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Genova 1939: profughi disperati, spie, doppiogiochisti. E un misterioso cadavere

Leonardo Gori torna a emozionarci scandagliando la storia. Che altro? Rosa Teruzzi e la sua mitica fioraia, mentre Luana Troncanetti debutta con i “silenzi romani”


17/06/2019

di Mauro Castelli


Un gradito ritorno in libreria: quello di Leonardo Gori - un uomo dotato di una robusta personalità, irascibile quanto basta, che continua a tenere banco, come seconda generazione, nella farmacia di famiglia attiva in quel di Firenze - il quale rimette in pista, emozionandoci, il suo protagonista più riuscito. Ovvero l’ufficiale dei carabinieri Bruno Arcieri che, segnato dall’età e dalla disillusione (ma anche pressato “dall’esigenza di spiegare, forse anzitutto a se stesso, cosa hanno significato quegli eventi drammatici, e quali conseguenze abbiano avuto per la sua personale storia e per la sua visione della vita”), racconta, a trent’anni di distanza, cosa successe nel marzo 1939 quando - mentre l’Europa era sull’orlo della tragedia bellica - un piroscafo in avaria  attraccò a Genova “con il suo dolente carico di profughi dalla guerra civile spagnola”. 
A tenere la scena ne La nave dei vinti (Tea, pagg. 334, euro 14,00) è appunto una scafo con a bordo uomini, donne e bambini spaventati e disperati. Ma anche con un cadavere non identificato nella stiva. Un caso misterioso sul quale viene chiamato a indagare - anche per la possibilità che a bordo ci siano delle spie - proprio il capitano Arcieri, in servizio a Roma e da poco agente del Sim. 
Per chi ancora non lo conosce, narrativamente parlando, Arcieri è un uomo tutto d’un pezzo che non ama i compromessi, che ascolta jazz e che non sa cucinare; un azzeccato personaggio che, nel ruolo di capitano (grado con il quale ci viene proposto anche in quest’ultima storia), aveva fatto la sua prima comparsa nel 2000 in Nero di maggio, un romanzo ambientato nella Firenze del 1938. Un numero uno che, strada facendo, avrebbe rivestito il ruolo di addetto ai servizi segreti nel corso della Seconda guerra mondiale, per poi ritrovarcelo inquieto senior citizen negli anni Sessanta. 
Un investigatore ante-litteram che ha tenuto la scena in dodici indagini, due delle quali - Lo Specchio Nero e Il Fiore d’Oro - scritte a quattro mani con Franco Cardini. Tutte storie segnate dalla suspense, da bordate di spionaggio e intrighi internazionali, ma anche da inaspettati risvolti personali. Come quando, nel 1967, Arcieri si era ritrovato a Firenze dal commissario Franco Bordelli, ormai quasi un clochard, mentre cercava di sfuggire ai sicari mandati dai suoi nemici. La vicenda, in questo caso, è però narrata da Marco Vichi (il creatore appunto di Bordelli) nei Fantasmi del passato, in quanto fra i due autori c’è grande stima e spirito di collaborazione. 
Arcieri, si diceva, che è anche protagonista, oltre che in diversi racconti, nel primo numero della serie a fumetti L’insonne, scritto da Giuseppe di Bernardo e Francesco Matteuzzi. In quanto Gori si dice afflitto “da una devastante passione per i fumetti e il disegno animato, a fronte di un interesse che va oltre il collezionismo”. Fiero comunque di quelli che ama definire i suoi tesori datati anni Trenta e Quaranta. 
Ma torniamo a La nave dei vinti, una storia supportata - come nella consuetudine dell’autore - da un approfondito lavoro di ricerca, in quanto a suo dire “rappresenta una parte significativa della componente creativa”. La qual cosa lo porta a spulciare e scartabellare libri storici, magari attingendo “da quelle noticine invisibili a piè di pagina che spesso consentono di far prendere vita e vigore a una storia dimenticata”. 
Come accennato, la vicenda prende avvio in quel di Genova nel marzo del 1939 quando il capitano Arcieri viene incaricato di indagare sull’eventuale presenza sulla nave di possibili spie, oltre che per far luce sul cadavere rinvenuto nella stiva. Una missione che si complica quando scopre di dover collaborare con un emissario del Vaticano, il quale deve scoprire se a bordo c’è un misterioso agente segreto in possesso di documenti di vitale importanza per l’immediato futuro. 
Il giovane Arcieri inizia a interrogare i passeggeri, nel tentativo di accertare l’identità dell’agente. Ma le cose precipitano e, tra agguati di spie, profughi che temono di essere rimpatriati, doppiogiochisti e inseguimenti notturni, l’operazione si rivela più complessa e impegnativa del previsto. 
In sintesi: un lavoro ancora una volta di piacevole e intrigante lettura, nel quale - a fronte di un impianto originale - l’autore punta i riflettori sui mesi che precedettero lo scoppio della Seconda guerra mondiale, rievocando “l’atmosfera angosciante che incombeva sul mondo”. Di fatto un romanzo che sa emozionare e che riscopre - parola di Ben Pastor - “una pagina di storia colpevolmente dimenticata”. 
Per la cronaca Leonardo Gori è nato a Firenze il primo gennaio 1957, città dove ha frequentato il liceo scientifico e si è laureato in Farmacia per “necessità familiari”. In altre parole, come già detto, per mandare avanti - in quanto “figlio tardivo” - la farmacia del padre, che era nato nel 1902, guarda caso proprio come Bruno Arcieri. Un padre che lo spronava a fare sport, ma senza risultati apprezzabili, visto che lui si era proposto come un pentatleta di livello. 
Che altro del nostro autore? Un personaggio per certi versi scomodo (“Tutti scrivono, pochi invece leggono”), che della lettura ha invece fatto bandiera. Con un debole dichiarato per Giorgio Bassani (“Elena Contini, la bella e ricca ebrea innamorata di Arcieri, è nata prendendo spunto da Micol Finzi-Contini, in scena appunto ne Il giardino dei Finzi-Contini”), Mario Tobino e, nella narrativa di settore, per John Le Carré, “l’autore che ha saputo coniugare in maniera estremamente felice le regole dei romanzi di spionaggio”. 
Lui pronto a difendere la narrativa i settore, un “genere del quale, sbagliando, se ne è dato e se ne dà ancora un’immagine riduttiva. Un genere che ho sempre amato e per questo non mi vergogno di risultare catalogato. Anzi, ne vado orgoglioso, supportato da una passione sviscerata per i misteri e gli intrighi”. 


A seguire una chicca, da leggere in una sera, dal sapore d’antan e che non deluderà i lettori. Già il titolo, Ultimo tango all’Ortica (Sonzogno, pagg. 142, euro 14,00), richiama le atmosfere della Milano degli anni Sessanta, pur giocando fra le pieghe del presente. Ed è forse questa angolatura, unitamente a una azzeccata formazione di investigatrici dilettanti (impiccione, bizzose e al tempo stesso geniali), la forza narrativa di Rosa Teruzzi, giunta al quarto appuntamento con gli scaffali (per questa serie, ovviamente) dopo i successi incassati, a cadenza annuale, con La sposa scomparsa, La fioraia del Giambellino e Non si uccide per amore
Ricordiamo che Rosa Teruzzi, da nove anni caporedattore del programma televisivo Quarto Grado (che va in onda su Retequattro), è nata il 10 giugno 1965 a Monza ed è cresciuta con la passione per il giornalismo nel sangue (“I miei primi articoli risalgono infatti a quando avevo soltanto 18 anni”), senza comunque trascurare gli studi, che l’hanno portata a laurearsi in Lettere moderne e Storia medievale con 110 e lode. 
“In effetti a scuola - come ha avuto modo di raccontarci in un recente passato - ero una secchiona, anche perché non volevo deludere le aspettative di papà, un uomo che si era fatto in quattro per far studiare me e le mie due sorelle. Così alternavo studio e lavoro con qualche lavoretto per raggranellare un po’ di soldi”. A fronte di significativi risultati: l’assunzione a La Notte, storico quotidiano milanese del pomeriggio, dove sarebbe diventata professionista occupandosi della pagina culturale, sino a guadagnarsi i galloni di caposervizio in cronaca. Salvo poi emigrare, quando questa testata giunse al capolinea, al settimanale Epoca, da dove sarebbe sbarcata a Mediaset, occupandosi per tredici stagioni del programma Verissimo. 
Lei che era arrivata in libreria nel 1992, dopo aver frequentato alcuni corsi di scrittura creativa, con un lavoro firmato a quattro mani con Sergio Redaelli (Laura Mantegazza, la garibaldina senza fucile). A seguire avrebbe dato alle stampe il suo primo giallo, Nulla per caso, seguito da Il segreto del giardiniere e Il prezzo della bellezza. Una terna di lavori imbastita sulla figura di Irene Milani, una cronista in forza (guarda caso) in un giornale del pomeriggio. 
Ma veniamo al dunque. Ovvero a Ultimo tango all’Ortica, un romanzo breve che conquista e intriga all’insegna della leggerezza, scandito da capitoli i cui titoli - e qui si vede la mano calda della giornalista - graffiano e trascinano il lettore in un coacervo di emozioni: fra tanghi ammiccanti e zampironi, pistole e manette, segreti che possono uccidere, amori perduti e parole non dette. Fatto salvo che dentro ognuno di noi può nascondersi un signor Hyde. Un tutto che beneficia di una scrittura di piacevolissima lettura, un dono che non è alla portata di tutti. 
Detto questo spazio alla trama. “È una sera umida di fine agosto, alla periferia di Milano. Sotto le luci intermittenti della balera dell’Ortica, tutti gli sguardi sono puntati sul corpo sinuoso di Katy, che danza un tango sensuale allacciata al suo cavaliere e che poi, appena la musica finisce, fugge via. Quella stessa notte, fuori dal locale, viene trovato il cadavere di un giovane uomo, assassinato a colpi di pistola: era un ex di Katy, geloso e molesto, che la pedinava e la perseguitava. Chi l’ha ucciso? Forse la stessa Katy? O forse un altro spasimante?”. 
Per il delitto, però, la polizia arresta un personaggio insospettabile, il maggiordomo di una dama dell’alta società milanese. Sarà proprio questa signora ad assoldare Libera, la fioraia detective del Giambellino, e sua madre Iole (eccentrica insegnante di yoga, ex femminista, eterna figlia dei fiori e tuttora allergica alle convenzioni), perché lo tirino fuori dai guai. Comincia così la quarta indagine delle Miss Marple milanese, la stravagante coppia di investigatrici dilettanti, questa volta impegnate a risolvere un caso che le riguarda da vicino e che le metterà in competizione - c’era da dubitarne? - con le forze di polizia. 
E brava, la nostra Rosa Teruzzi, che fra poco - ne siamo certi - si metterà al lavoro (se già non lo ha fatto) per la quinta puntata, all’insegna di un segreto svelato, della sua ormai lunga saga. Perché è d’estate, sfruttando le pause legate alla sua trasmissione, che ama scrivere soprattutto a Colico, sul lago di Como, dove con il marito Paolo ha contribuito a ristrutturare un vecchio casello ferroviario acquistato a un’asta giudiziaria. Una specie di santuario - non manca di ricordare - dove ha accasato la sua ricca collezione di gialli, che non sapeva più dove mettere. “Gialli ai quali ho affiancato anche libri di storia meneghina e di botanica, mentre la saggistica e tutto il resto continua a restare nella nostra casa di Milano”. 


L’ultima segnalazione la dedichiamo a Luana Troncanetti che, nella sua prima volta, arriva sugli scaffali per i tipi della Fratelli Frilli di Genova con I silenzi di Roma (pagg. 200, euro 14,90), un noir imbastito sulla prima indagine dell’ispettore Paolo Proietti. Un lavoro infarcito di cattiveria narrativa, a partire da un incipit che graffia e tortura non solo la vittima ma anche il lettore. Insinuando un dubbio: il vero assassino è forse quello che è stato brutalmente massacrato su un tavolo? 
Detto questo, chi è nella realtà l’autrice? Un primo appunto risulta legato a un curriculum eccessivo, che meriterebbe di essere adeguatamente asciugato, dal quale attingiamo a spizzichi e bocconi briciole di vissuto: dalla sua nascita a Roma nel 1970 alle variegate proposte narrative; dalle esperienze di blogger e di copy all’amore per la lettura; dai sogni persi per strada di colorare il mondo (“Non ci sono riuscita con i pennelli e ora ci sto provando con le parole”) all’insofferenza per l’iperpunteggiatura; dalla testardaggine, quella buona, alla capacità di scherzare persino sulle tragedie  (“Si tratta di una eredità paterna”); dalla  falsa immagine cinica e misantropa “a scopo preventivo” all’ironia con la quale ha infarcito i suoi numerosi racconti. Segnati, una storia vecchia come il mondo dell’editoria, con la difficoltà nel riuscire ad approdare in libreria. 
Come nel caso del romanzo che stiamo proponendo, nato come “apprezzata” auto-pubblicazione gratuita nel 2016 (“Si intitolava Silenzio”), per poi guadagnarsi una “seconda pelle” con la Fratelli Frilli. Fermo restando il ricordo ancora vivo di quando, nel 2013, mentre si documentava su tematiche che non conosceva a sufficienza, ebbe a chiedere a un agente della Scientifica di Roma: “Premesso che non sono abituata a massacrare la gente, dovrebbe togliermi questo dubbio: se, dopo aver torturato per ore e fatto a pezzi qualcuno dovessi sentirmi male, potrebbe essere estrapolato il mio Dna da una pozza di vomito? Restò basito per venti secondi, credevo avesse riagganciato. Invece no, per fortuna. Se avesse risposto sì, è possibile, avrei dovuto riscrivere metà della trama”. 
Trama che si dipana fra le pieghe di due fratelli di vita: il primo, Ernesto, è un tassista che avrebbe voluto fare il madonnaro (di quelli che dipingono con i gessetti sui marciapiedi), che vive un rapporto ormai logoro con la moglie depressa e che arriva a pagare l’aperitivo ai tifosi laziali quando la Roma perde il derby; il secondo, Paolo, è uno scaramantico poliziotto oppresso dai ricordi, oltre che segnato dal suo precedente ruolo di infiltrato negli ambienti della mala. Un tipo strano, amante dei chupa chups e dei “Dire Straits”, oltre che custode di un segreto che potrebbe costargli caro. 
Succederà che le storie che rappresentano una costante nel taxi di Ernesto finiscano per intrecciarsi con un delitto negli ambienti della Roma bene. La vittima è uno scultore di fama internazionale, un artista che riceveva pochissime persone nel suo appartamento al Trionfale, dove peraltro viene ritrovato cadavere (dopo essere stato torturato per ore e lasciato a dissanguarsi con due squarci profondi nei polsi). Ma chi poteva avere un tale rancore o quanto meno un movente per seviziarlo in quel modo? Di fatto un caso brutale ed efferato che, mentre stimola la fantasia dei giornalisti, agiterà anche i pensieri di Giorgia Cusani, dirigente della Squadra Mobile. 
Oltre naturalmente a quelli dell’ispettore Paolo Proietti che, a capo dell’indagine, intuisce subito che “sta per sollevare un verminaio. A fronte di una verità che lo lascerà schifato, esausto e fragile come mai un poliziotto dovrebbe sentirsi. È un malessere che conosce fin troppo bene, lo rivive negli incubi che lo angosciano ancora a quattordici anni di distanza da un caso in cui si era lasciato coinvolgere oltre il dovuto”. 
Come già accennato Ernesto e Paolo sono fratelli, ma non veri, nel senso che condividono tutto fin dal giorno in cui si erano incontrati sui banchi delle scuole superiori. Tutto, tranne un segreto che ciascuno nasconde all’altro: il poliziotto per non giocarsi il distintivo, il tassista perché è impossibile confessare all’amico cosa lo torturi da giorni. 
Rifacendoci alla sinossi, “il silenzio viaggia nel mondo degli artisti malati, viziati e viziosi, e in quello dei ricordi che fanno male da morire, nella paura di non essere più abbastanza o di non averci provato a sufficienza, protegge i mostri e offende gli innocenti. Si spezzerà, poi, nella voce di una giustizia sommaria che non regala pace o reale assoluzione dai peccati, ma dignità a quanti sono costretti a macchiarsi le mani di sangue”. 
Che dire: a fronte di una scrittura certamente personale che, sia pure con qualche peccato veniale al seguito, incide sull’attenzione del lettore, Luana Tronchetti è riuscita a dare voce a una storia che ha un suo perché. Una storia buia e disperata, di quelle che rappresentano un nemico mortale per il sonno. A fronte di una scrittura che alterna momenti di brutale cattiveria ad altri segnati dai sentimenti. Non mancando di lasciare spazio anche a ironiche angolature. Il tutto sullo sfondo di una città, Roma, che l’autrice conosce bene: una Capitale a prima vista incantata, ma anche bella da… morire fra segreti e tormenti.

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