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Tre generazioni al femminile indagano nella Milano fra i Navigli e il Giambellino

Dalla penna accattivante di Rosa Teruzzi un’altra storia sia da grande che da piccolo schermo. A seguire “Il signor diavolo” di quel geniaccio di Pupi Avati   


18/06/2018

di Mauro Castelli


Ai personaggi seriali, ovviamente quelli azzeccati, il lettore si affeziona. Specie se l’autore, storia dopo storia, li arricchisce di sfumature nuove, regalando loro spessore in abbinata a una ulteriore, maliziosa caratterizzazione. Se poi a tenere banco, all’insegna di una bonaria ironia, sono tre donne in rappresentanza di altrettante generazioni - che certo non sfigurerebbero in una trasposizione sia sul piccolo che sul grande schermo - il gioco è fatto e il successo assicurato. 
Per farla breve ci riferiamo alle tre simpatiche figure uscite dalla fantasiosa penna di Rosa Teruzzi, che incontriamo al “lavoro” a Milano, nella zona di confine fra la movida dei Navigli e il popolare quartiere del Giambellino. Ovvero la fioraia Libera (una quarantaseienne ancora appetibile che, dopo aver fatto la libraia, ora si mantiene realizzando bouquet di nozze), sua madre Iole (una settantenne fuori di testa, una specie di hippie seguace dell’amore libero nonostante le tante primavere sul groppone) e sua figlia Vittoria (una giovane agente di polizia, ligia alle regole e bacchettona quanto basta). In altre parole tre protagoniste “diversamente imparentate”, nel senso che lo scopo ultimo è quello di far trionfare la giustizia impicciandosi dei fatti degli altri. Con Libera che, dopo essersi data un gran da fare per risolvere i casi altrui, ora deve prendere il coraggio a due mani per rivangare una vicenda del suo doloroso passato. 
Insomma, per chi ama leggere storie raccontante con il sorriso sulle labbra, nonché all’insegna di una quotidianità ricca di atmosfere e di emozioni, non potrà perdersi Non si uccide per amore (Sonzogno, pagg.158, euro 14,00), terzo caso dedicato alle citate “strane detective”. Un romanzo breve che si legge d’un fiato e che si nutre di un cold case, ovvero dell’omicidio di un agente della narcotici, freddato in macchina mentre aspettava una sua informatrice nel mese di ottobre del 1992 da un accattivante sconosciuto (o sconosciuta) che, con il sorriso sulle labbra, gli aveva allungato un biglietto in abbinata… a due colpi di pistola in testa. Tutto questo poco dopo che un poliziotto drogato aveva ucciso due amici: un caso riportato a larghi titoli dai quotidiani e che avrebbe a lungo fatto discutere i colleghi. 
A seguire un salto in avanti di ventidue anni (siamo nel piovoso mese di agosto del 2014) e la vicenda entra nel vivo quando il citato biglietto, ormai ingiallito dal tempo, viene trovato in una vecchia camicia a quadri nel fondo di un armadio. La qual cosa riporta la memoria di Libera all’episodio più doloroso della sua vita. Quella camicia apparteneva infatti al marito Saverio, ucciso appunto nel 1992. Un omicidio peraltro rimasto insoluto. E quel biglietto, all’apparenza scritto da una donna, la inquieta e la tormenta. Anche se logica vorrebbe che evitasse di riaprire antiche ferite. Tanto più che Libera ha cercato di dimenticare, dedicandosi a una attività che ora funziona e che quindi le consente di beneficiare di una vita tranquilla, per di più sfiorata e corteggiata da diversi uomini. Eppure, quel buco nero della sua esistenza riapre la porta a notti insonni in quanto - ora se ne rende conto - alcuni particolari, nell’archiviazione del caso, non risultano per niente convincenti. 
Eccola quindi rivangare le vicende del suo passato, a fronte di una buona dose di coraggio. Fortuna vuole che non sia sola. A darle una mano c’è infatti la madre, eccentrica insegnante di yoga dalla battuta facile e dai costumi spregiudicati, in abbinata a una giovane cronista di nera, Irene, con un sesto senso per i misteri. Sta di fatto che, nonostante la vana opposizione della figlia poliziotta, Libera - sia pure confusa e disorientata - si spingerà dalla sua Milano fino in Calabria per trovare una risposta alle domande che l’opprimono e rendersi conto di una amara verità che in tutti questi anni l’ha inseguita senza darle tregua. Perché in Calabria? Perché in questa regione intende incontrare la moglie di un uomo della ’ndrangheta cui Saverio dava la caccia, donna che era scomparsa lo stesso giorno del suo terribile assassinio. Era forse era stata lei a scrivere quelle poche righe (Martedì 25, alle sette, nel parcheggio) vergate nel biglietto ritrovato? Una ricerca che la porterà a scoprire la presenza, all’interno della Questura di Milano, di un traditore. Vuoi vedere che il suo vero nemico si nasconde molto più vicino di quanto avesse immaginato? 
Per la cronaca Rosa Teruzzi è nata il 10 giugno 1965 a Monza. E di lei, laureata in Lettere moderne e Storia medievale, avevamo già parlato, qualche tempo fa, sulla base di una lunga chiacchierata, che comunque riproponiamo in parte a beneficio dei suoi nuovi lettori (tanto più che in questo periodo non siamo riusciti a scambiare che poche parole visti i pressanti impegni di lavoro legati alle registrazioni del suo programma). Non a caso ricopre, da diversi anni, il ruolo di caporedattore della trasmissione Quarto grado, in onda su Retequattro: trasmissione alla quale era approdata dopo 13 stagioni trascorse come curatrice del programma Verissimo; lei che aveva mosso i primi passi nel giornalismo ancora giovanissima (“I primi articoli li ho scritti quando avevo 18 anni”), per poi venire assunta a La Notte, storico quotidiano milanese del pomeriggio, dove sarebbe diventata professionista occupandosi della pagina culturale per poi guadagnarsi i galloni di caposervizio in cronaca. “Ma quando questa testata arrivò al capolinea emigrai al settimanale Epoca, a sua volta costretto alla resa dal calo delle vendite, e quindi a Mediaset”. 
Che altro? Una donna portatrice di un forte carattere mascherato da un sorriso di bugiarda arrendevolezza (“Mi dicono che sono solare, conciliante. In effetti mi affeziono alle persone, anche se non manco di impuntarmi per le cose in cui credo”); una giornalista cui la forza di volontà certo non manca (“Tre volte alla settimana mi alzo alle cinque del mattino per andare a correre, insomma per cercare di restare in forma”); un’autrice contagiata da una passione di vecchia data per la scrittura (“Ho sempre sognato, anche se ci sono arrivata soltanto alla soglia dei quarant’anni, di riuscire a firmare un romanzo. Ragion per cui, strada facendo, ho frequentato - complice un articolo pubblicato da Vanity Fair - alcuni corsi di scrittura creativa, luoghi di confronto, utile e costruttivo, con persone del mestiere”). 
Il tutto a fronte di un amore sviscerato per la lettura, che spazia sui più diversi generi (“Sono debitrice a molti: da Dumas a Dostoevskij, da Stevenson a Jane Austen - della quale mi intriga la leggerezza critica - sino ad arrivare a Scerbanenco, colui che mi ha indirizzato sulla strada del giallo”). Fermo restando il rispetto nei confronti di Sveva Casati Modignani. Ovvero Bice Cairati, “una scrittrice dalle grandi attenzioni verso il lettore che reputo alla stregua di una madrina in quanto, dopo averla conosciuta a una presentazione, nei miei confronti ha sempre dimostrato slanci di imprevista generosità”. 
E di scrittura si nutre e non poco il privato di Rosa Teruzzi, facendo ovviamente tesoro dei momenti liberi. In altre parole sfruttando le vacanze estive e quelle di Natale nel suo buen retiro di Colico, sul lago di Como, “dove io e mio marito Paolo abbiamo ristrutturato un vecchio casello ferroviario acquistato a un’asta giudiziaria. Una specie di santuario dove trova spazio la mia ricca collezione di gialli”. 
Per la cronaca la nostra autrice ha già dato alle stampe, dopo aver debuttato nel 1992 con un lavoro scritto a quattro mani con Sergio Redaelli (Laura Mategazza, la garibaldina senza fucile), i romanzi gialli Nulla per caso, Il segreto del giardiniere e Il prezzo della bellezza, una terna di lavori imbastita sulla figura di Irene Milani, una giornalista che segue (guarda caso) la nera in un giornale del pomeriggio che ha il dono, o la sventura, di farsi carico del dolore e del male altrui con grande intensità. Lei che nel 2016 aveva dato voce alle sue tre donne detective con La Sposa scomparsa, seguito nel 2017 da La Fioraia del Giambellino e, ora, da Non si uccide per amore. Una saga che, conoscendo l’autrice, c’è da ritenere non sia ancora finita.


Voltiamo libro. Di Pupi (Giuseppe) Avati, apprezzato regista, sceneggiatore e produttore cinematografico, nato a Bologna il 3 novembre 1938, si può dire soltanto un gran bene. Un giudizio al top, per la sua capacità di proporsi in maniera semplice quanto intrigante, che possiamo allargare anche al suo nuovo ruolo di scrittore. A fronte di una vena creativa sbocciata nel 2013 con la pubblicazione dell’autobiografia intitolata La grande invenzione. Un libro di ricordi che gli avrebbe aperto una enorme finestra sui lettori, catturati dalla sua capacità di mentire sapendo di mentire. 
Lui che si ritiene diversamente sincero, istrionico e anche un po’ mascalzone. In ogni caso - come abbiamo già avuto modo di annotare - un personaggio fuori dalle righe: buono ma bugiardo (“Per me la bugia altro non è che una diversa modalità dell’immaginazione”), garbato e al tempo stesso invidioso (“Quando un collega ha successo ne soffro”, ebbe a dire a un prete irlandese al quale stava confidando i suoi peccati. E il reverendo di rimando: “Lei non ha bisogno di confessarsi, ma di andare da uno psicanalista”). 
Di fatto un inventore di storie, improntate alla semplicità, come pochi altri sanno fare. Quasi sempre attingendo, e allargandone i confini, dal suo variegato vissuto. Partendo da quando, lui e i suoi amici del Bar Margherita, volevano fare cinema a tutti i costi e si misero a spedire lettere di richiesta a registi, sceneggiatori e produttori. Con una sola risposta al seguito, quella del caustico Ennio Flaiano, che si limitò a tre sole parole: Non scrivetemi più
Ma torniamo al Pupi Avati scrittore. Il quale, dopo essersi raccontato a modo suo, avrebbe deciso di cambiare registro, riuscendo a imbastire una storia nera (Il ragazzo in soffitta) intessuta di una velata introspezione psicologica e giocata sui lati più oscuri della mente. A fronte di una vicenda - che si dipana fra una nostalgica Trieste e una cinica Bologna - imbastita su un’amicizia adolescenziale, su un lungo amore e su una meditata vendetta. A seguire, sempre su questo filone, Avati avrebbe scritto a quattro mani con Roberto Gandus La casa delle signore buie. A fronte di un’idea sbocciata durante un suo sopraluogo-vacanza a Ischia, dove ebbe modo di visitare un antico convento delle monache Clarisse costruito all’interno della fortezza che costituisce il Castello Aragonese. Confrontandosi, nei sotterranei della imponente costruzione, con sensazioni inquietanti: penombra e umido a tenere banco in abbinata a enormi troni in pietra, dove venivano deposte le monache defunte. Idea che sembra essere stata scritta per il grande schermo (“In effetti ci sto pensando”). 
E ora eccolo di nuovo sugli scaffali, il maestro, con Il signor diavolo (Guanda, pagg. 202, euro 16,00), una storia di bugie e di misteri, dove l’accattivante semplicità narrativa si scontra con un contesto bugiardo che, partendo dalle atmosfere clericali romane si allarga al profondo Nord-Est, dove allignano oscure superstizioni e “misteri fitti come la nebbia che avvolge il paesaggio”. Dando voce a contesti che abbiamo imparato a conoscere nei suoi tanti film, fra credenze e superstizioni contadine, calore e ingenuità dei tempi andati. In altre parole ritraendo “una provincia non addomesticata, mai del tutto compresa, intrisa di religione e di superstizione e in cui i confini tra vita e mistero si spostano come l’orizzonte nelle paludi... Un mondo dove tutto sembra possibile. Anche il Diavolo”. 
A tenere la scena è un delitto insolito, commesso con una fionda da un quattordicenne nella frazioncina di Lio Piccolo, nel comune di Cavallino Treporti. Il movente? Poco credibile: la vendetta contro un coetaneo affetto da gravi problemi fisici e mentali. Eppure il ragazzo si dichiara reo confesso. A reggere le fila del processo il pubblico ministero Furio Momentè (che si racconta in prima persona) il quale, in virtù della sua appartenenza al mondo cattolico, sta raggiungendo Venezia dalla Capitale, inviato dal tribunale - lui sino ad allora relegato a confrontarsi con umilianti scartoffie - proprio per seguire questo delicato caso. 
In realtà è stata la Curia a volerlo sul campo, intenzionata a vederci chiaro su questo fattaccio nel quale sembra implicato un convento di suore, “chiacchierato” per certe visioni demoniache. Tanto più che tale omicidio rischia di mettere a repentaglio, nel cattolicissimo Veneto, il ruolo egemone della Democrazia cristiana. 
“All’origine di tutto c’è la morte, due anni prima, di Paolino Osti. Malattia, hanno detto i medici, ma secondo Carlo Mongiorgi, il suo migliore amico, Paolino è morto per una maledizione: Emilio lo ha fatto inciampare mentre, in chiesa, portava l’ostia consacrata per la comunione. Sacrilegio... E Paolino sul letto di morte avrebbe mormorato: Io voglio tornare. E far tornare l’amico per Carlo è diventata un’ossessione che ha messo in moto oscuri rituali e misteriosi eventi. Fino alla morte di Emilio, ucciso da Carlo con la fionda di Paolino. Almeno così pare...”. 
Che dire. La penna di Pupi Avati, al pari della sua mano calda nella cinematografia, risulta raffinata e intrigante al tempo stesso; abile nello scoperchiare le pentole, salvo poi renderci conto che a “sbarellare” è  stata quella sbagliata; furbetta quanto basta nello svolazzare su indizi fuorvianti, pronti ad attirare il lettore in una ben congegnata trappola finale; fantasiosa e al tempo stesso delicata come quando il suo sguardo abbraccia  le luci e le ombre di una amorosa  notte romana (“Altro non hanno e altro non possono”, i due amanti). Insomma, nel gioco degli inganni tutto sembra filare verso il paradiso. Invece sarà l’inferno a spalancare le sue porte…

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