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Una bambina scomparsa e il commissario Casabona torna sui suoi passi

Antonio Fusco ci delizia per la quarta volta con il suo complesso e tormentato personaggio. In gran spolvero anche Stuart MacBride e Mikaela Bley


13/11/2017

di Mauro Castelli


“Investigare significa cercare la verità”. Su questo assunto si muove la scrittura del napoletano Antonio Fusco, un concetto che fa da sponda al suo ruolo di funzionario nella Polizia di Stato oltre che di criminologo forense. Logico quindi che il suo personaggio, il commissario Tommaso Casabona, di riflesso ne abbia fatto una ragione di vita: un poliziotto di grande intelligenza, abile nel fiutare le piste giuste, da anni attivo in quel di Valdenza, una immaginaria cittadina della provincia Toscana dove dirige la squadra mobile. 
Un azzeccato detective - “A seguito della mia lunga esperienza al servizio della legge volevo dare vita a un personaggio verosimile, che offrisse al lettore una rappresentazione del settore non distorta come spesso succede nelle fiction e nei romanzi” - che l’autore aveva fatto debuttare in Ogni giorno ha il suo male (un romanzo da poco edito in Turchia e in via di pubblicazione in Grecia, vincitore fra gli altri del premio Scrittore Toscano per la narrativa di settore e del Garfagnana in Giallo), per poi riproporlo ne La pietà dell’acqua (premio Mariano Romiti, premio Furio Innocenti, trofeo Rinaldo Scheda e premio San Domenichino), ne Il metodo della Fenice, inserito nella classifica Best 2016 stilata da iTunes, e ora ne Le vite parallele (Giunti, pagg. 236, euro 15,00). 
Un titolo peraltro voluto dall’autore, con una curiosità al seguito: “Come successo per gli altri romanzi, per imporre il titolo devo piacevolmente litigare con gli addetti della casa editrice. Ma questa volta la litigata è stata doppia: la prima per pretendere La terra di mezzo. Poi, avendo cambiato idea, per farglielo cambiare in Le vite parallele, in quanto mi ero reso conto che risultava più calzante, visto che le vite delle persone che ho messo in scena - scavando in profondità -  non risultano affatto quelle che sembrano…”. 
Ma torniamo a Casabona, il cui nome “richiama quello di Casaubon, l’io narrante del Pendolo di Foucault scritto da Umberto Eco”; un funzionario ligio al dovere, attento alle motivazioni e ai sentimenti che si rifanno alle persone con le quali ha a che fare, che siano vittime, testimoni o indiziati poco importa. Di fatto una figura umana di grande spessore, duro quanto basta, dal robusto senso etico, abile nel fiutare le piste giuste. E il suo lato cinico? Una specie di corazza per proteggersi da tutto il male con il quale è costretto ad avere a che fare. 
Lui strattonato da una famiglia ricca di problemi, quindi combattuto fra sentimenti e doveri di servizio. Indeciso se continuare o meno a darsi da fare. Ed è appunto gravato di dubbi che lo incontriamo di passaggio in questura per sistemare le ultime cose, con un unico pensiero in testa: quello di tornare in ospedale da sua moglie. In effetti “l’inizio di questo romanzo si rifà alla chiusura del precedente, quando Casabona si era trovato a confrontarsi con la malattia della sua Francesca, le cui condizioni di salute lo avevano spinto a chiedere un incarico meno impegnativo”. Già, quella stessa Francesca, sino al giorno prima moglie insoddisfatta, con la quale faticava a dialogare. Ma tutti i rapporti, dopo una vita passata assieme, si sa che finiscono per sfilacciarsi, complice la noia e l’abitudine, pur continuando ad andare avanti. Tanto più che di fronte al male risulta impossibile tirarsi indietro. Eccolo quindi alle prese - dimentico dei passati problemi di droga del figlio e delle pretese della figlia di seguire la sua strada - con la voglia matta di cambiare registro nel suo faticoso e impegnativo lavoro. 
Ma a mettersi di traverso sulla sua intenzione di mollare è un fattaccio che ha sconvolto i suoi uomini e l’intera provincia: la sparizione di una bambina di tre anni e una madre disperata che non sa più dove sbattere la testa. “Quando l’ispettore Proietti gli mostra la foto di Martina, con il suo caschetto biondo e lo sguardo limpido e fiducioso, Casabona riesce a stento a conservare la sua fermezza. Può davvero sottrarsi al grido di aiuto di quegli occhi e lasciare la sua squadra senza una guida? Tanto più che a spingerlo a non mollare è la stessa Francesca, conscia di quanto sia importante per lui il suo lavoro”. Così eccolo di nuovo in pista, con i sospetti a concentrarsi su un balordo cocainomane, dal quale “la madre aveva ricevuto esplicite minacce e con il quale intratteneva torbidi rapporti”. 
Una soluzione che sembra servita su un piatto d’argento, “eppure qualcosa non quadra, e Casabona sente per istinto che la madre non è l’unica fra le persone vicine a Martina ad avere dei segreti. È il momento quindi di prendere in pugno l’indagine e di scavare più a fondo. Una ricerca che lo trascinerà in un mondo popolato di maschere e vite parallele, abilmente nascoste dalla facciata della pubblica virtù...”. Con una serie di inquietanti interrogativi al seguito: che cosa è successo alla piccola Martina sparita di notte dalla sua cameretta? Qualcuno l’ha rapita, oppure è uscita da sola per poi perdersi nei boschi? E soprattutto: ha ancora senso, dopo tanti giorni, aggrapparsi alla speranza di ritrovarla in vita? 
In buona sostanza una storia che avvince e intriga, che induce alla riflessione, che si rifà a una scrittura semplice quanto accattivante. A fronte di una trama che si nutre del senso dell’attesa, dell’incertezza, della caducità delle cose. E non è da tutti. 
Che altro? Ricordiamo che Antonio Fusco, un pezzo d’uomo alto un metro e 88 (il cui aspetto richiama quello di Diego Abatantuono, ma anche quello del cantante Adriano Pappalardo aggiungiamo noi), è nato a Napoli il 20 luglio 1964. Lui che è sposato e con due figli al seguito; lui che caratterialmente si propone “ostinato e un po’ chiuso”; lui che dimostra rispetto per gli altri e dagli altri pretende di essere a sua volta rispettato; lui che dichiara di non avere hobby e ce ne spiega il perché: “Ho un lavoro impegnativo e, se ci mettiamo anche la scrittura, non mi resta molto altro tempo. In ogni caso mi piace il mare o passeggiare con il mio cane”, un pastore maremmano di nome Pacho. 
E ancora: lui che oltre ai romanzi si è dedicato anche alla stesura di pubblicazioni scientifiche su riviste specializzate; lui che annovera fra i suoi autori preferiti Jean Claude Izzo, George Simenon e Giorgio Scerbanenco; lui che confessa di aver bisogno di un periodo di riposo di sei mesi prima di mettersi a scrivere un nuovo libro. E di altri sei mesi per incominciare a mettere nero su bianco il canovaccio di un’altra storia…; lui che è diventato scrittore complice Giuseppe Previta, il presidente di un’associazione di amanti del giallo. “Questo amico - ricorda - mi invitava spesso come relatore alle sue presentazioni. A un certo punto, stanco della ripetitività, gli dissi che ai successivi incontri sarei intervenuto non per presentare i libri degli altri, ma i miei. E così sarebbe stato”. 
Insomma, un autore per caso, ma che ovviamente sa bene di cosa sta parlando per via dell’esperienza maturata sul campo, il quale non manca di evidenziare il profondo crinale che separa il bene dal male, la menzogna dalla verità. Perché mentre “la menzogna è per certi versi rassicurante e con il tempo si fa dimenticare, la verità è invece reazionaria: se ci si abitua non basta mai”. 
Detto questo, un breve passo indietro. Ricordiamo - repetita iuvant - che a ventiquattro anni il giovane Antonio era entrato a far parte della Polizia di Stato dove, strada facendo, avrebbe occupato diverse posizioni. Sino a trovarlo in servizio in Toscana come vicequestore aggiunto presso la Squadra Mobile della Questura di Pistoia; lui che, laureato in Giurisprudenza e in Scienze delle Pubbliche Amministrazioni, si era portato a casa anche un master di secondo livello in Criminologia forense; lui che spesso tiene banco in convegni dedicati ai temi dello stalking, della pedofilia e della violenza sulle donne. 
Insomma, ne basta e avanza per tratteggiare un personaggio fuori dalle righe.

Voltiamo libro per proporre, edito dalla Newton Compton, Il cadavere nel bosco (pagg. 506, euro 10,00, traduzione di Francesca Noto), l’ennesimo libro uscita dall’estrosa e pluripremiata penna di Stuart MacBride, uno dei principali esponenti del tartan noir, il poliziesco scozzese con forti elementi hard boiled (così definito da James Ellroy): ovvero il genere letterario che trova le proprie radici nei romanzi scritti da Dashiell Hammett verso la fine degli anni Venti e poi perfezionato da Raymond Chandler nei tardi anni Trenta. Uno stile che lo ha proiettato al vertice del successo con oltre due milioni di copie vendute grazie ai suoi due apprezzati detective seriali, Logan McRae e Ash Henderson. 
Il tutto supportato da storie aggressive e crudeli, per non parlare di una scrittura dura e angosciosa, semplice quanto brutale, supportata da morti ammazzati e dialoghi al vetriolo che piacevolmente feriscono anche i lettori più smaliziati. E che dire dei personaggi? Così ben tratteggiati nei loro pregi e nei loro difetti da renderli indubbiamente degli accattivanti amici-nemici. In quanto la bravura dell’autore sta proprio nel giocare a rimpiattino fra dialoghi devastanti e spruzzate di un graffiante umorismo (scozzese, of course). Una ironica genialità della quale si fa partecipe lo stesso autore quando, ad esempio, si dichiara un maestro provetto nella produzione di patate, salvo poi ammettere che il suo orto è un vero e proprio ricettacolo di erbacce. 
Ma quali sono i temi conduttori del suo grande seguito in libreria, che lo vede regolarmente al vertice delle vendite in Inghilterra e ben piazzato sugli scaffali di mezzo mondo? La capacità di intrigare all’insegna di una scrittura che scorre via come l’acqua di un torrente in piena, pronta a sbarazzarsi di qualsiasi ostacolo incontri. Una scrittura mai superficiale, mai banale, anche se a prima vista appare sin troppo semplice e lineare. Ma è solo un gioco di specchi, in quanto la malizia narrativa fa capolino quando meno te lo aspetti. 
Per la cronaca MacBride è nato a Dumbarton il 27 febbraio 1969, è cresciuto ad Aberdeen (dove spesso ambienta i suoi lavori, giocati sulla figura del sergente Logan McRae: un poliziotto onesto e capace, fedele nei confronti di chi lo rispetta), ha studiato architettura all’Università di Edimburgo e oggi vive nel Nord-Est della Scozia con la moglie Fiona e il gatto Grendel (che non manca di ringraziare - consorte e felino - in chiusura di romanzo). 
Di fatto, come abbiano già riportato su queste stesse colonne, un autore decisamente fuori dalle righe, che curiosamente si dice affezionato al genere fantascientifico (pur non praticandolo); che prima di guadagnarsi lucrosi contratti editoriali, aveva fatto di tutto, dall’addetto alle pulizie allo sviluppatore di applicazioni per l’industria. Una penna che peraltro si offre ai lettori con la genialità di chi sa avvincere e convincere. E i risultati al botteghino ne sono una palese conferma. 
Detto questo, spazio a brevi note di trama de Il cadavere nel bosco, pubblicato in originale lo scorso anno come In the Cold Dark Ground e ambientato in una Scozia attanagliata dal gelo nonché segnata dalle scorribande di gang rivali. Ed è in questo contesto che torniamo a incontrare Logan McRae alle prese con un momento delicato della sua vita, in quanto da tre anni la sua fidanzata Samantha vive in uno stato di coma irreversibile. 
Non bastassero questi suoi guai personali, si trova anche ad avere a che fare con delle strane scomparse. Persone finite nel nulla senza che venga richiesto un riscatto. Sin quando un cadavere viene trovato in un bosco a sud di Banff. Si tratta di un uomo nudo, con le mani legate dietro la schiena e un sacchetto dei rifiuti sulla testa. Di sicuro una strana messinscena. 
L’ispettrice Roberta Steel, ex capo di Logan, guida la squadra del dipartimento di polizia di Aberdeen e, come sempre, si aspetta che McRae risolva il caso. Ma il nuovo sovrintendente dell’inchiesta vuole fare a modo suo, ed è deciso a rendere la vita difficile al nostro sergente. Nel frattempo Wee Hamish Mowat, il boss più potente della città (che ha designato come esecutore testamentario proprio Logan), muore lasciando il territorio nelle mani degli altri gruppi rivali, entrati in guerra per prendere il suo posto. Così McRae - già impegolato in una indagine interna e con l’inaspettata scoperta di un familiare molto stretto che… - si ritroverà nei guai sino al collo. Ma, avendolo il lettore imparato a conoscere, saprà certamente trarsi d’impiccio. 

Terzo e ultimo consiglio per gli acquisti quello legato alla svedese Mikaela Bley, classe 1979, una bella signora dai capelli lunghi di stanza a Stoccolma con il marito Dag e i loro due figli Hermine Lily e Douglas. Lei che, dopo aver assaporato le luci della ribalta con il suo romanzo d’esordio Segreto di famiglia, tradotto in diverse lingue, ha deciso di lasciare il suo lavoro di produttrice per il canale televisivo Tv4 e dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. Iniziando a dare voce a una serie legata al suo riuscito personaggio, l’ostinata giornalista di cronaca nera Ellen Tamm, che fa ora tornare in scena in Incubo di famiglia (Newton Compton, pagg. 376, euro10,00, traduzione di Lisa Raspanti). 
Un lavoro, come da titolo, a sua volta ambientato in un contesto familiare, la qual cosa non deve stupire in quanto (seppure nelle sue storie sia il male domestico a tenere la scena) per questa autrice i legami più stretti risultano particolarmente importanti (come quelli con il padre e con la madre, che la fanno restare con i piedi per terra, nonché con il fratello e la sorella, sempre presenti quando ha bisogno di loro). 
Battezzata come la nuova regina del thriller svedese, Mikaela Bley ambienta questo suo secondo romanzo (uscito alcuni mesi fa in Svezia come Liv) anziché in una piovosa primavera, come il precedente, in un giorno di metà agosto di una estate che però tarda ad arrivare. Quando cioè la giornalista Ellen Tamm lascia Stoccolma per tornare a casa della madre a Örelo. Una scelta suggerita dal crollo psicologico che le è stato causato dal caso della piccola Lycke, una bambina di soli otto anni scomparsa e della quale si era occupata; un caso che l’aveva fatta sprofondare nell’abisso del suo passato, condito di segreti, bugie e inganni. Quando aveva infatti a sua volta otto anni, la sorella gemella Elsa era morta affogata. E i ricordi, seppure vaghi e sconnessi di quel giorno, ancora la tormentano. 
Non bastasse, siccome i mali viaggiano sempre in coppia, quando arriva a casa si deve confrontare con un’altra brutta notizia: in un paese vicino è stato ritrovato il corpo senza vita di una donna, picchiata a morte. Nessuno pare in grado di identificarla o spiegare cosa ci facesse da quelle parti. Nonostante abbia un disperato bisogno di riposo, Ellen, incapace di dimenticare il suo ruolo di giornalista investigativa, decide di mettersi a indagare. 
Inizia così a fare domande e prova a ottenere informazioni dagli agenti di polizia, senza peraltro ottenere grandi risultati. Più si addentra nel complicato intrigo di ciò che è accaduto, più si rende conto che quella idilliaca località di provincia nasconde pesanti segreti. E alcuni dei più inconfessabili riguardano proprio Ellen e la sua famiglia. 
In sintesi: una bella storia di fantasia, anche se - per renderla più credibile e regalarle veridicità - l’autrice si è concessa la libertà di utilizzare luoghi reali, pur modificati a uso e costume della narrazione, nonché alcuni personaggi pubblici (“L’ho fatto cercando di mantenermi nei limiti del rispetto e spero di esserci riuscita”); una vicenda che si nutre di ansia in abbinata a una vitalità pulsante, che risulta credibile a fronte di incastri logici portati avanti all’insegna della semplicità narrativa. Il tutto a fronte - nell’ambito di un ritorno dove tutto era cominciato - di una considerazione calzante: i vecchi peccati hanno l’ombra lunga. E sono come ferite che tendono a riaprirsi.

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