista nata e cresciuta in Inghilterra, che attualmente vive a Brighton, nel Sussex, e della quale la Newton Compton, il suo editore italiano di riferimento, ha dato alle stampe I Lupi di Venezia (pagg. 382, euro 9,90 traduzione di Tessa Bernardi). Un’autrice che, con le sue precedenti sei puntate nelle nostre librerie (Goya Enigma, Eredità Caravaggio, Maledizione Caravaggio, Caravaggio enigma, Il dipinto maledetto e Cospirazione Caravaggio, diventato un bestseller anche da noi), si è già fatta carico di una buon a dose di lettori. 
Connor, si diceva, che prima di arrivare al successo letterario aveva intrapreso diverse carriere: così era stata modella e assistente personale di un chirurgo cardiaco, ma aveva anche lavorato in una galleria d’arte, per poi dedicarsi alla pittura e infine alla narrativa. E questa sarebbe stata la sua strada vincente, grazie a una penna capace di miscelare, al tempo stesso, suspense e cultura, presente e passato, mondo dell’arte e dell’azione, fantasia e realtà. Dando voce a gialli storici preferibilmente ambientati nell’ambiente artistico. Peraltro raccontando, con dovizia di particolari, pennelli celebri come quelli di Hogarth, Tiziano, Goya, Bosch e, ovviamente, Caravaggio. 
Un mondo, quello dell’arte, che tiene banco, sia pure non attraverso un singolo protagonista, anche nel suo ultimo romanzo, ambientato a Venezia nel Sedicesimo secolo. Una città zeppa di segreti e di misteri dove la dura vita di bottegai, prostitute, schiavi ed ebrei del ghetto contrasta con l’abbagliante ricchezza della Laguna, meta di mercanti provenienti da ogni parte della terra per fare fortuna. Ma alla prosperità, si sa, si accompagna spesso la corruzione. 
Logico quindi che in un’epoca in cui l’inganno, la malizia e la perversione prosperano al pari dell’arte e della filosofia, i lupi abbiano vita facile. Si tratta di individui spregiudicati e pericolosi, che si muovono famelici, fiutando le migliori opportunità per acquistare sempre più potere, coinvolgendo ignare pedine nelle loro oscure trame. 
Ed è appunto in tale contesto incontriamo Marco Gianetti, un assistente del Tintoretto, e Ira Tabat, un mercante ebreo, i cui destini stanno per piegarsi al volere di individui molto in vista, come il poeta Pietro Aretino, la cortigiana Tita Boldini e la spia Adamo Baptista. 
Per farla breve: un thriller che conquista e seduce, frutto - come ha annotato Marcello Simoni, che di storia e di misteri se ne intende - di “un grande equilibrio narrativo”. Un lavoro che gioca a rimpiattino fra colpi di scena e personaggi che graffiano e lasciano il segno; che tira in ballo il vento della calunnia (“Un sussurro è pericoloso tanto quanto uno squillo di tromba”); che si nutre di una scrittura accattivante e di ambientazioni mozzafiato. Cosa chiedere di più da un romanzo? 


In chiusura una proposta fuori dal coro per i suoi violenti quanto stuzzicanti contenuti, che si rapportano con una scrittura dura quanto precisa, graffiante quanto efficace: quella del talentuoso francese Romain Slocombe, il prolifico autore - oltre che regista, illustratore, fotografo e traduttore - nato a Parigi il 25 marzo 1953 (sua nonna, per la cronaca, era di origini ebraiche e questo potrebbe aver influito sull’invenzione narrativa del personaggio del quale fra poco parleremo). 
Una penna, quella di Slocombe, che si era fatta notare fra il 2000 e il 2006 quando aveva pubblicato una tetralogia intitolata La Crucifixion en jaune, per poi guadagnarsi una certa notorietà nel 2012 con Monsieur le Commandant e infine beneficiare tre anni fa delle luci della ribalta con Il caso di Léon Sadorski (Fazi Editore - collana Darkside, pagg. 440, euro 18,00, traduzione di Maurizio Ferrrara), un poliziesco atipico - finalista al Premio Goncourt e Goncourt des Lycéens - impregnato dell’atmosfera classicheggiante tipica del noir francese, peraltro supportata da una accurata ricostruzione storica. 
Verrebbe infatti da pensare che il protagonista richiami certi personaggi imbastiti da George Simenon o dal dissacrante Léo Malet, ma anche con una strizzatina d’occhi rivolta “a Maximilien Aue, l’ufficiale nazista messo in scena nelle Benevole da Jonathan Littell”, Premio Goncourt 2006.  
Ma chi è Léon Sadorski? Una specie di antieroe, collaborazionista, antisemita e anticomunista. Non dimentichiamoci che la trama del libro che stiamo proponendo è ambientato nella Parigi oscura e corrotta del 1942, una città sull’orlo del baratro alle prese con l’occupazione tedesca. Una città segnata dalla paura dei bombardamenti inglesi, ma anche da traffici illeciti, da arresti arbitrari, dalla caccia serrata al terrorista o all’ebreo di turno. E la gente deve decidere se stare o meno dalla parte dei nazisti. 
Per l’ispettore di polizia Léon Sadorski la scelta è però scontata: il collaborazionismo rappresenta l’occasione perfetta per ottenere privilegi e autorità. Personaggio dall’indole egoista e meschina, per lui l’Occupazione rappresenta l’alibi ideale per lasciare libero corso a tutte le sue bassezze e perversioni: si getterà quindi a capofitto nel suo “lavoro sporco” di poliziotto, dandosi da fare - con soddisfazione, se vogliamo esagerare - ad arrestare ebrei per spedirli nel campo di lavoro più vicino, ma anche dando una mano alle Brigate speciali incaricate di intervenire contro i presunti terroristi. Insomma, uno con le mani in pasta, che non manca si approfittarsi di qualsiasi occasione gli si presenti. 
Di fatto, come tutti gli opportunisti, Sadorski è avido e codardo, un uomo insensibile al dolore altrui anche quando sembra mostrare una certa compassione e invece pensa unicamente a se stesso (nel più totale disinteresse delle conseguenze che le sue scelte potrebbero avere sulle vite degli altri). E quando viene inspiegabilmente arrestato dalla Gestapo e portato in una prigione di Berlino, non mancherà di giocare d’astuzia e affinare le sue subdole armi per poter continuare indisturbato a fare i propri interessi. 
Ragion per cui diventerà, al suo ritorno sotto la Tour Eiffel, informatore interno alla prefettura di polizia per conto dei tedeschi. E in questo ruolo riceverà l’ordine di rintracciare una sua vecchia fiamma, Therese Gerst, sospettata di essere una spia antinazista. 
Di fatto un romanzo attualissimo, che graffia, intriga e indigna; che vede il corruttibile Sadorski beneficiare dei favori e del denaro degli ebrei che odia, ma che al tempo stesso sfrutta. Un lavoro che si propone alla stregua di un affresco a tinte fosche di un gran brutto periodo che, per certi versi, “ha inquietanti somiglianze con quello che stiamo vivendo”. 
Un’ultima annotazione, sia pure fuori contesto: Slocombe ha viaggiato molto in Italia - “Un Paese che amo”, tiene a precisare - quand’era più giovane. Magari nel ricordo del nonno George, che era stato un grande giornalista e aveva frequentato l’ambiente politico internazionale nel periodo tra le due Guerre. “Incontrando Gandhi in prigione e Hitler nel 1931 a Monaco di Baviera. Ma avendo anche contatti con Mussolini, conosciuto nel gennaio 1922 alla Conferenza di Cannes. Fermo restando che il Duce, pur a fronte di notevoli divergenze di opinioni, era stato sempre molto gentile con lui per via di certe conoscenze comuni maturate in quel di Londra, dove si erano accasati diversi esuli socialisti italiani della prim’ora…”.

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