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Un'irriducibile reporter fra un passato che ritorna e un presente che inquieta

Sugli scaffali, per i tipi di Marsilio, una doppia presenza firmata Liza Marklund. Da consigliare anche Gianni Simoni e Susanna Mancinotti


18/04/2017

di Mauro Castelli


L’hanno soprannominata la First Lady del giallo svedese, Liza Marklund. Una penna che intriga e appassiona, nata nel 1962 nel piccolo villaggio di Pålmark, vicino al Circolo polare artico, e che ha raggiunto il successo con la serie poliziesca imbastita su Annika Bengtzon (travasata con successo sul piccolo schermo per l’interpretazione della bella Malin Crépin), della quale Marsilio, nella collana Farfalle, ha pubblicato Ferro e sangue (pagg. 370, euro 18,50, traduzione di Laura Cangemi), un lavoro del 2015 benedetto da Henning Mankell («È un’autrice insuperabile») e da quel geniaccio di Jeffery Deaver («La sua eroina è quella che fa per me. Perché è come noi o, almeno, come vorremmo essere»).
Liza che strada facendo è stata giornalista (si è occupata per una decina d’anni di cronaca nera, oltre a proporsi come editorialista per diverse testate internazionali), moderatrice televisiva, documentarista, ambasciatrice di pace per l’Unicef nonché co-fondatrice e azionista della Piratförlaget, una delle maggiori case editrici del suo Paese. Lei che vive con la famiglia (un marito e tre figli) fra Stoccolma e Marbella, in Spagna; che è stata tradotta in una trentina di nazioni; che ha venduto la bellezza di quindici milioni di copie; che ha dato voce, a partire dal suo debutto nel 1985 con Delitto a Stoccolma, a quattordici romanzi. Alcuni dei quali scritti a quattro mani con Maria Eriksson, Lotta Carpenter e addirittura con James Patterson, con il quale nel 2010 ha pubblicato Cartoline di morte, arrivato al primo posto nella classifica dei bestseller stilata dal New York Times.
Ma veniamo al dunque, ovvero a Ferro e sangue, una storia dura e cruda incentrata su un caso di cronaca nera (un senzatetto brutalmente ucciso senza un perché) che ha scosso l’opinione pubblica svedese. E visto che la polizia brancola nel buio, chi meglio della reporter Annika Bengtzon - sempre in prima fila nella ricerca della verità - può prendere in mano l’inchiesta? Come da sinossi, sono passati quindici anni da quando Annika ha messo la sua prima firma su La Stampa della sera, con tanto di foto a corredare l’articolo sull’omicidio di Josefin Liljeberg, la ragazza che lavorava al club Studio Sex: una morte di cui nessuno è ancora ufficialmente responsabile. Da allora questa intraprendente giornalista non ha mai smesso di scavare con ostinazione sui casi irrisolti, la qual cosa la porta a esporsi a non pochi rischi in nome di un radicato senso della giustizia.
Ma ora che la vita comincia a funzionare, il suo mondo così faticosamente conquistato rischia di crollare. Non solo ci sono progetti per smantellare la testata per cui lavora ma, in aggiunta, la sorella Brigitta, dopo averle inviato una serie di messaggi inquietanti, è scomparsa. Tra un passato che ritorna minaccioso e un presente carico di tensione, la nostra cocciuta reporter si ritrova coinvolta in un’indagine che la costringe a un duro confronto con la famiglia e con se stessa, obbligandola ad affrontare una volta per tutte le conseguenze del drammatico gesto compiuto in gioventù e che le aveva sconvolto la vita. E lo fa all’insegna di princìpi che per lei hanno un grande valore: l’amore per il lavoro, la lotta in difesa delle donne, la solidarietà verso la parte più debole della società. Ferme restando alcune precisazioni della stessa autrice: Annika vive in una realtà parallela e gli anni in cui si svolgono i fatti non sono necessariamente i nostri, mentre la descrizione del paesino di Hälleforsnäs e della sua storia industriale si basa su luoghi e avvenimenti reali. Fermo restando che tutti i protagonisti e molti passaggi del romanzo sono invece di fantasia.
Che dire: Ferro e fuoco si propone come la ciliegina sulla torta di una serie che ha conquistato milioni di lettori (e che, riteniamo, non si concluderà qui); un romanzo ben orchestrato, che si legge che è un piacere; una storia caratterizzata da colpi di scena e personaggi che lasciano il segno; che induce alla riflessione, perché portarsi dietro per anni sensi di colpa e segreti non è sempre facile. Anzi, a volte, può risultare insopportabile. E allora non si potrà restare con le mani in mano.
Insomma, una manna dal cielo per i lettori che amano gli scrittori proveniente dal Grande Freddo, i quali possono beneficiare anche di un altro lavoro della Marklund che risale al 2000 e che vede sempre protagonista la citata Annika. Anche questo romanzo è stato pubblicato dalla Marsilio, ma nella collana Tascabili. Si tratta di Fondazione Paradiso (pagg. 462, euro 14,00, traduzione di Laura Cangemi), un lavoro che risulta incentrato su un doppio omicidio, in cui i corpi vengono ritrovati fra le macerie del porto di Stoccolma, devastato da un violento uragano.
La storia vede in scena una ancor giovane Annika, utilizzata presso La Stampa della sera come correttrice di bozze durante il turno di notte. Ovviamente, a lei ambiziosa e preparata, questo posto le va stretto. E lungimirante com’è fiuta lo scoop, visto che il fattaccio (i due sono stati fatti fuori con altrettanti colpi di pistola alla testa) si rapporta a una vera e propria esecuzione. Di fatto le indagini parlano di contrabbando, in particolare di sigarette, un traffico che punta all’Europa dell’Est e incrocia la strada di Aida Begovic, una giovane disperata e in fuga. Alla sua richiesta di aiuto, Annika le consiglia di rivolgersi alla Fondazione Paradiso, un’istituzione - sulla quale ha intenzione di scrivere un articolo - che promette di cancellare il passato delle persone minacciate offrendo loro una nuova identità.
Insomma, quello che ci vuole per una donna che ha visto troppo ed è braccata da una feroce organizzazione criminale. Mentre una nuova serie di omicidi scuote il mondo svedese, Annika, divisa tra l’amore per la sua professione e una vita privata che è ordinata e tranquilla solo nei suoi desideri, segue il suo istinto di giovane aspirante reporter e si avvicina alla verità, rendendosi conto che né Aida né la misteriosa Fondazione Paradiso sono davvero ciò che sembrano.
Anche in questo romanzo, che ci introduce nel mondo narrativo di Liza Marklund e della sua eroina Annika Bengtzon, troviamo i cardini portanti dell’autrice. A fronte di una maturità già consolidata, supportata da una trama ben gestita oltre che da personaggi tratteggiati come si conviene (tutti di fantasia, eccezion fatta per quello di Maria Eriksson - le cui vicende sono descritte nel romanzo documentario Gömda - che «ha letto e approvato la parte che la riguarda»). Fermo restando un incipit di graffiante impatto, di quelli che inducono subito alla lettura. E non è da tutti. 

Dalla Svezia all’Italia, narrativamente parlando, il passo è breve. E lo facciamo con l’ultimo lavoro firmato da Gianni Simoni, un autore arrivato non più giovanissimo sugli scaffali ma che ha recuperato in fretta: nel senso che ha già dato alle stampe 17 storie, sei delle quali dedicate al commissario Lucchesi, che troviamo ora nuovamente protagonista di Tiro al bersaglio (Tea, pagg. 264, euro 13,00). Un personaggio ben tratteggiato sia nel pubblico che nel privato, che punta sul suo istinto per arrivare alla verità, che si rapporta - pur all’insegna di certi difetti - a tratti di grande umanità. Lui dalle origini che arrivano da lontano, in quanto figlio di una donna eritrea e che Simoni aveva fatto debuttare nel romanzo Piazza San Sepolcro. Un poliziotto leale con gli amici, onesto quanto scontroso, in ogni caso non facile da gestire. Una «faccia scura come la sua anima» che da ispettore della sezione Furti e Rapine era stato promosso al ruolo di commissario alla Omicidi della questura di Milano. Un passaggio di grado che era stato affiancato da parecchi rospi da mandar giù (un divorzio che ancora gli brucia, una figlia sedicenne che vive con la madre ma difficile da gestire, un presente che rincorre dolorosi ricordi a fronte di una vita solitaria quanto vuota). Insomma, un uomo dalla vita complicata che comunque non risulta indifferente ai piaceri della vita: come l’alcol e le donne. Non a caso si è da tempo innamorato di una collega, che si chiama Lucia Antocoli e che sembra essere riuscita a mettergli il guinzaglio (anche se sta per accadere qualcosa di grave e doloroso). Lui che in questa nuova storia, ambientata in una Milano intristita dalla fredda pioggia di febbraio, viene chiamato a indagare su una rapina con morto nel quartiere QT8. Dove Tommaso Ancona, il vecchio proprietario di una antica drogheria, uno dei pochi negozi della zona che si ostinavano a non chiudere i battenti e che vivevano su pensionati che lesinavano l’euro, è stato ucciso da un colpo di fucile a canne mozze. Questo mentre in parallelo la Omicidi si trova a doversi confrontare con un nuovo delitto: quello di un uomo finito a martellate nel suo appartamento. «In entrambi i casi - come da sinossi - le piste si moltiplicano: dietro l'apparente normalità delle due vittime, infatti, gli inquirenti scoprono verità torbide, una fitta rete di tradimenti e bugie, ricatti e sotterfugi, traffici illeciti e sporchi inganni... E per stilare una lista dei sospetti c’è solo l'imbarazzo della scelta». Così il commissario Lucchesi, pur amando muoversi da solo, questa volta è costretto ad avvalersi della collaborazione della squadra, finendo nuovamente per confrontarsi con il lato oscuro di Milano, una città che dietro la parvenza di capitale morale d’Italia nasconde brutalità e delitti, povertà e delinquenza. Il tutto all’insegna di una solitudine che, a volte, può pesare in maniera insopportabile. Detto del nuovo libro, spazio al privato di Simoni. Un autore di grande piacevolezza narrativa che sa peraltro di cosa sta parlando visto che ha ricoperto, a lungo, il ruolo di magistrato prima di arrivare alla pensione. Lui che ha tenuto banco, nel ruolo di giudice istruttore, in non poche indagini in materia di criminalità organizzata, eversione nera e terrorismo. Nato a Brescia il 17 giugno 1938 da una famiglia piccolo-borghese, sposato, con due figli di primo letto e due nipoti, Simoni ha rimpiazzato la sua vecchia passione per il disegno e l’incisione con quella per la scrittura, parlando di sé, lui uomo di grande riservatezza, attraverso le storie dei suoi personaggi. Una penna che ha sfondato nel mondo editoriale seppure con qualche fatica iniziale. Come lui stesso ha avuto modo di confermarci tempo fa: «Il mio libro d’esordio, Un mattino d'ottobre (in seguito ripreso da Tea e forte di diverse edizioni), venne infatti pubblicato dalla Foschi, una piccola casa editrice di Forlì alla quale avevo inviato il dattiloscritto. Ma le carenze distributive, pur a fronte di una esperienza positiva, si fecero sentire. A seguire pubblicai per Garzanti, scrivendolo a quattro mani con un collega, Il caffè di Sindona, una sorta di saggio sul controverso finanziere siciliano. In seguito tornai al poliziesco con il romanzo Commissario, domani ucciderò Labruna, che ricevette diverse proposte di pubblicazione. Alla fine accettai quella di Tea, casa editrice con la quale ancora oggi pubblico e ho venduto 180 mila copie». Di fatto il suo passaggio alla narrativa avrebbe rappresentato un’ideale prosecuzione, pur in un diverso ambito, della sua quarantennale esperienza di magistrato. Lui bresciano per nascita ma milanese per adozione: «Sotto la Madonnina venni infatti a vivere nel 1985, quando venni trasferito alla Procura Generale del capoluogo lombardo per condurre, nel ruolo di pubblico ministero, alcuni significativi processi (come quello d’appello per l'omicidio Ambrosoli), ma anche per seguire l’inchiesta sulla morte di Sindona nel carcere di Voghera». Il tutto a fronte di una lunga esperienza legata ai fatti e ai misfatti che via via si era trovato a seguire. Una esperienza che, travasata fra le righe delle pagine, gli sarebbe servita per regalare credibilità alle sue trame. Ferma restando un’intelligente abilità nel condurre le sue storie, che si rapportano al saper rendere semplici anche tematiche complesse. Che altro? Un certo interesse per autori come Georges Simenon, Ed McBain e Andrea Camilleri; una forte propensione nello scavare fra le pieghe della verità, che spesso si offre sotto diverse angolature; una grande capacità nel farsi carico del quotidiano. E questo è quanto.

L’ultimo consiglio per gli acquisti si rifà a un giallo al femminile ambientato nella Città Eterna, ovvero Notte fonda in via degli Angeli (Sperling & Kupfer, pagg. 230, euro 17,90), firmato dalla romana (è infatti nata, non si sa bene quando, a due passi dalla Fontana di Trevi) Susanna Mancinotti, scrittrice, sceneggiatrice, giornalista e autrice per la Rai di vari programmi televisivi. Lei che collabora con Io Donna, magazine del Corriere della Sera, nonché con il mensile Quattro Zampe, visto che è innamorata, oltre che della natura, anche degli animali, ai quali ha dedicato alcuni lavori come Io sto con i cani e Una lucertola per amico. Tra i suoi libri, pubblicati negli Stati Uniti, in Russia, Islanda, Svizzera, Grecia e Germania, ricordiamo anche La forza di cambiare (la biografia, scritta a quattro mano con l’interessato, di Massimo Ciavarro) e Il migliore amico delle donne. Lei che ora debutta nella narrativa di settore (una scrittura gialla che tuttavia tende a sfumare nel rosa) con un romanzo tenero, toccante e al tempo stesso dolce-amaro. Un romanzo che peraltro si ispira a un fatto di cronaca realmente accaduto a testimonianza che «a volte la realtà può superare la fantasia». A tenere inizialmente la scena un pastore tedesco, una femmina di nome Quin, di proprietà di Massimo Milani, uno dei migliori investigatori di Roma che finisce i suoi giorni all’improvviso, nel suo letto di casa. E poi subito dopo (e il quadro così si completa) incontriamo una giovane disperata, Elisa Montani, che non riesce più a pagare l’affitto a quell’energumeno alto due metri del suo padrone di casa dopo che la rivista per la quale scriveva è fallita. Non bastasse suo padre ha lasciato l’Italia prendendo una strada sbagliata (partecipando cioè a una rapina), così come ha appena scoperto che il suo fidanzato la tradisce. Insomma, peggio di così… Tuttavia, nel momento stesso in cui si rende conto di essere alla frutta, succede un mezzo miracolo: uno zio che non vedeva da quando era bambina, guarda caso il citato detective, le ha lasciato in eredità quello che aveva a condizione che si prenda cura del suo pastore tedesco. Elisa si accasa così nello studio dello zio e inizia a fare conoscenza con Quin. E succede anche che, non avendo mai avuto un cane prima di allora, si trovi catapultata in un mondo nuovo, ricco di affetti, di sguardi dolci, di tenerezze, di una gran voglia di giocare. Insomma, una specie di ritorno alla vita, che porta Elisa a cercare nuove collaborazioni, oltre a farla incontrare - il che non guasta - con un giovane dai bellissimi occhi blu. Senza trascurare la visita di una elegante cliente di suo zio, tormentata dalla gelosia, che finirà per scombinare i suoi piani. Elisa, infatti, accetta di investigare su suo marito, il noto professore universitario Fiorentini (in cattedra alla facoltà di Architettura), e sulla sua amante. L’indagine, però, si complica per il sopravvenire di un omicidio. E saranno proprio Roma, attraverso i suoi meandri più sconosciuti, e Quin, dal fiuto eccezionale, ad aiutare Elisa nella soluzione del caso. Che dire: una specie di favola, raccontata con piacevolezza, che cattura il lettore costringendolo a fare le ore piccole per cercare di capire come andrà a finire, a dispetto di qualche perdonabile ingenuità narrativa. Detto questo, una domanda: secondo voi la storia di Elisa e Quin avrà un seguito? Propendiamo per il sì. O almeno ce lo auguriamo.

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