Share |

In un mondo di bugiardi, soltanto i morti (forse) non possono mentire

Torna sugli scaffali la psicologa-profiler Sasza Załuska, frutto maturo della penna di Katarzyna Bonda. Mirino puntato anche su Qiu Xiaolong e Mariolina Venezia


10/12/2018

di Mauro Castelli


È tornata sui nostri scaffali, a distanza di pochi mesi dall’osannato Non esistono buone intenzioni, la polacca Katarzyna Bonda con un altro lavoro di successo, che risale al 2015, ovvero Nessuna morte è perfetta (pagg. 724, euro 19,90, traduzione nuovamente affidata a Walter Da Soller e Laura Rescio). Anche in questo caso proposto dalla Piemme, consapevole della veridicità di un vecchio detto: il ferro va battuto sin che è caldo. Ed è un ferro di un certo spessore a rapportarsi con la scrittura di questa autrice che, nel suo Paese, è diventata una specie di gloria nazionale, accaparrandosi premi più importanti. E per diverse ragioni. 
Intanto, iniziando dal frivolo, perché l’autrice è una bella bionda di 41 anni (è infatti nata il 26 agosto 1977) che ancora incanta. Poi perché risulta portatrice di una caratura narrativa di livello, in parte mutuata dai suoi stretti rapporti con il mondo del giornalismo. Sta di fatto che ha rastrellato oltre un milione di lettori soltanto dalle sue parti, senza tener conto delle copie vendute in giro per il mondo, e in particolare in Europa. La qual cosa non stupisce vista la capacità di dare voce a storie che, pur affondando le radici nella fantasia, riescono a convivere con il quotidiano: da un lato abbracciando il reale e dando voce a figure che lasciano il segno e, dall’altro, tratteggiando ambientazioni dove nulla è lasciato al caso. 
Lei abile come pochi nell’addentrarsi nei meandri della violenza femminile: in effetti un suo saggio, incentrato appunto sulle donne criminali, è stato “tradotto” tre anni fa in un documentario con tanto di nomina all’Oscar. Lei che è stata osannata come la risposta polacca a Jo Nesbø, il prolifico scrittore norvegese considerato da molti come una delle espressioni più intriganti della corrente narrativa proveniente dal Grande Freddo. Lei che si è anche guadagnata la stima del settimanale a stelle e strisce Newsweek, che l’ha incoronata come la “nuova regina della crime fiction europea”. 
E ancora: lei pianista senza ambizioni (“Avevo iniziato a muovere le dita sulla tastiera quando avevo solo cinque anni”); lei che si è laureata in Sceneggiatura, per poi collaborare per dodici anni con testate giornalistiche importanti; lei che tiene lezioni di scrittura creativa a Varsavia; lei che nelle sue scorribande sentimentali ha avuto una figlia dal fotografo Piotr Sadurski, chiamata Nina (“Come mia mamma, rimasta orfana a sei anni, dalla quale ho ereditato la forza d’animo”), mentre ora vive con il letterato e scrittore Mariusz Czubaj (“Il mio primo, paziente lettore”); lei che, come autrice, ha fra l’altro firmato due serie crime: la prima dedicata allo psicologo investigativo Hubert Meyer, mentre quella più recente ha per protagonista la trentaseienne Aleksandra (detta Sasza) Załuska, una ex agente della polizia di Danzica dai capelli rosso fuoco, oltre che esperta profiler nel campo degli identikit fisici e psicologici. 
Ed è appunto Sasza (affiancata dalla figlia Karolina e dal suo mentore Tom Abramas, professore in terra inglese, oltre che da colleghi, industriali, ex prostitute, attivisti e persone sospette) che incontriamo, In nessuna morte è perfetta, proprio nel momento in cui ha deciso di cambiare vita. Nel senso che è tornata in Polonia, con la sua bambina; che è un bel po’ che non tocca più un goccio e, soprattutto, che è decisa a fare pace con quel pezzo del suo passato che ancora la tormenta: ovvero l’uomo che è il padre di sua figlia, conosciuto quando, alle prime armi come agente infiltrata nella malavita di Danzica, aveva commesso l’errore di innamorarsi proprio della persona sulla quale avrebbe dovuto vigilare. 
“È per questo che Sasza si sposta sulle sue tracce tra i boschi dell'est della Polonia, ad Hajnówka, nella parte più orientale e remota del Paese. Una città di camini e fantasmi, con un passato che ancora incatena i suoi abitanti: lì, nel 1946, una terribile rappresaglia uccise più di cento polacchi di origine bielorussa, un massacro su cui non è mai stata fatta chiarezza”. Uno dei tanti misteri rimasti irrisolti. 
“Come quello di Iwona, sposa bielorussa scomparsa il giorno del suo matrimonio con un ricco polacco del luogo. E sarà proprio Sasza, scontrandosi con la polizia locale, a indagare sulla sparizione della donna, senza sapere che il caso la porterà molto più lontano, in un affondo emozionante e doloroso negli anni più cupi della storia polacca”. 
Che dire, non lasciatevi impressione - cari lettori - dalle settecento e passa pagine del romanzo, in quanto scorrono via che è un piacere. A fronte di una storia ambientata nel suo luogo natale, Hajnówka appunto, una cittadina formato tascabile, ai margini della foresta Bialowieza, “paragonabile a quella dei primi insediamenti nel Selvaggio West e dove, al posto dell’oro, una volta c’era la selvaggina. E nelle cui vene non scorre solo sangue polacco, ma anche bielorusso, ucraino, lituano, russo, francese, tedesco, ebraico e di altre nazioni”. 
Di fatto in questo romanzo, annota ancora l’autrice, “c’è parte della storia della mia famiglia, con il ricordo ancora vivo di quei racconti che parlavano di mia nonna morta in tempo di guerra, quand’era al settimo mese di gravidanza, della quale porto il suo nome. Ed è proprio in questi luoghi che avvenne la strage di civili da parte dei soldati della resistenza anticomunista della quale parlo. Primo e non certo ultimo attacco contro persone innocenti…”. 
Detto questo, Katarzyna Bonda tiene però a chiarire: “Sia chiaro. La mia non è una presa di posizione politica, in quanto la politica mi disgusta. Semmai a me interessano le emozioni. Fermo restando che nelle piccole comunità i pettegolezzi hanno il potere di fare più male dei portali web sulle celebrità e le trasmissioni televisive del mattino…”.

Mirino puntato, a questo punto, sul provocatorio quanto intrigante scrittore e poeta Qiu Xiaolong, nato a Shanghai nel 1953, ma che dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna Letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis (città dove peraltro vive con la moglie e la figlia Julia). Questo autore, attivo anche nelle traduzioni, era arrivato in America - grazie a un programma di scambio offerto dalla Ford Foundation - per documentarsi sul poeta, saggista e critico letterario Thomas Stearns Eliot, al quale voleva dedicare un libro. Una passione maturata dopo aver frequentato la Easter China Normal University di Shanghai ed essersi laureato, in quel di Pechino, sui banchi della Chinese Academy of Social Sciences. 
Ma proprio durante il suo arrivo in terra americana - ne abbiamo già parlato su queste colonne - scoppiò la rivolta di Piazza Tienanmen e lui, sospettato di essere fra i finanziatori dei movimenti studenteschi, preferì restare al sicuro oltreoceano. La qual cosa non sorprende viste le sue vicissitudini familiari. Suo padre, proprietario di una piccola azienda di profumi “nazionalizzata” negli anni Cinquanta, era stato infatti bollato come “nemico di classe” e costretto a chiedere pubblico perdono alle “guardie rosse”. Avvenimenti che pesarono fortemente sulla madre, messa in ginocchio da un rovinoso crollo nervoso dal quale non si sarebbe più ripresa. 
Che altro? Negli States Qiu Xiaolong si sarebbe messo a sfornare non solo libri di poesie, ma anche polizieschi di peso (a influenzarlo, in particolare, il realismo dell’ispettore Martin Beck uscito dalla penna degli svedesi Majk Sjowall e Per Wahlo). Polizieschi che gli avrebbero regalato un immediato apprezzamento, che si sarebbe in seguito allargato a macchia d’olio complice la sua capacità di offrire al lettore, in modo raffinato e al tempo stesso graffiante, una visione inedita della Cina di oggi.  
Un successo che lo avrebbe accompagnato sin dal suo primo arrivo sugli scaffali, quando nel 2001 vinse l’Anthony Award per la miglior opera prima con La misteriosa morte della compagna Guan, un lavoro che vedeva protagonista l’ispettore capo Chen Cao della polizia di Shanghai. Un integerrimo membro del partito, amante della poesia e della buona cucina, ma anche una figura dalla solida formazione morale in azione in una città, Shanghai appunto, che riflette il tumultuoso e rapido cambiamento che la Cina stava vivendo dagli inizi degli anni Novanta. 
Un personaggio pronto a nutrirsi di connotazioni variegate, forse mutuate da altri investigatori attivi su piazza, ma che in realtà risulta unico. Come si riscontra nel susseguirsi di una lunga serie di piacevoli quanto intriganti romanzi. Peraltro tradotti in una trentina di Paesi, adattati dalla Bbc per una popolare serie radiofonica e ora in procinto di diventare una serie televisiva. Romanzi con i quali, anche in Italia e grazie a Marsilio (la sua casa editrice di riferimento), ha fatto incetta di lettori. 
Marsilio che da poco ha dato alle stampe la tredicesima indagine di Chen Cao, ovvero L’ultimo respiro del drago (pagg. 238, euro 18,00, traduzione di Fabio Zucchella), un lavoro dove il nostro “detective” si trova alle prese con una doppia indagine dagli esiti imprevedibili, che va addirittura a toccare i vertici inarrivabili della Città Proibita. Il tutto a fronte di una storia che parte da lontano, nel senso che Chen di inquinamento si era già fatto carico quando, nel corso di una vacanza trascorsa a Wuxi, aveva preso coscienza del grave problema grazie a una bella ambientalista, Shanshan, con la quale aveva condiviso una notte di passione. 
Purtroppo il problema delle polvere sottili e dintorni (nelle principali città cinesi, come si sa, la gente deve camminare con le mascherine sulla bocca) ha quasi raggiunto, narrativamente parlando e non solo, un punto di non ritorno e le autorità sono preoccupate per le possibili reazioni degli ambientalisti. 
In tale contesto il potentissimo compagno segretario Zhao affida a Chen un incarico a suo dire molto semplice, ma in realtà delicatissimo: sorvegliare con discrezione le mosse segrete di un gruppo di ambientalisti e poi presentargli un rapporto dettagliato. Perché se l’inquinamento è ormai una catastrofe nazionale, il problema va tuttavia risolto tenendo conto solo ed esclusivamente degli interessi del Partito. “Il punto è che non si tratta soltanto dell'inquinamento dell’aria, dell’acqua e del cibo, ma anche di una forma di inquinamento della mente”. Quindi il nostro ispettore capo, confuciano perplesso, si sente moralmente obbligato ad arrivare al nocciolo della questione, costi quel che costi. 
Come se non bastasse, un’ondata di inspiegabili delitti inizia a macchiare di sangue Shanghai. Fatti misteriosi senza alcun indizio, alcun movente, alcun sospettato. Un grosso guaio, tanto più che è imminente la sessione di apertura dell’Assemblea nazionale del popolo, a Pechino, e per il dipartimento di polizia sarebbe un disastro politico se il caso, che ormai fa pensare sempre più a un serial killer, rimanesse irrisolto. 
Chen, alla stregua di un funambolo, è quindi costretto “a camminare su una corda tesa all’interno di un sistema per il quale i concetti di giustizia e libertà sono subordinati alle esigenze del Partito unico”. E, come se non bastasse, dovrà affrontare una situazione dai risvolti imprevedibili. Trovandosi peraltro a confrontarsi con il ritorno in scena della bella Shanshan, ora sposata con un ricco industriale, che sta per “diffondere un documentario esplosivo destinato a diventare virale”. Riuscirà quindi il nostro eroe a risolvere il caso senza venir meno ai suoi princìpi?

Il terzo e ultimo invito alla lettura è legato alla firma di Mariolina Venezia, nata a Matera nel 1961, un’infanzia trascorsa fra la Basilicata e la Puglia, quindi lunghi soggiorni in Francia e infine l’approdo a Roma, dove attualmente vive. Lei che ha lavorato come sceneggiatrice per fiction di successo (come La squadra e Don Matteo) e per due film (Stiamo bene insieme e Sara Mey); lei che, dopo aver pubblicato tre libri di poesie Oltralpe, nel 1998 era arrivata sugli scaffali con l’antologia di racconti Altri miracoli per i tipi dell’editrice Theoria, poi riproposta da Einaudi nel 2009. 
Un’autrice che, nel 2007, si era aggiudicata il Premio Campiello con Mille anni che sto qui, storia incentrata su una saga familiare ambientata a Grottole, piccolo comune della Basilicata, nella quale narrava le vicende umane di cinque generazioni a partire dall’Unità d’Italia sino ad arrivare alla caduta del muro di Berlino. Romanzo peraltro tradotto in diverse lingue. 
Non bastasse questa deliziosa penna, nove anni fa, avrebbe puntato sulla narrativa di settore, dando alle stampe Come piante tra i sassi, un lavoro nel quale aveva fatto debuttare il Pubblico ministero Imma Tataranni, una brontolana alla quale non va mai bene nulla, caparbia e cocciuta, che “inizialmente aveva rappresentato - tiene a precisare Mariolina Venezia - la scusa per poter tornare a parlare della mia Regione, alle prese con una modernità arrivata troppo in fretta”. 
In realtà doveva trattarsi “soltanto di una parentesi”, ma l’apprezzamento riscontrato l’avrebbe fatta diventare personaggio seriale. “In altre parole questa donna dalla memoria elefantiaca aveva iniziato a influenzarmi tanto da farmela rimettere in pista altre due volte (in Da dove viene il vento e Maltempo), con una quarta sulla pista di lancio”. Di fatto una figura azzeccata, che presto sarà benedetta da una serie in produzione per Rai Uno, “serie che mi ha visto partecipare alla sceneggiatura in maniera subalterna, nel senso che la stesura vera è stata portata avanti da quattro uomini”. 
Detto questo diamo la parola alla “terza volta” della nostra Pm, in scena in un romanzo dal titolo Rione Serra Venerdì. Imma Tataranni e le trappole del passato (Einaudi, pagg. 278, euro 17,50). Rapportandoci subito con alcune precisazioni. “Il quartiere di Serra Venerdí era stato progettato per trasferirci gli abitanti dei Sassi, il cuore antico di Matera, dopo l’esodo forzato degli anni Cinquanta. Ma le utopie degli urbanisti si scontrarono con la realtà, e Serra Venerdí diventò Rione Apache. Dove l’omicidio di una coetanea della dottoressa Tataranni, seguito da altri fatti sconcertanti, punterà il dito su una storia che sembra passare sempre sulla testa dei più deboli”. 
Cosa succede è presto detto: con l’immancabile tacco dodici, Imma (in forza presso la Procura di Matera) percorrerà la Basilicata per ricostruire un episodio del “periodo postunitario, lasciandosi stregare dai paesaggi e ritrovandosi a fare i conti con i propri lati oscuri. Il marito Pietro e la figlia Valentina le sono accanto come sempre. Ma stavolta la nostra Pm rischierà di perdere quanto ha di più caro. E in questo c’è forse lo zampino del bel maresciallo Calogiuri...”. 
Ma veniamo alla sinossi, che si rapporta con un omicidio che affonda le radici nel passato: quello di Stella Pisicchio. E se fosse stata Imma stessa ad aver contribuito inconsapevolmente alla morte di quella che era stata sua compagna di classe ai tempi del liceo, con la quale aveva sin troppo familiarizzato? Già, la povera Stella, che aveva perso troppo tempo prima di sbarazzarsi della sua verginità, per poi incappare in una serie di uomini inadeguati fra i quali si potrebbe nascondere il suo assassino. Un caso senza sbocchi che si intreccia con quello della scomparsa di un bambino cresciuto in un ambiente degradato. Tutto questo supportato da un altro interrogativo: che ruolo ha il ritrovamento di vecchie lastre fotografiche contenenti un segreto che affonda le radici nel passato? 
Il tutto all’insegna di una considerazione: “La memoria, spesso, è una dannazione”. In quanto può tirare fuori episodi imbarazzanti, dettagli inutili quando invece cerchi qualcosa di essenziale, riproponendoti una frase o un viso che vorresti cancellare, relegando nell’oblio chi non se lo merita. Per questo motivo, Imma, la memoria l’avrebbe “condannata senza sconti di pena”. Tanto più che tutti noi, strada facendo, finiamo per “trasformare i ricordi”. 
Per farla breve: l’indagine, oltre che negli spettacolari scenari delle Dolomiti Lucane e nei vicinati dei Sassi, si svolge appunto negli angoli più bui dei ricordi della protagonista. E lo fa riproponendo una frase o un viso che la protagonista vorrebbe cancellare, relegando nell’oblio chi non se lo merita. 
In buona sostanza cosa succede? Che “in una Matera impaziente di concedersi a un turismo sempre più invadente, un passato di miseria torni a tenere la scena come un fantasma. Sarà così che fra rampolli di nobili famiglie, ragazzini che custodiscono strani segreti, grotte preistoriche e villaggi abbandonati, la nostra Pm - la più chiacchierata del Centro-Sud - si trovi a indagare a fianco del bel maresciallo Calogiuri”. 
Logico quindi che la vulcanica Imma ne percepisca l’attrazione. E se cedesse, cosa ne sarebbe del suo rapporto con l’amorevole Pietro? E cosa succederebbe alla figlia Valentina, che si comporta con il fidanzato come se fossero una vecchia coppia che sta sempre davanti al televisore? Avrà il coraggio di mettere a rischio la sua famiglia? D’altra parte “la vita non è una melanzana che la metti sott’olio e te la mangi un’altra volta”. E poi, problemi sentimentali a parte, esiste davvero un mostro che si aggira nelle strade di Matera? 
Troppe domande in cerca di risposte per una donna sola. Fortuna vuole che Imma Tataranni, “una Calamity Jane armata di codice penale”, non si arrenda facilmente. E se inciampa è sempre pronta a rialzarsi.

(riproduzione riservata)