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Un trio di scatenate detective in cerca di un misterioso padre. E anche di guai

Con intrigante malizia narrativa Rosa Teruzzi rimette in pista le litigiose ed eccentriche Vittoria, Libera e Iole. Le altre note? Per lo spagnolo Marcos Chicot e quel geniaccio di Dennis Lehane


18/09/2017

di Mauro Castelli


Dopo averci intrigato con La sposa scomparsa, Rosa Teruzzi (caporedattore della trasmissione televisiva Quarto grado, in onda su Retequattro), torna sugli scaffali con un altro gradevole romanzo, condito di una malizia mascherata da una furbesca semplicità narrativa. Ovvero La fioraia del Giambellino (Sonzogno, pagg. 168, euro 14,00), dove rimette in pista in quel di Milano le sue tre azzeccate detective: la poliziotta Vittoria, tosta e non proprio un modello di simpatia; sua madre Libera, una ex libraia, mite e riservata, che ora confeziona estrosi bouquet da sposa, ma con il pallino dell’investigazione in testa (mettere il naso in quel che non le compete è una sua prerogativa); infine nonna Iole, eccentrica insegnante di yoga, ex femminista ed eterna figlia dei fiori (lei tuttora allergica alle convenzioni, ma anche al pudore e alla biancheria intima). Insomma, un variegato terzetto in rappresentanza di tre generazioni che, muovendosi fuori dagli schemi, i guai sembra andare a cercarseli come la calamita attira il ferro.
Non lasciatevi comunque fuorviare dalle apparenze: queste tre donne, quando si mettono a seguire una pista, non mollano l’osso succeda quel che succeda. La qual cosa le vede per certi versi imparentate con l’autrice, pronta a nascondere dietro un sorriso la sua forza di carattere. “Mi dicono che sono solare, conciliante. In effetti mi affeziono alle persone, anche se non manco di impuntarmi per le cose in cui credo”. Ferma restando una forza di volontà fuori dal comune: “Tre volte alla settimana mi alzo alle cinque del mattino per andare a correre, in quanto ci tengo a restare in forma”. In più, a rubare spazio a quel poco tempo libero che ha a disposizione, un robusto amore per la lettura. Con tanto di ringraziamento al seguito. “Sono infatti debitrice a molti autori: da Dumas a Dostoevskij, da Stevenson a Jane Austen, per non parlare di Scerbanenco, colui che mi ha spinto sulla strada del giallo”. Fermo restando l’affetto e il rispetto per Sveva Casati Modignani. Ovvero Bice Cairati, “una scrittrice che reputo alla stregua di una madrina in quanto, dopo averla conosciuta a una presentazione, nei miei confronti ha sempre dimostrato slanci di imprevista generosità”.
Per la cronaca Rosa Teruzzi è nata il 10 giugno 1965 a Monza ed è cresciuta con la passione per il giornalismo nel sangue (“I primi articoli risalgono infatti a quando avevo 18 anni”), senza comunque trascurare gli studi, che l’hanno portata a laurearsi in Lettere moderne e Storia medievale con 110 e lode. “In effetti a scuola ero una gran secchiona, anche perché non volevo deludere le aspettative di papà, un uomo che si è fatto in quattro per far studiare me e le mie due sorelle. Così mentre studiavo mi davo anche da fare per raggranellare qualche soldo”. E i risultati si sarebbero visti: l’assunzione a La Notte, storico quotidiano milanese del pomeriggio, dove sarebbe diventata professionista occupandosi della pagina culturale, sino a guadagnarsi i galloni di caposervizio in cronaca. Salvo emigrare, quando quella testata giunse al capolinea, al settimanale Epoca, da dove sarebbe sbarcata a Mediaset. Risultato? Per tredici stagioni curatrice del programma Verissimo, quindi da sette anni in forza a Quarto Grado.
Che altro? Un’autrice che, come ha avuto modo di precisarci, ha coronato il sogno di arrivare sugli scaffali con il suo primo romanzo alla soglia dei quarant’anni, dopo aver frequentato alcuni corsi di scrittura creativa, luoghi a suo dire di “confronto utile e costruttivo”. Questo dopo aver debuttato in libreria nel 1992 con un lavoro scritto a quattro mani con Sergio Redaelli (Laura Mategazza, la garibaldina senza fucile). In seguito avrebbe dato alle stampe, appunto, il suo primo giallo, Nulla per caso, seguito da Il segreto del giardiniere e Il prezzo della bellezza. Una terna di lavori imbastita sulla figura di Irene Milani, una cronista in forza (guarda caso il passato personale che ritorna) in un giornale del pomeriggio.
A questo punto la svolta vincente con la messa in scena di tre detective impiccione, bizzose quanto geniali. Nate per caso: “Quando ci incontravamo con mia madre, una donna che detta legge su tutto, e le mie due sorelle, mio marito - scherzando - le aveva battezzate le cavaliere della tavola quadrata. E questi incontri-scontri mi avrebbero appunto dato lo spunto per dare voce alle mie tre protagoniste”.
Rosa, si diceva, che ama scrivere soprattutto a Colico, sul lago di Como, dove con il marito Paolo - “un uomo dalle mani d’oro” - ha in pratica finito la ristrutturazione di un vecchio casello ferroviario acquistato a un’asta giudiziaria. “Una specie di santuario dove accasare la mia ricca collezione di gialli, che non sapevo più dove mettere. Gialli ai quali ho affiancato anche libri di storia meneghina e di botanica, mentre la saggistica e tutto il resto continua a restare nella casa di Milano”.
Ed è appunto nel buen retiro di Colico che nei mesi scorsi “ha preso corpo il terzo romanzo dedicato alle mie tre detective - fermo restando che ogni volta che ne rileggo una pagina mi viene spontaneo cambiare qualcosa -, nel quale troverà uno spazio maggiore Irene Milani, detta la Smilza, che lavorerà a stretto contatto con Libera. Un lavoro la cui uscita è prevista a marzo e sarà ambientato in parte sotto la Madonnina, in parte in Calabria e in parte sul lago di Como, in quanto mi piaceva parlare dei luoghi bellissimi che mi circondano”.     
A questo punto, dopo aver zigzagato sul privato di Rosa Teruzzi, diamo voce a briciole di trama de La fioraia del Giambellino, “un libro impregnato di leggerezza”, breve quanto intrigante, che si nutre di una garbata quotidianità. Romanzo che prende le mosse dal finale lasciato per così dire aperto dall’autrice ne La sposa scomparsa. A tenere la scena nella nuova storia è in prima battuta Manuela, una ragazza un po’ all’antica che sta per sposarsi, la quale vorrebbe essere accompagnata all’altare dal padre. Niente di nuovo sotto il sole se non fosse che lei suo padre non l’ha mai conosciuto e nemmeno sa chi sia, in quanto sua madre si è sempre rifiutata di rivelarglielo (“Dice che il bastardo mi rovinerebbe la vita”).Sta di fatto che “le tracce, come in una caccia al tesoro di crescente suspense, condurranno le nostre tre detective allo sbaraglio in giro per Milano e nei paesini della Brianza, a rivangare l’oscuro passato della madre di Manuela, custodito nei ricordi e nelle omertà di chi l’ha conosciuta da giovane. E mentre si avvicineranno alla soluzione del caso, si troveranno di fronte a un dilemma: rivelare la scabrosa verità, oppure far finta di nulla?”. Che dire: un lavoro ben ritmato quanto di piacevole lettura, che si nutre peraltro di divagazioni sentimentali e di un adeguato finale a sorpresa. Come si conviene a un buon giallo. O meglio, stando all’autrice, a una buona commedia gialla.

Di tutt’altra farina risulta impastato L’assassinio di Socrate (Salani, euro 19,90, traduzione di Andrea Carlo Cappi), un malloppone di 730 pagine, firmato dallo spagnolo Marcos Chicot, che si legge però che è un piacere. Si tratta di un’appassionante lavoro ambientato nella Grecia classica, finalista al Premio Planeta 2016, che l’autore ha voluto dedicare “a tutte le persone con disabilità, ai loro familiari e amici e a tutti coloro che ci rendono la vita un po’ più facile”. Non a caso il dieci per cento del ricavato dei suoi romanzi - e non è da tutti - risulta destinato a fondazioni che aiutano appunto i disabili. Il perché è presto detto: sua figlia Lucía è nata infatti con la sindrome di Down. “E appena lo seppi la mia vita cambiò. In meglio. Anche se all’inizio la notizia fu dura da accettare…”. Insomma, un grand’uomo anche in questo.L’assassinio di Socrate è ovviamente il filosofo che cambiò il mondo del pensiero in abbinata a un’oscura profezia e a un secolo che ha lasciato il segno. Il tutto all’insegna di un canovaccio che si dipana fra verità e invenzione, pronte a “fondersi in un affresco vivido e coinvolgente”, con al centro una delle figure più appassionanti del nostro passato. Risultato? Un thriller che graffia e non concede tregua al lettore, frutto della penna - secondo il celebrato autore Ildefonso Falcones - di un autentico talento. Un romanzo sul quale Salani sta puntando molto, giocando su segnalibri all’interno dei bestseller in target del gruppo Gems, su espositori da terra, un’ampia campagna pubblicitaria e una brochure come non se ne vedeva da tempo.
Che altro? Un tuffo nel passato ambientato nel quinto secolo prima di Cristo, nel quale l’autore “ripercorre l’incredibile storia di un filosofo che incise sul presente della Grecia e che tuttora continua a influenzare la contemporaneità”. Come da titolo premonitore, in una serata di cene, canti e balli, un oracolo predice a tutti i presenti la morte di Socrate (un cittadino-soldato, pronto a combattere nell’esercito in caso di necessità) e assicura che a ucciderlo sarà un uomo dallo sguardo chiaro, quasi trasparente. Gli amici e i seguaci del filosofo rimangono esterrefatti, ma l’interessato se ne sta stranamente calmo e tranquillo, come se la cosa non lo riguardasse. Nel frattempo suo padre condanna a morte un neonato, un bimbo guarda caso dagli occhi così azzurri da sembrare trasparenti.
Ma cosa c’entra questa decisione con l’oscuro oracolo? Mentre la guerra tra Atene e Sparta insan­guina la Grecia, i destini di uomini politici, artisti e filosofi si intrecciano a quelli delle persone comuni: soldati che combattono fino allo stremo delle forze, madri che lot­tano per difendere i propri figli, giovani amanti disposti a tutto pur di difendere il loro amore…

Come andrà a finire la vita di Socrate è nota a molti, ed è fra quelle che hanno creato maggiori impatti e discussioni. “Le fonti storiche - annota l’autore - riferiscono tutto ciò che ho riportato nel romanzo: l’accusa, il giudizio con i suoi discorsi, le votazioni che lo condannarono, le sue ultime ore nella cella così come il suo rifiuto di fuggire. E infine la morte dopo avere bevuto la cicuta”.
In buona sostanza Marcos Chicot racconta una Grecia divisa e ci mostra la vita e le fatiche della gente comune, i sacrifici delle madri per tenere i loro figli lontani dal male e, allo stesso tempo, la vita di politici e filosofi, intrecciati gli uni agli altri, e condotti verso un destino comune. L’assassinio di Socrate si rivela così un thriller storico adrenalinico, ricco di storie nella Storia, certamente da non perdere.
Per la cronaca il pluripremiato Marcos Chicot - che sarà in Italia a dicembre in occasione del Noir in Festival (Milano-Como) - è nato a Madrid nel 1971, è sposato con due figli al seguito (Lucía appunto e Daniel), è laureato in Psicologia clinica e in Economia e Psicologia del lavoro ed è membro del Mensa, l’associazione della quale fanno parte soltanto i cervelli ad altissimo Quoziente intellettivo. E questa sua intelligenza la mette al servizio di trame ben costruite, ricostruzioni storiche di livello fra intrighi e passioni, personaggi che lasciano il segno. Il tutto gestito all’insegna di stile narrativo raffinato e vincente, pronto a mescolare verità e finzione come pochi altri autori sanno fare.
Sta di fatto che, dopo aver lavorato come manager in diverse aziende, grazie al successo ottenuto dai suoi libri (come Il teorema delle menti e L’assassinio di Pitagora), questo autore si è potuto dedicare alla scrittura a tempo pieno. Ed è stato un bene per i lettori.

Spazio infine a quel geniaccio di Dennis Lehane, che sugli scaffali italiani ha cambiato per la prima volta casacca. Nel senso che dalla Piemme è approdato ai tipi della Longanesi con il suo ultimo romanzo, ovvero Ogni nostra caduta (pagg. 415, euro 18,60, traduzione di Alberto Pezzotta), un lavoro atteso per cinque anni e ancora una volta dal taglio cinematografico, tanto è vero che, ancora prima della sua pubblicazione negli Stati Uniti, la Dream Works se ne è aggiudicata i diritti, affidando all’autore anche il lavoro di sceneggiatura. La qual cosa non deve stupire in quanto la sua penna (forte di una robusta originalità in bilico fra realtà e morale, ma anche di una raffinata furbizia che non lascia scampo al lettore) rappresenta una specie di calamita per il grande schermo: è stato infatti corteggiato e celebrato da registi del calibro di Clint Eastwood, Martin Scorsese e, per ben due volte, da Ben Affleck. Ad esempio dal suo premiato bestseller del 2001 Mystic River (La morte non dimentica nella versione italiana) è stato tratto un film vincitore di due premi Oscar.
La qual cosa non deve stupire più di tanto in quanto nei suoi romanzi è la vita quotidiana a tenere banco, quella stessa vita che lo ha segnato nella sua faticosa rincorsa al successo. Per mantenersi è stato infatti educatore per bambini affetti da handicap o vittime di abusi (uno dei suoi temi ricorrenti è quello dell’infanzia violata, forse condizionato dal fatto che a 23 anni era stato colpito dalla sindrome di Todd, rischiando di rimanere paralizzato e senza parola), ma anche il cameriere, il parcheggiatore, l’autista di limousine, il librario, lo scaricatore di camion, l’insegnante di scrittura creativa avanzata all’Università di Harvard, ma mai il… barista (e questo, ironizza, “ è il suo unico rimpianto”).
Autore di undici romanzi tradotti in trenta e passa Paesi, oltre a una antologia di racconti, un’opera teatrale e le sceneggiature televisive legate alle serie The Wire e Boardwalk Empire, Dennis Lehane, statunitense di origini irlandesi, è nato a Dorchester il 4 agosto 1965, mentre oggi, dopo aver vissuto a lungo in quel di Boston, si è trasferito con la moglie Angie e i figli in California. Un autore - riprendiamo da quanto già annotato su queste stesse colonne - forte di una scrittura veloce quanto efficace, abilmente condita di frasi brevi, spesso taglienti come la lama di un rasoio (lui stesso ha ammesso di avere, più o meno inconsciamente, attinto dalla genialità di Elmore Leonard, Richard Price e James Ellroy, i suoi autori di riferimento).
Detto questo spazio a briciole di trama di Ogni nostra caduta, un titolo che, a nostro giudizio, non rende giustizia al romanzo, ma forte di un contenuto di spessore, di grande tensione narrativa oltre che di profonda capacità introspettiva. In effetti si tratta di un lavoro “raffinato e toccante” dove, all’insegna della suspense, l’autore si addentra nelle “più profonde e torbide vicissitudini dei suoi personaggi”. A tenere la scena - abbandonati i duri di Boston e dintorni protagonisti dei suoi più celebri romanzi - una donna tormentata e imprevedibile, Rachel Childs, che a suon di sacrifici è riuscita a conquistarsi un posto al sole nel mondo del giornalismo.
Ma non è tutto oro quello che luccica. “Donna tormentata e imprevedibile, ha ancora addosso il peso di un’ingombrante figura materna, insieme al mistero mai risolto sull’identità del padre. Fortunatamente ha raggiunto un suo equilibrio e la sua vita procede felicemente. Fino al crollo. A seguito di un’umiliante crisi di nervi, traumatizzata, si ritrova infatti a vivere come una reclusa, abbandonata da tutti. Non bastasse un evento inatteso finirà per stravolgere profondamente la visione che ha di se stessa, oltre che la sua vita privata. A risollevarla l’incontro con un uomo che arriva dal suo passato, che diventerà suo marito e che l’aiuterà a uscire dal baratro dove si trova prigioniera. Ma proprio quando si sentirà rinata, scoprirà di trovarsi sull’orlo di un precipizio ancora più spaventoso”. Così, attanagliata da un percorso imbevuto di inganno, Rachel dovrà trovare la forza per affrontare le sue più grandi paure e accettare dolorose verità…

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