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“Fu sera e fu mattina”: un epico viaggio impregnato di odio e ambizione, coraggio e amore

Torna a intrigare la penna di Ken Follett con il prequel de I pilastri della terra. Altri graditi ritorni quelli di Jean-Christophe Grangé e Håkan Nesser


28/09/2020

di MAURO CASTELLI


Ken Follett, un nome una garanzia. Un autore fra i più amati della narrativa contemporanea, tradotto in trentatre lingue a fronte di una vagonata di milioni di copie vendute in una ottantina di Paesi che lo hanno reso, oltre che famoso, ricchissimo. Così non sorprende sentirlo millantare: “Amo il lusso, in cantina ho una collezione di oltre duemila bottiglie di champagne, possiedo due Rolls-Royce, mi piace viaggiare in jet privato e negli alberghi mi faccio riservare la suite presidenziale”. 
Nato come Kenneth Martin Follett a Cardiff il 5 giugno 1949 (figlio di un ispettore delle tasse che si era trasferito a Londra quando lui aveva dieci anni), dopo essersi laureato in Filosofia e aver frequentato un corso di giornalismo, il giovane Ken aveva iniziato a darsi da fare, nella sua città natale, presso la redazione del South Wales Echo
Tempo tre anni, sarebbe tornato a Londra per lavorare all’Evening News. E fu in quel periodo - come abbiamo già avuto modo di segnalare - che si mise scrivere. Complice un problema economico. “Avevo 24 anni e un giorno mi si ruppe l’auto. Costo della riparazione: 200 sterline. Mi ero sposato, avevo da poco avuto un figlio e quindi i quattrini non bastavano mai. Fu così che decisi di dare voce a un racconto, che l’editore del mio giornale pubblicò. Da allora non mi sarei più fermato, usando inizialmente gli pseudonimi di Simon Myles, Bernard L. Ross, Zachary Stone e Martin Martinsen”. 
Una passione la sua, per la narrativa, che era stata influenzata, quand’era ancora giovanissimo, da Ian Fleming e dal suo James Bond (“Un vero duro, sempre elegante e impeccabile, abile sia con le armi che con le donne”), fermo restando il suo interesse per Thomas Harris (“Mi sarebbe piaciuto scrivere Il silenzio degli innocenti”). E che dire della sua passione per lettura supportata dalle strutture pubbliche? “Da giovane - ha tenuto infatti a precisare - non avevo tanti libri. Per questo sono sempre stato grato alla biblioteca pubblica. Senza libri gratuiti non sarei diventato un lettore accanito, e se uno non è lettore non può essere neanche scrittore”. 
Che altro? Un numero uno che non manca di vantarsi di essere stato il primo a scegliere una donna come protagonista positiva ne La cruna dell’ago, ma anche una penna pronta ad assicurare come in un thriller ci sia sempre il rischio che succeda qualcosa di terribile, anche se nelle sue storie questo pericolo cerca sempre di sviarlo. 
Ricordiamo inoltre che, dopo aver lasciato il giornalismo, l’ancor giovane Ken si sarebbe accasato come vicedirettore in una piccola casa editrice londinese, la Everest Books. E fu in quel periodo “che avrei scritto i miei primi romanzi”. Il successo sarebbe comunque arrivato soltanto nel 1978 con la pubblicazione del citato La cruna dell’ago (Eye of the Needle), un thriller ambientato durante la Seconda guerra mondiale che avrebbe venduto oltre dieci milioni di copie e avrebbe beneficiato di una trasposizione cinematografica con Donald Sutherland e Kate Nelligan nel ruolo di protagonisti. 
Uguale impatto avrebbero ottenuto i successivi romanzi, tutti imbastiti su trame ben congegnate e ricche di suspense, volte a combinare avventura, ricostruzione storica, spionaggio e thriller. Qualche titolo? Il codice Rebecca; L’uomo di Pietroburgo; Sulle ali delle aquile; I pilastri della terra; Una fortuna pericolosa; Il terzo gemello; Il martello dell’Eden (premio Bancarella); Codice a zero; Il volo del calabrone; Nel bianco e la trilogia The Centurey (La caduta dei giganti, L’inverno del mondo e I giorni dell’eternità). 
E ancora: al grande successo ottenuto da I pilastri della terra, che aveva dato inizio alla saga di Kingsbridge, sarebbero seguiti Mondo senza fine e La colonna di fuoco. E ora, a trent’anni di distanza dai suoi “pilastri” vincenti, lo scrittore gallese torna nell’immaginaria cittadina inglese all’alba dell’anno Mille e alle radici di quella narrazione epica con Fu sera e fu mattina (Mondadori, pagg. 784, euro 27,00, traduzione di Annamaria Raffo). Lavoro nel quale conduce il “lettore in un viaggio epico pieno di sorprese, avventura, coraggio, amore, odio e ambizione che termina dove I pilastri della terra avevano avuto inizio”. 
Detto questo, spazio alla sinossi, visto che non risulta così semplice tradurre in poche righe una trama lunga sempre, imbastita su un arco temporale di un decennio. Trama che parte dal 17 giugno 997, con l’autore a precisare, anticipando eventuali puntualizzazioni da parte dei critici, che gli anni bui trattati avevano lasciato poche tracce. “Non si scriveva molto, c’erano pochi dipinti e quasi tutti gli edifici erano di legno, che si sarebbe ben presto decomposto. Questo lascia spazio a congetture e divergenze di opinioni, più di quanto accada per il periodo precedente, quello dell’impero romano, o per quello successivo, il basso Medioevo. Pertanto, nel ringraziare i miei consulenti storici, devo aggiungere che non sempre ho seguito i loro consigli…”. 
Ma veniamo ai contenuti di Fu sera e fu mattina. Non è ancora l’alba quando a Combe, sulla costa sudoccidentale dell'Inghilterra, il giovane costruttore di barche Edgar si prepara con trepidazione a fuggire di nascosto con la donna che ama. Ma i suoi piani vengono spazzati via da una feroce incursione dei vichinghi, che mettono a ferro e fuoco la sua cittadina, distruggendo ogni cosa e uccidendo chiunque capiti loro a tiro. 
Edgar sarà quindi costretto a fuggire con la sua famiglia per ricominciare tutto da capo nel piccolo e desolato villaggio di Dreng’s Ferry. In parallelo, dall’altra parte della Manica, in terra normanna, la giovane contessa Ragna, indipendente e fiera, si innamora perdutamente del nobile inglese Wilwulf e decide impulsivamente di sposarlo e seguirlo nella sua terra, contro il parere di suo padre, il conte Hubert di Cherbourg. Tuttavia si renderà presto conto che lo stile di vita al quale era abituata in Normandia era ben diverso da quello degli inglesi, la cui società arretrata viveva sotto continue minacce di violenza. Oltre tutto Ragna si ritroverà al centro di una brutale lotta per il potere. 
In questo contesto il sogno di Aldred, un monaco colto e idealista, di trasformare la sua umile abbazia in un centro di erudizione e insegnamento entrerà in aperto conflitto con le mire di Wynstan, un vescovo abile e spietato pronto a tutto pur di aumentare le sue ricchezze e il suo potere. Secondo logica narrativa, le vite di questi quattro indimenticabili personaggi si incroceranno, in un succedersi di continui colpi di scena, negli anni più bui e turbolenti del Medioevo. 
Detto del romanzo, torniamo al privato di Ken Follett, un personaggio fuori dalle righe nei più diversi campi. Ad esempio ha svolto attività politica per il partito laburista, in questo modo conoscendo Barbara Hubbard, a sua volta deputato e poi ministro della Cultura nel Governo di Gordon Brown, che avrebbe sposato nel 1985. E con la quale vive tra Londra e Stevenage, nello Hertfordshire, “insieme ad altri figli avuti nei matrimoni precedenti”. 
Curiosamente, a dispetto della sua immagine paciosa, Follett si propone come un bastian contrario per eccellenza. Non a caso ha persino avuto dissapori con l’ex premier Tony Blair, oltre a criticare il primo ministro David Cameron e a prendersela con Umberto Eco (che era stato però il primo a criticarlo). Non bastasse nel 2010 aveva firmato, insieme ad altre 54 figure pubbliche, una lettera aperta sul The Guardian con la quale si dichiarava contrario alla visita di Stato di Papa Benedetto XVI nel Regno Unito. 
Un passo indietro: lui grande estimatore di Shakespeare sin da ragazzo (“Per il puro piacere di leggerlo, non perché fossi costretto dai professori”), ma anche - in seguito - con un debole dichiarato per Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (“È un testo davvero splendido”); lui che adora la musica (suona infatti il basso nella band Damn Right I’ve Got the Blues) ed ha avuto il privilegio, che non è da tutti in vita, di venire omaggiato dodici anni fa con una statua in bronzo a grandezza naturale in quel di Vitoria-Gasteiz, in Spagna, opera dello scultore basco Casto Solana. 
Lui che ha beneficiato, tratte dai suoi 32 romanzi, anche di numerose miniserie di successo per il piccolo schermo. La qual cosa ha contribuito, se mai ce ne fosse stato bisogno, a rimpolpare il suo conto in banca. Quello stesso che lo vede, a pieno titolo, nella ristretta schiera dei maggiori paperoni britannici. 


Un altro autore che ha guadagnato una buona fetta di estimatori nel nostro Paese (si parla di mezzo milione di copie vendute) è il francese Jean-Christophe Grangé, colui che a detta della critica ha saputo ampliare i confini del poliziesco tradizionale. Una penna che ci aveva inizialmente incantato - riprendiamo in parte da quanto già scritto - con I fiumi di porpora, dal quale era stato tratto l’omonimo film diretto da Mathieu Kassovitz per l’interpretazione di Jean Reno e Vincent Cassel, primo di uno dei tanti adattamenti per la televisione e per il cinema dei suoi romanzi - peraltro tradotti in una trentina di Paesi a fronte di un commercializzato di tutto rispetto - come L’impero dei lupi con  Jean Reno e Laura Morante nonché L’eletto con Monica Bellucci. 
Lui ci aveva sorpreso con Il volo delle cicogne (il suo romanzo d’esordio datato 1994) e Il concilio di pietra; lui che ci aveva brutalmente intrigato con L’impero dei lupi e La linea nera, per poi riproporsi vincente con Il giuramento, Miserere, Amnesia, L’istinto del sangue, Il respiro della cenere, Il rituale del male, L’inganno delle tenebre, La maledizione delle ombre; lui che ora si riaffaccia vincente in libreria con L’ultima caccia (Garzanti, pagg. 330, euro 19,00, traduzione di Doriana Comerlati). 
Una storia, quest’ultima, che ci riporta alle atmosfere inquietanti e superbamente descritte ne I fiumi di porpora, giocata sulle insidie nascoste nei legami di sangue nonché sulla suspense e i misteri della Foresta nera, “dove il buio non ha confini e gli orrori del passato sono la chiave per risolvere gli enigmi del presente”. 
Un buio - come da trama - che non lascia scampo e non perdona i passi falsi, come quelli commessi dal giovane Jürgen von Geyersberg, rampollo di una nobile e stimata dinastia. Quando il suo corpo viene rinvenuto con evidenti segni di mutilazione, è subito chiaro che si è trattato di un efferato omicidio di cui può occuparsi una sola persona: il detective Pierre Niémans, l’uomo perfetto per risolvere casi spinosi che richiedono sangue freddo e riservatezza in ogni fase dell’indagine. Perché è importante che non trapeli alcun dettaglio e si impedisca alla stampa di ricamare sopra le vicende di una famiglia tanto rispettabile. 
Con l’aiuto dell’allieva Ivana Bogdanović e del comandante Kleinert, capo delle forze dell'ordine tedesche, Niémans si mette sulle tracce degli assassini, individuando, grazie al suo intuito infallibile, una valida pista da seguire: è quella della pirsch, un misterioso rituale venatorio che sembra risalire ai Cacciatori neri, un gruppo di criminali senza scrupoli assoldati da Himmler durante la Seconda guerra mondiale per rintracciare ed eliminare gli ebrei. 
Ma più il tempo passa, più questa pista, all’inizio tanto promettente, si perde in sentieri secondari che sviano la polizia rischiando di far naufragare le indagini. Ma una nuova battuta di caccia sta per cominciare. Per arrivare alla verità, a Niémans e ai suoi non resta quindi che stare al gioco e trasformarsi in predatori, prima che siano loro a diventare prede. 
Detto del libro, alcune note sull’autore. Grangé - giornalista, sceneggiatore e soprattutto scrittore - è nato a Boulogne-Billancourt (Parigi) il 15 luglio 1961, città dove si era laureato in Lettere alla Sorbona con una tesi su Gustave Flaubert. Lui che aveva mosso i primi passi lavorativi collaborando con un’agenzia di stampa, sino a diventare firma di un certo peso - a soli 28 anni - per testate come Paris Match, Sunday Times e il National Geographic. In seguito avrebbe creato la società L&G per cercare di finanziarsi direttamente, riuscendoci, i viaggi in giro per il mondo. 
Sta di fatto che i suoi reportage gli avrebbero permesso di portarsi a casa alcuni importanti attestati, come il Premio Reuter nel 1991 e il Prix World Press l’anno successivo. Viaggi che avrebbero peraltro rappresentato fonte di ispirazione per i suoi romanzi, inframmezzati da puntate sulla sceneggiatura cinematografica. Lui che, per non farsi mancare nulla, avrebbe anche scritto una storia a fumetti, La Malédiction de Zener, disegnata da Philippe Adamov. Lui che si propone anche come uno dei pochi autori francesi a essersi imposto sul mercato a stelle e strisce. Di fatto un riconoscimento grande come una casa alla sua abilità narrativa. E non è da tutti. 


Uno scrittore di primo piano, ci mancherebbe, è anche lo svedese Håkan Nesser il quale, sempre per i tipi della Guanda (il suo editore italiano di riferimento con 19 libri pubblicati), è tornato sui nostri scaffali con Gli occhi dell’assassino (pagg. 526, euro 19,50, traduzione di Carmen Giorgetti Cima), un romanzo del 2016 orfano però dei suoi due personaggi più conosciuti. 
Ovvero il commissario Van Veeteren, che vive nell’immaginaria città di Maardam (ubicata in un Paese del nord Europa, verosimilmente la Svezia, anche se la valuta locale e alcuni nomi potrebbero far pensare all'Olanda), e l’ispettore italo-svedese Gunnar Barbarotti, un personaggio che ci regala un qualcosa in più rispetto al pur riuscito collega. Forse per via delle sue origini, forse per la sua umanità o forse per la sua amarezza di fondo (gli è morta la moglie Marianne a causa di un aneurisma, lasciandolo alle prese con cinque figli). 
Ma di cosa si nutre e dove si svolge il canovaccio relativo a Gli occhi dell’Assassino, un lavoro di notevole spessore e profondità come peraltro ci ha abituato l’autore? Intanto siamo nella tarda estate del 1995. Leon Berger lascia Stoccolma per andare a K., piccola cittadina spersa nel Nord della Svezia, che ai tempi era stata un fiorente centro dell’industria calzaturiera. Il perché di questa scelta? Sette mesi prima la sua esistenza era stata sconvolta dalla morte della moglie Helena e della figlia quindicenne Judith in un incidente. Da qui la decisione di provare a lasciarsi alle spalle quella tragedia cambiando vita. Al ginnasio di K. prenderà infatti il posto, rimasto vacante, del professor Kallmann (un insegnante dalla doppia immagine: carismatico per gli studenti, eccentrico invece secondo i colleghi), morto alla fine del precedente anno scolastico in circostanze mai chiarite. 
Oltre tutto in questa scuola c’è qualcosa che non quadra, con il fiorire di episodi di razzismo, minacce a docenti e allievi, nonché un preoccupante stato di tensione. E sarà proprio Leon (che si racconta in prima persona) a dare una spallata a questa situazione, segnata da una calma apparente, trovando per caso i diari del defunto professor Kallmann. 
In altre parole una serie di quaderni scritti di suo pugno, in cui i fatti del passato sembrano illuminare di una luce sinistra il presente di quel luogo sperduto: Kallmann era infatti certo che a K. vivesse un assassino rimasto impunito. Ne era certo perché, a suo dire, lui era in grado di scrutare l’anima delle persone, in particolare di chi si era macchiato di un crimine. Per questo motivo, curiosamente, non guardava mai nessuno negli occhi… 
Spinto dalla curiosità Leon Berger, insieme a due colleghi, comincia quindi a studiare i diari, enigmatici e fuorvianti, nel tentativo di scoprire se nella storia di K. ci sia stato davvero un omicidio irrisolto o, forse, più di uno. E lo scenario che si proporrà al lettore sarà certamente fra i più inquietanti. In altre parole capace di regalare un contagioso stato di tensione che, peraltro, pervade la storia dall’inizio alla fine… 
Detto questo, brevi note su Håkan Nesser, una delle migliori penne del panorama narrativo nordico, i cui romanzi sono stati tradotti in un sacco di Paesi a fronte di un interessante venduto. Nato il 21 febbraio 1950 a Kumla, una cittadina della Svezia centrale, Nesser - dopo aver insegnato lettere in un liceo - grazie allo straordinario successo ottenuto dai suoi polizieschi (nel 1999, con Carambole, aveva vinto il premio Glasnyckeln riservato al miglior romanzo dell’anno di tutta la Scandinavia), si era dedicato esclusivamente alla scrittura, sfornando una lunga serie di bestseller. 
Libri che hanno strizzato l’occhio al piccolo schermo, tanto è vero che dal 2000 la televisione svedese ha prodotto una nutrita serie di sceneggiati basati proprio sui casi del commissario Van Veeteren, alcuni dei quali ripresi da storie già pubblicate, altri invece scritti appositamente dallo stesso Nesser. Il quale, sulla scia di alcuni suoi colleghi americani, sarebbe apparso in un paio di camei negli episodi intitolati Kvinna med födelsemärke e Carambole
Fermi restando gli appuntamenti sul grande schermo: ad esempio nel 2018 è stata realizzata una trasposizione cinematografica della trilogia Intrigo pubblicata nel 2015 (arrivata però in prima battuta in libreria nel 1996) a opera del regista svedese Daniel Alfredson, già autore del secondo e terzo film della saga Millenium, il clamoroso successo mondiale firmato postumo dal rimpianto Stieg Larsson.

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