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Una detective scomoda in scena alla sezione Omicidi di Dublino

Dalla penna benedetta di Tana Trench una storia che incanta. A seguire la genialità di Stephen King e l’imprevedibilità narrativa di C.J. Tudor


16/04/2018

di Mauro Castelli


Una cosa è certa: la scrittura di Tana French - nata negli Stati Uniti, e più precisamente a Burlington, nel Vermont, da David French ed Elena Hvostoff-Lombardi il 10 maggio 1973 e cresciuta in diversi Paesi, fra i quali l’Italia (con tanto di cittadinanza al seguito) e il Malawi, prima di stabilirsi nel 1990 a Dublino dove tuttora risiede - incanta e cattura anche i palati più raffinati. Non a caso a benedire il suo modo di raccontare sono stati geni di settore come Stephen King (“Una prosa incandescente, la sua”) e Ian Rankin (“Un’autrice che non delude mai”), ma soprattutto a collocarla sul piedistallo dei grandi ci hanno pensato i lettori, con oltre sei milioni di copie vendute in trentun Paesi, in abbinata a numerosi riconoscimenti, fra i quali l’Edgar Haward, il più prestigioso premio riservato alla letteratura poliziesca. 
Lei che si è fatta conoscere sui nostri scaffali con tre lavori pubblicati da Mondadori (Nel bosco, pluripremiato romanzo d’esordio edito a fine gennaio 2007, seguito da La somiglianza e da I luoghi infedeli) e che ora è approdata in casa Einaudi con il suo sesto libro, ovvero L’intruso (pagg. 624, euro 21,00, traduzione di Alfredo Colitto), pubblicato per la prima volta nel 2016 con il titolo originale di The Trespasser
Un poliziesco nudo e crudo (miglior thriller dell’anno per il Guardian, il Daily Mail e il Financial Times) e ancora una volta imbastito sulle figure dei detective Antoinette Conway e Stephen Moran (un poliziotto con una cicatrice emotiva profonda che risale alla sua infanzia), al lavoro presso la Omicidi di Dublino. E se per Stephen indagare su un assassino rientra (quasi) nella normalità, per Antoinette (che si racconta in prima persona e che ogni tanto pecca di una certa ingenuità) qualche problemino risulta legato al fatto di essere l’unica donna detective della squadra, oltre che una grintosa femmina di razza mista. E queste due componenti il maschilismo e la discriminazione dei colleghi tende a non perdonargliele. Per contro, narrativamente parlando, ci troviamo di fronte a due eroi empatici e al tempo stesso imperfetti, la qual cosa li rende credibili e più vicini al lettore. Due protagonisti che viaggiano in perfetta sintonia, peraltro inseriti in un contesto ricco di sfumature e supportati dal giusto ritmo, dove la suspense abbraccia una intrigante filigrana che finisce per non lasciare scampo. 
Sta di fatto che alla nostra strana coppia toccano sempre e soltanto “le rogne e la routine di cui nessuno vuole occuparsi”, come sembra essere l’omicidio della giovane, bionda e bella, Aislinn Murray. Ovvero la donna trovata in casa, cadavere, riversa accanto a un tavolo apparecchiato per una cena romantica, con tanto di candele accese. All’apparenza, il classico litigio tra innamorati finito in tragedia. In altre parole il fidanzato le avrebbe rifilato uno spintone o più probabilmente un pugno in faccia e lei, cadendo, avrebbe sbattuto la testa contro il caminetto. Logico quindi che gli indizi portino a sospettare del suo ragazzo, Rory Fallen, il quale non nega di essere stato invitato a cena, ma assicura che una volta arrivato la ragazza non gli avrebbe aperto la porta, nonostante le sue insistenze. Per questo se n’era andato pensando che avesse cambiato idea. 
Ovviamente nessuno crede alla sua semplicistica versione, tanto meno il detective Breslin che sembra avere troppa fretta di chiudere il caso e che pertanto lo sbatte in carcere. Di fatto ritenendolo un freddo calcolatore più che un giovane complessato. 
Ma Conway non ne è convinta, e resiste alle pressioni volte a chiudere la pratica in tutta fretta. Per lei, infatti, troppe interferenze e troppe ombre allignano nella vicenda. Così, assieme a Moran, si mette a indagare più a fondo. E ben presto questo caso, a prima vista scontato, finisce per prendere una piega inattesa. “Si tratta solo di paranoia oppure, sotto la superficie scintillante dell’apparenza, l’unità di punta della polizia nasconde qualcosa?”. 
Detto del libro, un’ultima annotazione sulla sua autrice. Sposata con Anthony Breatnach (a suo dire “l’uomo in grado di risolvere i peggiori problemi di intreccio prima che arrivino all’antipasto”), Tana (Elizabeth) French ha studiato recitazione al Trinity College di Dublino e si propone anche come attrice di un certo peso.  

Voltiamo libro. Le notti insonni rappresentano, per i lettori di Stephen King, la regola. Lui geniale interprete del terrore che sa amalgamare inquietudine e odio, amore e morte, riscatto e vendetta. Pronto a fare incetta di supporter, visto che è l’unico autore vivente a poter contare su 500 milioni di copie vendute, a fronte di una lunga serie di bestseller (stiamo parlando di una sessantina di romanzi, undici raccolte di racconti, una marea di partecipazioni ad antologie in giallo) che hanno ispirato registi del calibro di Stanley Kubrick, Brian De Palma, John Carpenter, David Cronenberg, Rob Reiner e Frank Darabont. Al suo livello soltanto William Shakespeare, Agatha Christie e Arthur Conan Doyle, tre storiche penne che possono vantare un numero simile di adattamenti cinematografici, senza tener conto delle seguitissime serie televisive. 
Un autore che, a ogni uscita, riesce a fare centro, anche quando scrive a quattro mani, in quanto sa scegliere il partner giusto. Come nel caso de La scatola dei bottoni di Gwendy (Sperling & Kupfer, pagg. 236, euro 17,90, traduzione di Giovanni Arduino), per la cui stesura si è avvalso della collaborazione - peraltro consolidata nel tempo - di Richard Chizmar, prima guida della casa editrice Cemetery Dance, redattore dell’omonima rivista specializzata nel genere horror, nonché autore di racconti e sceneggiature, oltre che insegnante di scrittura creativa. Una firma che, a sua volta tradotta in mezzo mondo, si è portata casa due World Fantasy Haward, quattro International Horror Guild Haward e un Hwa’s Board of Trustee’s Haward. 
Ma di cosa si nutre la trama de La scatola dei bottoni di Gwendy, un romanzo peraltro corredato dalle illustrazioni di Ben Baldwin e Keith Minnion? Intanto di uno strano rapporto fra una ragazzina di carattere e un seducente uomo in nero, in abbinata a una scatola coperta da magici bottoni colorati. Per la cronaca Gwendy Peterson ha dodici anni e vive a Castle Rock, una cittadina timorata di Dio che era già stata al centro del romanzo Stand by Me. Gwendy “è cicciottella e per questo vittima del bullo della scuola, che è riuscito a farla prendere in giro da metà dei compagni”. E per sfuggire a questa specie di persecuzione, Gwendy si mette a correre tutte le mattine sulla Scala del Suicidio (un promontorio sopraelevato che prende il nome da un tragico evento avvenuto anni prima). In altre parole intende dimagrire e, in questo modo, non farsi più coinvolgere nelle attenzioni di “quell’odioso stronzetto”. 
Succede però che il 22 agosto 1974, mentre si è fermata per riprendere fiato, venga sorpresa “da una presenza inaspettata: un singolare uomo in nero. Alto, con gli occhi azzurri, un lungo pastrano che fa a pugni con la temperatura canicolare. Ma anche un uomo ben educato, che si presenta come Mr. Farris”. Gwendy non è però una sprovveduta. È infatti responsabile e coscienziosa. E come tutti i bambini si è sentita mille volte ripetere dai genitori di non dare confidenza agli sconosciuti. Tuttavia quest’uomo sembra davvero speciale, dolce e convincente. E, per di più, ha uno strano regalo di adescamento: “una scatola di mogano antico, coperta da bottoni colorati. E cosa ottenere premendoli dipende solo da Gwendy. Nel bene e nel male”. 
In buona sostanza una leva farà emergere un cioccolatino dai poteri magici contro gli attacchi di fame e un’altra regalerà una moneta d’argento di grande valore. Inoltre ciascun pulsante colorato rappresenta un continente, a eccezione di quello rosso e di quello nero... E il confine fra paura e ossessione risulterà molto sottile. 
Detto del libro, come al solito di piacevole lettura anche se non graffiante come spesso ci ha abituato l’autore, qualche nota su Stephen King. Un numero uno portatore di una infanzia non facile. Come abbiamo già avuto modo di ricordare, Stephen è nato a Portland, nel Maine, il 21 settembre 1947. Suo padre, di origini scozzesi-irlandesi (si chiamava David Spansky, nome modificato in seguito in Donald Edwin King), sparì nel nulla quando lui aveva soltanto due anni, la qual cosa costrinse la madre ai lavori più umili per tirare avanti. E lui stesso, per sopravvivere, si sarebbe adattato a fare di tutto, come il benzinaio, lo spazzino e l’addetto a una lavanderia. A complicare le cose, nel 1971, sarebbe arrivato il matrimonio con una compagna di studi (Tabitha Jane Spruce, a sua volta scrittrice e poetessa, con la quale vive a Bangor, nel Maine), seguito a ruota dalla nascita dei figli. Di fatto, quindi, una vita complicata, resa ancora più complicata dalla sua dipendenza dall’alcol e dalla droga. 
Sta di fatto che nel 1974 - dopo tre tentativi andati a vuoto - avrebbe ingranato la marcia giusta, “incassando i suoi primi 2.500 dollari dalla casa editrice Doubleday per la pubblicazione di Carrie. Un romanzo passato inosservato nell’edizione rilegata, ma che avrebbe riscosso un enorme successo in quella economica, superando il milione di copie. A quel punto King, grazie anche alla vendita dei diritti per la trasposizione cinematografica (supportata nel 1980 dall’indimenticabile interpretazione di Jack Nicholson), decise di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Giocando subito vincente con Le notti di Salem (Salem’s Lot) e soprattutto Shining, due romanzi che ancora oggi tengono banco alle casse delle librerie”. 
Ovviamente portandosi a casa riconoscimenti a cascata, sino a essere insignito nel 2015 dal presidente Barak Obama, per i suoi meriti artistici, <della National Medal of Arts. Questo dopo che, nel 1998, era rimasto vittima di un bruttissimo incidente. Venne infatti rovinosamente travolto da un’auto e riuscì miracolosamente a venirne fuori soltanto dopo un lunghissimo periodo di convalescenza e riabilitazione. 

La terza e ultima proposta di questa settimana riguarda invece la penna, per certi versi imprevedibile, dell’inglese C.J. Tudor, nata a Salisbury e cresciuta a Nottingham, dove tuttora vive con Neil (che la sopporta “soffrendo in silenzio”) e una giovanissima figlia (“cacche e poppate” tengono peraltro la scena in alcuni ringraziamenti alle amiche). Di fatto una protagonista fuori dagli schemi, ribelle, determinata e creativa quanto basta. Non a caso a soli sedici anni aveva lasciato la scuola e, per sopravvivere, si era dedicata ai più diversi mestieri. Dandosi da fare come cameriera, commessa e dog-walking per poi proporsi, a fronte di una certa dose di improvvisazione, reporter, copywriter di agenzie pubblicitarie e doppiatrice, oltre che autrice radiofonica nonché presentatrice - negli anni Novanta - del programma televisivo Moviewatch. Nel corso del quale intervistava, in maniera decisamente provocatoria, divi dello star system hollywoodiano (fra gli altri Sigourney Weaver, Michael Douglas, Emma Thompson, Susan Sarandon, Robin Williams e Robert Downey Junior). 
Detto dell’autrice, veniamo al dunque. Ovvero a L’uomo di gesso (Rizzoli, pagg. 345, euro 20,00, traduzione di Sandro Ristori), un thriller tradotto in diversi Paesi (a partire dagli Stati Uniti) e “ispirato alla miglior tradizione anglossassone”. Un romanzo pronto a nutrirsi di una tensione narrativa “progressiva e inesorabile” che non lascia scampo al lettore, costringendolo a una lettura accelerata sino alle ultime dirompenti pagine. Quando cioè la vicenda si aprirà a una inaspettata soluzione. Il tutto supportato da un canovaccio che trae ispirazione da un secchiello di gessetti colorati regalati dagli amici Claire e Matt alla bambina della Tudor in occasione del suo secondo compleanno. 
E di sera quei disegni sul selciato di casa avevano assunto un’aria sinistra, specie se a essere raffigurato era il cosiddetto impiccato. Poche tracce di colore bianco, come peraltro riportate sulla copertina del libro dalla superficie porosa quanto inquietante del libro. Copertina dove peraltro tiene banco un inquietante occhiello: “Trent’anni fa, il ragazzo della Ragazza del Valzer. Senza testa”. A fronte di un gioco macabro che richiama l’infanzia, quello ovviamente dell’impiccato. 
La storia - incalzante, ben gestita e dal taglio cinematografico - prende corpo nel piccolo paese di Anderbury e viene raccontata su due piani temporali: il 1986 e il 2016. Partendo da un incipit che lascia il segno: “La testa della ragazza (fatta a pezzi - ndr) giaceva su un piccolo cumulo di foglie arancioni e marroni. Gli occhi a mandorla fissavano la volta frondosa del sicomoro, del faggio e della quercia, ma non vedevano le incerte dita del sole che si facevano largo tra i rami e tingevano d’oro il terreno del sottobosco. Le palpebre non sbattevano mentre lucenti scarafaggi neri scorrazzavano sulle pupille. Occhi che non vedevano più nulla, solo oscurità…”. 
A raccontare quanto succede (ed era successo) è l’insegnante quarantaduenne Ed, che ancora abita nella stessa casa della sua gioventù (avuta in eredità dalla madre) e dove affitta una camera a una studentessa dalla quale, suo malgrado, è attratto. Un uomo che vorrebbe essersi lasciato alle spalle i ricordi di un tempo, anche se continuano a mulinargli nel cervello. Ricordi di quando, allora dodicenne, si era confrontato con un terribile incidente sulla giostra e aveva incontrato per la prima volta l’Uomo di Gesso. Colui che gli aveva dato l’idea di messaggiare con gli amici attraverso un codice segreto comprensibile solo ai componenti della banda. In altre parole attraverso dei disegni. 
Un gioco, certo. Peraltro piacevole. Sin quando non era stato ritrovato il cadavere smembrato di una ragazzina… E al suo ritrovamento avevano contribuito, guarda caso, una serie di disegni - tracciati appunto col gesso - di uomini stilizzati, pronti a richiamare quella sorta di codice segreto che utilizzava la banda di cui faceva parte. Insomma, l’uomo di gesso è tornato. E con lui l’onda nera dei ricordi e dei nodi che non era mai venuti al pettine. Sarà forse giunto il momento per far emergere quella vecchia, inquietante verità? 
Sono trascorsi trent’anni. Ed Munster adesso è un uomo, è rimasto a vivere nella stessa cittadina e insegna nella scuola locale. Abita nella bella casa che gli ha lasciato la madre e affitta una stanza a una studentessa vivace da cui è attratto, suo malgrado. Ed sembra essersi lasciato il passato alle spalle, quell’estate del 1986 in cui era un ragazzino e trascorreva giorni interi con i suoi amici. Tra infinite corse in bicicletta, spedizioni nei boschi che circondano la pittoresca e decadente Anderbury e i pomeriggi a scuola, il loro era un tempo sereno: erano una banda, amici per la pelle. E avevano un codice segreto: piccole figure tracciate col gesso colorato, per poter comunicare con messaggi comprensibili solo a loro. Poi, un giorno, quei segni li avevano condotti fino al bosco. Fino al corpo smembrato di una ragazza. Chi sia stato l’artefice di un simile delitto, in questi trent’anni, non si è mai saputo. Sono state percorse innumerevoli piste, tutte finite in vicoli ciechi, tutte rimaste fredde. La verità di cosa sia successo quel giorno nel bosco non è mai emersa. Ma adesso Ed ha ricevuto una lettera: un unico foglio, un uomo stilizzato, disegnato col gesso. Anche gli altri hanno ricevuto lo stesso messaggio. L’uomo di gesso è tornato. 
Con un thriller ispirato alla migliore tradizione anglosassone, C.J. Tudor afferra il lettore in una spirale progressiva e inesorabile, dentro la quale, solo nelle ultime pagine, ogni tassello troverà il proprio posto. Quando il quadro si farà d’un tratto necessariamente chiaro.

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