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Un duplice delitto, sei giudici popolari, una verità umana oltre che giudiziaria

Dalla mano calda di Giampolo Simi il resoconto di un processo che induce alla riflessione. A seguire l’ennesima conferma di James Patterson e il gradito ritorno di Ragnar Jónasson


20/01/2020

di Mauro Castelli


Una mano calda della nostra narrativa quella di Giampaolo Simi, capace di prenderla da lontano per fare le pulci allo stato dell’arte del nostro Paese. E lo fa - dopo aver dato voce, ne La ragazza sbagliata, a quel drammatico periodo che aveva messo a dura prova la nostra democrazia (stragi di mafia, omicidi mirati come quelli di Falcone e Borsellino, sanguinosi assalti al patrimonio culturale di Firenze, Milano e via dicendo) - attraverso la lente di ingrandimento rappresentata dai protagonisti del processo che tiene banco ne I giorni del giudizio (Sellerio, pagg. 546, euro 15,00). 
Un romanzo nel corso del quale l’autore fa emergere, quasi senza darlo a vedere, le isterie del nostro quotidiano attraverso le figure di imputati, testimoni e giudici alle prese con un duplice misterioso delitto. Protagonisti volontari e involontari di una esperienza che li cambierà plasmandoli, formandoli e ovviamente anche segnandoli. 
Ma prima di parlare del libro regaliamo spazio al privato di Giampaolo Simi, una persona cordiale, disponibile se preso per il verso giusto, disposto ad arrabbiarsi di brutto “soltanto sui campi di calcio” (non a caso ha dato del suo giocando nella nazionale italiana scrittori); un uomo con un debole dichiarato per i libri di Georges Simenon (“Meglio se orfani di Maigret”) in abbinata a quelli di Jean Patrick Manchette, fermo restando il dovuto tributo ad Antonio Franchini, Francesco Biamonti e Luciano Bianciardi, “le irrequiete penne che - a suo dire - hanno portato l’italiano al di fuori della retorica”. 
Lui che suona la chitarra nei “Flying Circus”, band così chiamata in onore dei Monty Python e del loro eterogeneo repertorio pop e rock; lui pronto a criticare il fatto che la crisi economica incida soprattutto su scuole, musei e biblioteche (“È come se un texano ritenesse inutile investire nella costruzione di pozzi di petrolio”); lui che ama andare in vacanza in Irlanda, anche se la sua meta preferita è Berlino, una città dove gli piacerebbe vivere; lui che si dice orgoglioso di essere tradotto in Germania e soprattutto in Francia (“Un Paese ricco come pochi altri di maestri del noir”); lui che approfitta delle attese negli aeroporti e nelle stazioni ferroviarie per scrivere, per non parlare del suo pendolarismo Viareggio-Roma e viceversa - complici i frequenti ritardi, ironizza - che gli consente la limatura di certi passaggi complicati” dei suoi lavori. Non a caso nella Capitale si propone come soggettista e sceneggiatore di serie televisive di successo come Ris, Ris Roma e Crimini, nonché autore della fiction Nero a metà
Detto questo ricordiamo che Simi è nato a Viareggio il 10 settembre 1965, città dove tuttora vive e dove ha frequentato il liceo classico Carducci per poi iscriversi - “sbagliando” - alla facoltà di Scienze politiche in quel di Pisa. “Ma la frequenza - come ha avuto modo di raccontarci in un recente passato - non sarebbe durata più di tanto in quanto iniziai a lavorare, impaginando e correggendo bozze, in una piccola casa editrice (la Baroni, che ha chiuso i battenti più di dieci anni fa), con la quale avrei pubblicato nel 1996 il mio primo libro, Il buio sotto la candela, stampato in mille copie e incentrato, a livello di eresia in termini di memoria, sulla Linea Gotica e le relative stragi”. 
Fortuna volle che questo libro venisse selezionato per il premio Savarese di Enna e quindi sdoganato. Sta di fatto che sarebbe stato ripubblicato da Flaccovio nel 2005, peraltro “ripulito di certi termini gergali che potevano indurre all’errore interpretativo”. 
Che altro? Una precocità narrativa che sorprende: “Successe infatti che, quando avevo soltanto quattro anni e sapevo già leggere e scrivere, mi inventassi un raccontino giallo di 25 righe per mia madre Mirte, utilizzando la macchina per scrivere di mio nonno”. Proseguendo su questa strada a corrente alternata, sarebbe arrivato a dedicarsi, alla fine del liceo, al “fantastico e all’horror, a quei tempi una specie di terra di nessuno che sarebbe stata sdoganata soltanto diversi anni dopo”. 
E per quanto riguarda l’ingresso vero nella narrativa di settore? A contribuire fu una fortunata circostanza: il suo rapporto con il Gruppo dei 13 di Bologna, un coagulo di scrittori che, sotto la spinta di Loriano Macchiavelli, “praticavano” il genere poliziesco. E non si trattava di un gioco, visto che a tenere la scerna erano autori del calibro di Carlo Lucarelli, Marcello Fois, Danila Comastri Montanari, Pino Cacucci, Sandro Toni, Gian Piero Rigosi e, soprattutto, “Luigi Bernardi, un uomo al quale devo davvero molto”. 
Sullo slancio di questa partecipazione Giampaolo Simi avrebbe fra l’altro pubblicato, per i tipi della Einaudi, Il corpo dell’inglese e Rosa elettrica, nonché La notte alle mie spalle (e|o editore). Quindi nel 2015, con Cosa resta di noi (Premio Scerbanenco), sarebbe entrato a far parte della scuderia Sellerio, con la quale avrebbe dato alle stampe anche La ragazza sbagliata (premio letterario Chianti 2018), Come una famiglia e ora I giorni del giudizio
Un lavoro, quest’ultimo, giocato in punta di penna, che si nutre di frasi brevi e spesso graffianti, oltre che di osservazioni mirate che inducono alla riflessione. A fronte di una trama ben orchestrata quanto di piacevole lettura, incentrata su sei giudici popolari sorteggiati per far parte di un processo che si svolge in Corte d’Assise. Protagonisti che il lettore imparerà presto a conoscere: ovvero Iris, una bibliotecaria femminista; Terenzio, un pensionato arrabbiato; Emma, una ex miss proprietaria di una boutique a Viareggio; Ahmed, un magazziniere di origine marocchina; Serena, una precaria con poca fortuna, e Malcolm, esperto di videogames oltre che youtuber di successo. 
Il loro compito? Farsi carico, assieme a due giudici togati, di un doppio quanto spietato omicidio. “Nella rinascimentale tenuta di famiglia, la Falconaia, è stata infatti uccisa la quarantaduenne Esther Bonarrigo; a poca distanza da lei il presunto amante, il trentunenne Jacopo Corti, massacrato con un’arma da taglio. Tutti gli indizi convergono verso il marito di Esther, Daniel Bonarrigo, proprietario degli Italian food&more, piccoli ristoranti di qualità sparsi in mezzo mondo”. 
Da qui un processo mediatico impregnato di indagini, colpi di scena e suspense; un processo attraverso il quale l’autore riesce a far breccia nelle coscienze dei singoli protagonisti, “scrutandone ogni loro angolo nero”. Perché, in fondo, ognuno di noi ha sempre qualcosa da nascondere. 
“Dapprima recalcitranti, spaventati e sospettosi l’uno dell’altro, i sei giudici popolari assisteranno alle udienze e discuteranno fra loro”. Ma soprattutto cercheranno di ricostruire i fatti analizzandone i vari aspetti, ben sapendo che la decisione che dovranno prendere non sarà facile. Ma si renderanno anche conto che quello che “stanno vivendo è il momento più alto della loro vita”. 


A seguire un altro “recupero” eccellente dalla produzione lunga sempre di James Patterson da parte della Longanesi, il suo editore italiano di riferimento con un venduto di oltre tre milioni e mezzo di copie, a fronte dei 375 milioni totali commercializzati in giro per il mondo. 
Stiamo parlando di un romanzo del 2015, New York codice rosso (pagg. 302, euro 16,90, traduzione di Andrea Carlo Cappi), scritto a quattro mani con Michael Ledwidge, uno dei suoi tanti compagni di penna con il quale ha dato voce ai primi dieci libri (gli ultimi tre li ha firmati in coppia con James O. Born) della serie che vede protagonista Michael Bennett, un omone di origini  irlandesi alto un metro e ottantacinque, detective delle missioni impossibili, oltre che amorevole padre di dieci figli adottivi, che accudisce grazie all’aiuto di una ragazza alla pari, Mary Catherine, e di suo nonno Seamus. Perché purtroppo sua moglie Maeve è morta di cancro nel dicembre 2007. 
Un nome e un cognome quello del nostro protagonista - ipotizzare non si fa peccato - che sembrano essere stati presi in prestito dall’omonimo regista, coreografo, ballerino e drammaturgo statunitense scomparso nel 1987. Ma forse ci sbagliamo. Di vero per contro è la struttura vincente di questo thriller, arrivato sui nostri scaffali a pochi mesi dall’uscita di Qualcosa di personale, sempre del 2015 ma interpretato da Alex Cross, il detective tetraplegico che ha tenuto banco in 28 romanzi, compresi i due che non fanno però parte della collana vera e propria (ovvero Alex Cross’s Trial e Merry Christmas, Alex Cross). 
James Patterson, si diceva, che ha spaziato nei più diversi campi, spesso avvalendosi della collaborazione - come accennato - di numeri uno del settore, come Maxine Paetro (un collaudato sodalizio durato quindici romanzi), Peter De Jonge, Andrew Gross, Marshall Karp, Gabriel Charbonnet, Howard Roughan, Liza Marklund, David Ellis e via dicendo. 
Autori che hanno contribuito anche alle 19 puntate della serie legata alle “Donne del Club omicidi” (approdata con successo sul piccolo schermo), nonché ai lavori dedicati a Jack Morgan, Maximum Ride, Witch&Wizard, Daniel X e a quelli che si riallacciano all’agenzia Private International che, a detta di molti, risulta portatrice delle strutture inventive più interessanti. 
Che altro nel carnet narrativo di Patterson? Una quarantina di trame a tema libero, diverse graphic novels e libri romantici come Domeniche da Tiffany, Il diario di Suzanne o A Jennifer con amore, alcuni lavori dedicati ai ragazzi e persino due saggi. Ferme restando le numerosi trasposizioni cinematografiche che hanno contribuito - se mai ce ne fosse stato bisogno - a rimpolpare il suo conto in banca. 
Ma veniamo al dunque, ovvero alla sinossi di New York codice rosso. “I newyorkesi non si fanno intimidire facilmente, ma qualcuno sta facendo del suo meglio per spaventarli sul serio. Dopo due esplosioni generate da ordigni inspiegabilmente avanzati, la città che non dorme mai è in allarme”. Sarà quindi compito del detective Michael Bennett, insieme alla sua vecchia amica Emily Parker dell’Fbi, individuare e catturare i criminali che si celano dietro questi attacchi, nascondendosi nell’ombra e nel caos che hanno generato. 
Per farla breve: “Sulla scia di un assassinio agghiacciante, in una corsa contro il tempo, sfidando il nemico più pericoloso che abbia mai affrontato, Bennett comincerà a sospettare che questi eventi misteriosi siano solo il preludio di una minaccia ancora più grande. Si troverà quindi costretto a ricorrere a ogni sua risorsa per salvare la sua amata città, prima che il peggiore degli incubi possa diventare realtà…”. Tirate le somme, un’altra prova d’autore che non mancherà di catturare il lettore senza lasciargli una via di scampo. 
Per chi ancora non lo conoscesse, ma saranno davvero in pochi, ricordiamo infine che James Patterson, sposato con Susan e padre di Jack, è nato a Newburgh, nello Stato di New York, il 22 marzo 1947. Lui che dopo aver frequentato la Vanderblit University e il Manhattan College aveva iniziato a lavorare nell’agenzia pubblicitaria Jwt, sin quando nel 1993 venne baciato dal successo grazie alla pubblicazione di Ricorda Maggie Rose, primo romanzo della saga imbastita appunto su Alex Cross. E da allora in poi non si sarebbe più fermato. 


In chiusura di rubrica un intrigante lavoro firmato da Ragnar Jónasson, classe 1976, avvocato e giornalista in quel di Reykjavík, oltre che docente di diritto d’autore all’università e quotato traduttore dei romanzi di Agatha Christie. Membro della Uk Crime Writers’ Association, è autore della serie Dark Iceland, un successo internazionale i cui diritti sono stati venduti in una trentina di Paesi. Serie della quale Marsilio, dopo aver dato alle stampe L’angelo di neve e I giorni del vulcano, propone ora il terzo dei cinque episodi, che risale al 2012, intitolato Fuori dal mondo (pagg. 256, euro 17,00, traduzione di Silvia Cosimini). 
Un giallo legato alle tematiche che arrivano dal Grande Freddo (“Ammetto di essere stato influenzato da numeri uno del calibro di Stieg Larsson, Jo Nesbo, Vidar Sundstol e Johan Theorin, nonché dai miei connazionali Yrsa Sigurdardottir e Arnaldur Indridason”) che si nutre di una vecchia foto, di un fiordo abbandonato, di un enigma del passato che minaccia il presente di un tranquillo villaggio islandese. 
Già l’ambientazione - che ne sappiamo infatti noi italiani di quest’isola a metà strada tra la Scandinavia e la Groenlandia, che in ogni caso fa parte dell’Europa? - induce alla curiosità. Forse perché l’Islanda raramente si trova sotto i riflettori mediatici. Una terra segnata dal clima, dove a novembre il sole scompare dietro le montagne e ritorna solamente a gennaio. Una stagionalità, a detta dell’autore il quale ha fra l’altro studiato la lingua italiana, che “può provocare una sensazione di oppressione”. E di mistero: cosa si nasconde infatti dietro il cold case al quale stanno lavorando il poliziotto Ari Þór e la giornalista televisiva Ísrún? 
Tutto nasce dal ritrovamento di una vecchia foto. Da qui la riapertura di un caso di morte sospetta che risale a quando, nel 1955, due giovani coppie avevano deciso di trasferirsi in un fiordo isolato e “apparentemente deserto”, nell’estremo Nord del Paese. Successe che una delle due donne morisse poco dopo in circostanze misteriose (omicidio, suicidio?) e nessuno riuscisse mai a spiegare cosa fosse realmente successo. 
Mentre il paese è colpito da una infezione virale che ha portato alla messa in quarantena di tutti gli abitanti, Ari Þór, della polizia di Siglufjörður, e Ísrún, giovane reporter arrivata da Reykjavík, cercano di mettere insieme gli indizi raccolti. Ma qualcuno non sembra esserne soddisfatto. E gli eventi lo starebbero a confermare: un bambino di nome Kjartan scompare all’improvviso (senza peraltro alcuna richiesta di riscatto al seguito) e, come se non bastasse, in un incidente automobilistico viene ucciso Scorri, il giovane figlio di un ex politico. Ma è stato davvero investito accidentalmente o la sua morte ha a che fare con il ruolo e le attività del padre? 
“Immerso nel silenzio opprimente di una comunità barricata in casa”, condizionata dal tempo e da luoghi inospitali seppure di incredibile bellezza, il giovane Ari Þór cercherà di sbrogliare una matassa dai risvolti tutt’altro che semplici. E lo farà attraverso la bravura narrativa dell’autore. Capace di dare voce, complice un linguaggio di facile accesso, a una originale quanto accattivante detective story. Per non parlare della riuscita caratterizzazione del protagonista: “Ho infatti voluto dare voce a un poliziotto con qualche anno meno di me, quindi giovane, in modo da poter capire cosa provasse”. Missione riuscita.

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