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Un ex commissario, l'Armata Rossa a Berlino, il caos della disfatta e uno strano stupro

Harald Gilbers torna a scavare sugli orrori commessi dai nazisti. Riflettori puntati anche su Petra Reategui, Ciro Noja e Giovanni Sechi


22/10/2018

di Mauro Castelli


“Per molto tempo essere tedesco ha rappresentato, per me come per molti altri, un senso di colpa insopportabile per via degli orrori commessi dai nazisti. Nessuno di noi può essere certo di non avere avuto qualche parente complice di quei crimini. Volevo quindi rendermi conto di cos’era successo e di cosa avrei provato a vivere in quel periodo buio, visto che sono nato a giochi fatti, nel 1969, a Monaco di Baviera. Così mi sono messo a fare ricerche approfondite per poterne poi scrivere con cognizione di causa. Dando voce a un personaggio, l’ex commissario della polizia criminale Richard Oppenheimer, che vive di contraddizioni: è infatti ebreo (quale maggior contrasto di un giudeo costretto ad aiutare i nazisti?), ha combattuto a Verdun (una delle più violente e sanguinose battaglie della Prima guerra mondiale) e, durante il Secondo conflitto, è sfuggito ai campi di concentramento per via di Lisa, la moglie ariana”. 
Ma protagonista da copertina è anche il suo autore, il giornalista, regista teatrale e scrittore tedesco Harald Gilbers, il cui personaggio sta trovando interessati supporter nei molti italiani che lo hanno imparato a conoscere nei due precedenti romanzi pubblicati dalla Emons (Berlino 1944, vincitore del Gluszer Preis, e I figli di Odino, che in Francia si è aggiudicato il Prix Historia). Il quale Gilbers ha saputo dare voce a un uomo ricco di forza interiore ma segnato dalle sue tante debolezze, peraltro condizionato da una visione del mondo che non è la sua, ma della quale sembra non poterne fare a meno. 
Di fatto il lettore si troverà a rapportarsi con una figura fuori dalle righe: che tira a campare perché così va il mondo; che si fa di Pervitin, una metanfetamina legale che lo salva dagli incubi del quotidiano; che è dilaniato dal caos della disfatta del suo Paese e che, in Atto finale. L’ex commissario Oppenheimer e l’Armata Rossa a Berlino (pagg. 429, euro 16,00, traduzione di Angela Ricci), a sua volta edito dalla Emons, è alle prese con la ricerca dell’uomo che ha violentato sua moglie. Fermo restando che non si tratterà di un’impresa facile, visto il contesto nel quale lo stupro è avvenuto, ovvero quando la furia sovietica è arrivata nella capitale tedesca come una specie di maledizione, a fronte di una disfatta che non sembra voler risparmiare anima viva. 
Nemmeno gli Oppenheimer, un cognome che l’autore ha rubato - in quanto subito riconoscibile come ebreo - al protagonista del controverso film di propaganda antisemita diretto da Veit Harlan, Jud Süss, uscito in Germania nel 1940. Quindi nessun riferimento all’inventore della bomba atomica, “anche se è possibile che sia stato il mio inconscio a suggerirmelo”. 
Oppenheimer che incontriamo nascosti (grazie a Ede, un malvivente che Richard conosce sin troppo bene) nella cantina di fermentazione di un birrificio in disuso: poche centinaia di metri quadrati che si rifanno (una specie di… musica narrativa) a un orizzonte rappresentato da uno squallido muro di pietra calcarea e a un cielo di mattoncini rossi sorretto da pilastri di ferro. Ed è qui - dove a tenere la scena c’è anche Dieter Roski, un ex impiegato delle poste (a quanto lui dice) che porta con sé una valigetta dalla quale non si separa mai - che irrompe una banda di russi con il brutale stupro al seguito. 
Ovviamente, lo si sarà capito, siamo nel 1945. Esattamente il 20 aprile, dodici giorni prima della resa di una città ridotta a un cumulo di cenere e macerie; un luogo fantasma dove negli ultimi tempi ne stanno succedendo di tutti i colori all’insegna della disperazione. In quanto una guerra persa come questa è una gran brutta gatta da pelare per tutti, sia in termini di coscienza che di moralità perduta. 
Ma torniamo al dunque. A tenere banco saranno la rabbia e la voglia di vendetta a guidare le indagini del nostro ex commissario per cercare di identificare il russo che ha violentato la moglie. Anche se ben presto scoprirà di non essere il solo a dargli la caccia. Tutto questo mentre le potenze straniere si stanno spartendo la città, sfidandosi per il possesso, guarda caso, di una strana valigetta. Il colpevole potrebbe infatti risultare coinvolto in un affare “determinante per i futuri equilibri mondiali”. 
A raccontarla così la storia sembra semplice e di scarso impatto. Al contrario la vicenda prenderà inaspettate pieghe. Nutrendosi di una lunga serie di intriganti personaggi, che vanno da ufficiali dell’Nkvd (il Commissariato del popolo per gli affari interni) ad alcuni disertori dell’Armata Rossa, da trafficanti del mercato nero ad agenti dei servizi segreti, da malfattori a ex carcerati e via dicendo. 
Il tutto sullo sfondo di una specie di leggenda alimentata dal ministro della Propaganda Goebbels circa lo sviluppo di una superarma (una bomba nucleare) in grado di determinare una svolta definitiva alla guerra. Superarma alla quale si diceva lavorassero diversi fisici nucleari che, in previsione della fine della guerra, avevano iniziato a mettere al sicuro materiali e documentazione di lavoro. Come nel caso - possiamo anticiparlo? - del citato personaggio, “ovviamente immaginario”, Dieter Roski. 
In buona sostanza, giocando ancora una volta su un contesto dannatamente drammatico, Harald Gilbers (i cui gialli storico-politici sono stati tradotti in Francia, Giappone, Danimarca, Polonia e Repubblica Ceca) ha regalato ai lettori una nuova, graffiante storia che non mancherà di indurre a riflettere sui tanti lati oscuri della guerra e dell’odio razziale.

Voltiamo libro. E visto che siamo in Germania, restiamoci. Suggerendo la lettura de Il profumo rubato. Le misteriose origini dell’Eau de Cologne (pagg. 252, euro 13,50, traduzione di Anna Carbone), un lavoro firmato da Petra Reategui, a sua volta proposto dalla Emons. Casa fondata a Roma nel settembre del 2007 dall’incontro tra l’esperienza dell’editore tedesco Hejo Emons e una squadra formata da diversi professionisti italiani del settore. Una editrice che strada facendo avrebbe deciso di affiancare l’iniziale interesse per gli audiolibri anche ai testi su carta all’insegna di una intrigante collana intitolata “Gialli tedeschi”. 
Entrando nel merito, annotiamo subito che Il profumo rubato si propone alla stregua di una piacevole opera di fantasia, seppur infarinata di una ben documentata ambientazione storica. Fermo restando il richiamo a personaggi, luoghi e avvenimenti legati a quella generazione di italiani che erano emigrarti in Germania dalle valli alpine portandosi al seguito la ricetta di un profumo, inizialmente battezzato Aqua mirabilis, destinato a diventare la famosa Eau de Cologne
In effetti l’origine di questo famoso profumo, da molti considerata di estrazione francese o tedesca, è italianissima: a inventarselo furono infatti due geniali personaggi provenienti dalla Valle Vigezzo, una terra dura dove il mestiere che andava per la maggiore era quello dello spazzacamino. In primis Giovanni Paolo Feminis (1660-1736), originario di Crana - una piccola borgata del comune di Santa Maria Maggiore in Val Vigezzo, oggi in Piemonte ma che all’epoca dei fatti raccontati faceva parte del ducato di Milano -, il quale era emigrato in giovanissima età in Germania per stabilirsi a Colonia nel 1693, proveniente da Magonza. Importante, per il successo della sua attività, fu l’amicizia e il sostegno di un mercante vigezzino emigrato a Maastricht, Giovanni Maria Farina. 
Che altro per completare il quadro del percorso di questo prodotto e regalare al lettore uno spunto di conoscenza in più? L’Acqua di Colonia è composta da una sfilza di essenze che, partendo dal bergamotto, si allarga al limone, all’arancia, al mandarino, alla limetta, al cedro e al pompelmo. Inoltre può contenere anche olio di lavanda, neroli, rosmarino, timo, petitgrain, olio di gelsomino e issopo. 
Detto questo, va precisato che il lavoro di Petra Reategui (interprete e giornalista nata a Karlsruhe, nonché autrice di racconti, gialli storici e di una biografia romanzata) non si rapporta a una ricostruzione tout court, ma si propone alla stregua di un’avvincente storia imbastita sulla falsariga di un giallo ambientato a Colonia nel 1737, dove avvengono alcuni furti del flaconcino di questa preziosa fragranza e dove Giovanni Paolo Feminis e sua figlia Johanna muoiono misteriosamente a quattro mesi di distanza l’uno dall’altra. Che ci sia di mezzo la mano di Farina, che guarda caso distilla un prodotto simile? 
Paolo Luciano Dalmonte, loro amico e conterraneo - così come la comunità di famiglie italiane che vivono da tempo in città - non si dà pace, agitato da un terribile sospetto. Fra loro c’è anche un giornalista della Gazette de Cologne, che una notte resterà vittima di una brutale aggressione dopo aver lanciato pesanti accuse contro il citato Giovanni Maria Farina. Nel frattempo la fiorente ditta di spedizioni di Dalmonte viene bersagliata - come accennato - da una serie di furti insoliti che mettono in fuga i clienti e insospettiscono Anna, giovane contabile e braccio destro dello spedizioniere. La quale vuole vederci chiaro. Decide così di correre ai ripari mettendosi a indagare… 

A questo punto spazio a due autori italiani, che si rapportano a due diverse generazioni e a due diverse concezioni di imbastire una storia. Insomma, a due diversi modi di pensare e di raccontare. Due penne che tuttavia, sia pure percorrendo strade e tematiche diverse, riescono a catturare l’attenzione del lettore. 
E lo facciano iniziando dal non più giovanissimo Ciro Noja, sugli scaffali con il suo romanzo d’esordio, che si rapporta con la brutalità tematica di Qualunque cosa accada (Astoria, pagg. 352, euro 17,00). Un canovaccio che non lascia certo pensare - per la sua intrigante quanto approfondita stesura - alla prima volta di un uomo di una certa età. 
Noja, come da note a supporto, è infatti nato nel 1943 in Romagna, e più precisamente a Cattolica (“Solo perché in tempo di guerra la gente scappava dove poteva”), ma ha sempre vissuto a Milano, tranne una breve quanto intensa parentesi a Palermo, “una città rosa e nera, ma anche verde, dove è nata sua figlia”. Lui che non si è fatto mancare i movimenti, studenteschi e non, a partire dal 1967, in ogni caso guadagnandosi da vivere con il mestiere di architetto. Anche se in realtà ha sempre cullato il desiderio di scrivere, senza riuscirne mai a trovare il tempo. Alla fine però lo ha fatto. E, visto il risultato, spera di poter proseguire sulla nuova strada intrapresa. Magari limando - suggeriamo noi - qualche peccato veniale e qualche ingenuità tipica del principiante. 
Ovviamente glielo auguriamo, in quanto Qualunque cosa accada si propone come un romanzo di pregevole fattura, che si addentra con sorprendente abilità su un contesto difficile quanto complicato: quello dei legami familiari e, più precisamente, sulla contrapposizione che separa un padre dalla figlia. Il tutto all’insegna di un testo di non facile collocazione, a cavallo fra il giallo e il noir. 
Ed è quanto si chiede Gad Lerner nel parlarne a fronte di una condivisibile considerazione. In effetti ci troviamo di fronte a una storia amara quanto graffiante, “ambientata nella Milano dell’Expo, che inchioda il lettore con la maestria di certi generi letterari, ma anche con un qualcosa di ambizioso in più”.  
Detto questo, spazio alla sinossi, che punta subito al bersaglio: Pietro ha una figlia adolescente che ha vissuto in tenera età il dramma della morte della madre. E quando il suo caro papà si risposa con Chiara, Viola non ha alcuna intenzione di considerarla una seconda mamma. Semmai la riterrà colpevole di aver rincoglionito come un criceto quel pover’uomo di suo padre. A complicare le cose arriva anche un altro figlio, Andrea, che ora ha un anno. La vita continua, insomma, in una Milano qualunque dei nostri giorni. Purtroppo succede quello che nessuno si aspetta: Viola, disperata, pensa di risolvere i suoi problemi uccidendo senza pietà quelli che lei considera i due intrusi della casa. In questo modo potrà riavere il padre tutto per sé. 
Ed è proprio a partire da questo freddo quanto brutale omicidio che Noja induce il lettore a riflettere sul come una ragazza possa perdersi, giorno dopo giorno, “in una disperazione assoluta, silenziosa e inespressa, nonostante una sorprendente normalità del quotidiano. Ma anche come un padre tenti di rimanere tale e di comprendere, pur di fronte al male più estremo, cosa possa essere successo nella testa della figlia”. Convinto che dopo ogni disastro la vita possa riassestarsi e riprendere il suo corso
Come da note editoriali, “la drammatica verità dei fatti emergerà capitolo dopo capitolo e costringerà il lettore a rivedere continuamente i propri giudizi, a interrogarsi sulla fragilità e sull’egoismo degli esseri umani e a constatarne la forza, grazie una scrittura chiara e scorrevole”.

Di tutt’altra farina risulta invece impastato Il sesto indizio (pagg. 318, euro 13,00), un romanzo scritto da Giovanni Sechi, classe 1983, arrivato sugli scaffali sotto il marchio “Nero Italiano” di proprietà dell’editore e scrittore romano Sergio Fanucci: una prima guida cresciuta fra le pagine dei libri, forte di una preparazione di tutto rispetto che l’ha portato, tre anni fa, a pubblicare, per i tipi della Rizzoli, Codice Scorsese, una “miscela esplosiva di action-thriller e noir in cui spietati giochi di potere fanno da sfondo a burrascosi intrighi internazionali”. 
Fanucci, si diceva, un uomo di 53 anni, nipote e figlio di editori, che ha lavorato fin da ragazzo nelle aziende di famiglia. “Sono cresciuto in mezzo all’odore della colla, della carta stampata e dell’inchiostro. E mentre i miei compagni di scuola giocavano con le figurine di Cruijff e Paolo Rossi, io tenevo i romanzi di Philip K. Dick sotto il banco. In buona sostanza sono diventato editore, nel senso della continuità, per passione e per gratitudine”. In effetti nel 1990, a seguito della scomparsa del padre Renato, ne aveva ereditato la indebitata casa editrice facendola lievitare a Gruppo editoriale. 
Lui che vive a Roma - dove possiede anche una libreria - con la moglie, due figlie e un cocker spaniel inglese di nome Bloom. Lui che sui suoi sacrifici (“Mia madre un giorno mi disse che mi ero fottuto la giovinezza”) ha avuto modo, esagerando, di ironizzare in occasione del suo primo mezzo secolo di vita: “Mi sono fatto un grande e fottuto mazzo pieno di lezioni e soddisfazioni, di lacrime vere e risate, di bottiglie di vino e sbronze colossali, di amici e nemici, invidie e gelosie, sfide e delusioni, ma soprattutto, pieno di libri. Non a caso ne leggo almeno tre ogni settimana”. 
A questo punto (scusandoci con i lettori per aver divagato, ma il personaggio meritava attenzione) riflettori puntati su Giovanni Sechi, arrivato sugli scaffali - come detto - con Il sesto indizio dopo aver pubblicato, due anni fa, il noir Solo tre regole. Un romanzo che si rapporta a una indagine dal ritmo frenetico volta a far luce su una scomoda verità. Con risvolti drammatici quanto inimmaginabili. 
E appunto su questa storia lo stesso Fanucci ha voluto dire la sua: “Si tratta di un lavoro originale, fresco, noir al punto giusto, affilato e ricco di sorprese. A fronte di una scrittura spiazzante come lo sarà la verità che verrà rivelata all’ultima riga dell’ultima pagina”. Secondo voi si potrebbe contraddire un giudizio così circostanziato? Ovviamente no. 
E allora spazio alla trama, non prima di aver annotato che Sechi è nato ad Alghero, è laureato in Giurisprudenza e ha lavorato in diverse città italiane prima di accasarsi stabilmente a Milano. Un autore appassionato di storytelling sin dall’adolescenza, che in questo suo nuovo canovaccio dà voce all’agenzia Orpheus fondata dai fratelli Carta: Enrico e Salvatore. Il primo è un ex insegnante di religione insoddisfatto, il secondo un ex poliziotto che pensa soltanto a divertirsi, con forti tendenze autodistruttive. Il tutto a fronte di una specializzazione alquanto originale: rintracciare persone scomparse e date per morte, anche dopo tanti anni. 
Così “quando una donna, Monica Ghersi, si rivolge a loro per ritrovare il cadavere di Dario Spadafora, il pregiudicato che dieci anni prima aveva rapito e torturato sua figlia Teresa, i Carta accettano l’incarico. Le indagini, però, li mettono in contatto con un pericoloso gruppo criminale del nord Italia” che forse sarebbe meglio non stuzzicare. Salvo scoprire che “nessuno crede alla versione ufficiale: la verità sembra infatti coperta da un velo di mistero che ognuno vuole mantenere tale”. 
Sta di fatto che, in un serrato susseguirsi di colpi di scena, i due fratelli dovranno ricorrere a tutte le risorse a loro disposizione, più o meno lecite, per riuscire a far luce sulla scomparsa del citato delinquente. “Ma come recita il motto tatuato sulla pelle dei due fratelli, Sed gladium, la verità spesso non porta la pace bensì alla violenza, e il vero compito è capire fino a che punto sarà opportuno spingersi in suo nome…”.

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