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Quanti sconvolgenti segreti si possono nascondere nell'acqua di un fiume?

Dopo il trionfale esordio con La ragazza del treno, Paula Hawkins torna con un altro avvincente thriller. Sugli scaffali anche Gianni Marilotti e Michele Macagnino


22/05/2017

di Mauro Castelli


Succede spesso che un romanzo d’esordio, benedetto da un travolgente successo internazionale, non trovi un positivo riscontro nel secondo. Una smentita, in tal senso, arriva dall’inglese Paula Hawkins, colei che con La ragazza del treno ha incantato, in meno di due anni, diciotto milioni di lettori (uno dei quali in Italia) grazie alla sua inarrivabile capacità di «saper spiare nelle vite degli altri». Un romanzo, quello ricordato, che ha peraltro beneficiato di una trasposizione cinematografica per la regia di Tate Taylor e la generosa interpretazione di Emily Blunt, anche se il lavoro di Erin Cressida Wilson (collaudata sceneggiatrice di misteri femminili) non ha forse reso giustizia alla credibilità dei dettagli originali.
Paula Hawkins, si diceva, che ha ora dato alle stampe Dentro l’acqua (Piemme, pagg. 368, euro 19,50, traduzione di Barbara Porteri), un thriller in corso di pubblicazione in oltre quaranta Paesi che si porta al seguito una accattivante vena narrativa, frutto di una personale elaborazione della paura. In altre parole, ha tenuto a precisare l’autrice, «a guidarmi è stato il fascino legato alle reazioni di certe persone davanti a tragedie estreme». Così, in questo lavoro, non sarà il “visto dal treno” a dare impulso alla storia, ma le acque di un fiume, quello di Beckford, che scorre nell’Inghilterra del Nord.
Insomma, la tematica proposta in questo suo secondo lavoro risulta impastata di tutt’altra farina. Quindi niente fuligginose ambientazioni londinesi, niente coppie schizofreniche, niente protagoniste fuori dalle righe, niente visioni da un treno. Perché il portatore di guai, in questo caso, è appunto un fiume («La cui sorgente - annota maliziosamente la Hawkins - non è stata facile da trovare»), del quale è bene «non fidarsi quando la superficie è troppo calma dal momento che i segreti possono… trascinarti a fondo». Succede infatti che un corpo venga trovato proprio in questo fiume: ed è quello di Nel, la sorella inquieta di Julia Abbott, la protagonista nonché voce narrante della storia. Nel che era anche madre dell’adolescente Lana e la cui migliore amica, Katie Whittaker, aveva a sua volta perso la vita in quelle stesse acque poche settimane prima. 
Julia si trova così costretta, furiosa e spaventata, a far ritorno «nella soffocante cittadina della sua adolescenza, un luogo dal quale i ricordi, spezzati, confusi e a volte ambigui, l’hanno sempre tenuta lontana», per occuparsi della nipote, che del padre non ha mai saputo nulla se non che… Ma adesso che Nel è morta, le motivazioni e il contesto cambiano di prospettiva. E tornare per lei diventa un dovere.
Di tutte le cose che Julia sa, o pensava di sapere, di sua sorella, ce n’è solo una di cui è certa davvero: che lei non si sarebbe mai buttata nelle acque di quel fiume dove altre donne avevano concluso i loro giorni. «Donne scomode, difficili come Nel. Ma lei mai e poi mai le avrebbe seguite in quella brutta fine». Allora qual è il segreto che l’ha condizionata? E perché Julia, adesso, ha così tanta paura di essere lì, nei luoghi del suo passato? «La verità, sfuggente come l’acqua, è difficile da scoprire a Beckford: perché è sepolta sul fondo di quel fiume, negli sguardi bassi dei suoi abitanti, nelle loro vite intrecciate nelle quali nulla è quel che sembra».
Che dire: a fronte di una scrittura soltanto all’apparenza semplice, la Hawkins gioca a rimpiattino con il lettore, circuendolo senza darlo a vedere, imbastendo i vari risvolti della trama con l’accuratezza di una ricamatrice, dando peraltro voce a personaggi credibili e ad ambientazioni che intrigano e inquietano. Sino a regalare - non sono quello che credo di essere; non ero quello che credevo di essere - un inaspettato quanto sconvolgente finale. Segnato peraltro da una buona dose di amarezza.
Per la cronaca, Paula Hawinks è nata il 26 agosto 1972 ad Harare, nello Zimbabwe («Mio padre, professore di Economia e giornalista finanziario, abita e lavora ancora lì»), dove è vissuta per 17 anni, sin quando si è trasferita a Londra per frequentare l’Università di Oxford dandosi da fare nello studio della filosofia, della politica e dell’economia. Con una passione per la scrittura di vecchia data a tenere banco, tanto da farle dichiarare: «Sin da bambina ho scritto storie. Forse per questo, a vent’anni, ho cominciato a collaborare con il Times e altre testate, sino ad arrivare a pubblicare un libro di consulenza finanziaria per donne, intitolato The Money Goddess. Fermo restando che il mio sogno era quello di diventare corrispondente dai posti più esotici di questo mondo…».
Un lavoro, quello della giornalista freelance, che sarebbe stato ovviamente affiancato dalla passione per la narrativa, la qual cosa l’avrebbe portata a dare alle stampe - sotto lo pseudonimo di Amy Silver - quattro «romanzetti rosa scritti su commissione, fra i quali Tutta colpa del tacco e Il bello delle amiche». Senza grandi riscontri di critica e di pubblico, tanto da farla «preoccupare sul suo futuro da single».
Poi l’idea di un giallo in piena regola, suggerito - come abbiamo già avuto modo di annotare - dalla vita quotidiana: «Abitavo a Brixton e facevo la pendolare. E anch’io, come la mia protagonista, guardavo fuori dal finestrino del treno e vedevo sempre le stesse facce, sulle quali fantasticavo. Insomma, sia pure in buona fede, spiavo le vite degli altri, la qual cosa - dal punto di vista narrativo - poteva risultare intrigante. Ovviamente per rincarare la dose ci voleva dell’altro. Così - oltre ai black-out e alle temporanee perdite di memoria della mia protagonista - ho attinto dal problema dell’alcolismo, un viziaccio che finisce per confondere le idee non solo su quello che si ricorda, ma anche su quello che si è visto».

Di ambientazione milanese (fra l’altro attenta e ben orchestrata) è per contro Delitto alla Cattolica (Fratelli Frilli, pagg. 168, euro 10,90), un lavoro scritto da Gianni Marilotti che strizza volutamente l’occhio all’omicidio della piemontese Simonetta Ferrero, avvenuto il 24 luglio 1971 nei bagni dell’ateneo meneghino, il cui corpo - martoriato da 33 coltellate, sette delle quali ritenute mortali - venne rinvenuto soltanto due giorni dopo da un seminarista. E di questo fattaccio rimasto irrisolto l’autore (che nel 2003 aveva vinto il Premio letterario nazionale Italo Calvino con La quattordicesima commensale) ne ripercorre gli atti processuali, cogliendo il pretesto per «criticare le dinamiche dell’odierno sistema editoriale». Non bastasse Marilotti tiene a precisare che «ogni riferimento è chiaramente voluto e la ricostruzione dei fatti si attiene a quanto è giornalisticamente noto. Per contro le ipotesi formulate nel romanzo sono frutto di fantasia letteraria e non hanno alcuna pretesa di verità, così come i personaggi sono tutti di fantasia. Per esigenze narrative ho deciso altresì di cambiare il nome e la professione della vittima, essendo il mondo dell’editoria molto più vicino ai miei interessi». Per la cronaca Marilotti - saggista nonché autore di altri due romanzi (L’errore e Il conte di Saracino) - insegna storia e filosofia nei licei di Cagliari, dove peraltro vive e tiene banco come presidente dell’Associazione culturale Mediterranea, da lui fondata. Un ente che si occupa non solo della storia del Mare Nostrum ma anche di cooperazione allo sviluppo. Lui che, dal 2014, svolge inoltre la funzione di Consigliere onorario per i minori presso la Corte di Appello del Tribunale di Cagliari. Ma veniamo alla trama. A tenere la scena in Delitto alla Cattolica, dopo un excursus a ritroso per tratteggiare i contorni del delitto, è Eleonora Vui, direttrice editoriale di una prestigiosa casa editrice milanese, accusata nel 2010 di aver aggredito e sfregiato Patrizia Simoncini, la nuova compagna del suo ultimo ex, introducendosi nel suo appartamento mascherata come si conviene per non farsi riconoscere. «La storia è talmente bizzarra da sembrare una farsa, ma attraverso meticolose indagini gli inquirenti arrivano a un’inquietante scoperta: forti indizi fanno riemergere il citato delitto nei locali di servizio della Cattolica, vecchio di 39 anni, nel quale la stessa Vui sembrerebbe essere gravemente coinvolta. A occuparsi del caso sarà Marco Losanto, un editor in pensione appassionato di noir, che riuscirà a sciogliere l’intricata matassa». In effetti anche Carlo Lucarelli si era occupato di questo caso dedicandogli la terza puntata della seconda serie della trasmissione televisiva Blu notte con il titolo Simonetta (Milano). Il delitto della Cattolica, andata in onda il 28 aprile 1999. Ma il giallo-noir di Marilotti ha tutt’altra intrigante angolatura. Da qui l’invito alla lettura.

L’ultimo consiglio per gli acquisti è dedicato a Il tempo degli inganni (Golem Edizioni, pagg. 252, euro 16,50), secondo adrenalinico e visionario romanzo uscito dalla penna di Michele Macagnino, nato a Torino l’8 giugno 1971, del quale abbiamo già “raccontato” in occasione dell’uscita de Il volto del male. Di fatto un autore fuori dalle righe, portatore di un’infanzia e un’adolescenza non proprio facili fra «le Fornaci di Binasco e la Barriera di Milano». Lui che a soli 13 anni aveva abbandonato la scuola, trovandosi ben presto alle prese con la malavita della periferia, pur «senza prenderne parte, ma senza nemmeno contrastarla». In altre parole colmando i vuoti emotivi con l’affetto di amici non proprio immacolati. In ogni caso a 17 anni sarebbe finito per tre giorni in un carcere minorile: un’esperienza che, fortunatamente, lo avrebbe portato a riflettere su ciò che è bene e su ciò che è male. Sta di fatto che, contagiato da «una profonda e rivoluzionaria crisi di coscienza», avrebbe deciso di risalire la china, di frequentare una scuola serale per portarsi a casa un diploma magistrale, di mettersi a lavorare (diventando, a partire dal 1998, uno dei più importanti imprenditori nel mondo dell’adult entertainment) e di farsi una famiglia. Insomma, dopo «aver lottato per non sprofondare», avrebbe abbracciato la strada dei valori e dei princìpi, che adesso non manca di «inculcare ai figli Emilio e Luce, con la chiara intenzione di far loro evitare le sue sbandate giovanili». Senza trascurare il maturare della sua passione per la narrativa, che lo avrebbe portato a debuttare con Il volto del male, un romanzo - ne ha parlato lo stesso Macagnino - nato dalla partecipazione, intensa e reale, alla sua vita quotidiana, alle sue esperienze, alle sue conoscenze. Lui che ora concede il bis con un thriller torbido e inquietante che si nutre dell’indeterminatezza del vivere, dove si intrecciano i mondi del denaro riciclato, degli hacker, delle contaminazioni fra mafia e politica. Il tutto in una Torino «priva di concretezza, di riferimenti, di valori comuni e condivisi». Dove l’unica certezza è che la verità non esiste. Semmai a esistere è la legge del più forte, di chi riesce, con le buone o con le cattive, a monetizzare gli obiettivi. Fermo restando che «la vita è frutto del caso», di combinazioni accidentali, di scelte piccole o grandi che poi determinano il divenire del nostro destino. Che altro? Ricordiamo che questo romanzo si riallaccia “brutalmente” al precedente. Nell’incipit incontriamo infatti Mick the Mack nel pieno del successo, ma anche alle prese con l’impensabile: qualcuno gli ha fatto recapitare per posta celere un pacco contenente, recisa di netto, la testa del Mago: ovvero il gestore della Libreria dell’Anima, il selezionatore di giovani vite da bordello, l’illusionista e ipnotizzatore che aveva fatto esplodere il suo appartamento, l’uomo riconosciuto infermo di mente e sospettato di tanti delitti. La cui testa adesso è lì, sul pavimento: gli occhi vuoti fissi come biglie di vetro, il sangue rappreso a bordare la base del collo, un biglietto scritto a macchina tratto dal Vangelo di Matteo. Ma qual è il significato di questa macabra consegna? Si tratta di una minaccia, di un’intimidazione o di che altro? E poi chi l’ha spedita quella testa? Come da note editoriali, «fra Torino e la Calabria una serie di eventi e di personaggi vecchi e nuovi scuoteranno l’animo del lettore che, a un certo punto, non saprà più se si trova di fronte alla finzione o alla realtà». Il tutto a fronte di una storia dai contorni torbidi, «dove criminalità organizzata, politica, centri sociali, servizi e loschi personaggi si muovono, privi di scrupoli, alla ricerca del loro interesse personale».

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