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"Avvoltoi. L'Italia muore e loro si arricchiscono", ennesimo viaggio nel mondo dei (nostri) ladri

Mario Giordano torna sugli scaffali per parlarci dei disagi quotidiani, anche se la parola non rende giustizia. E lo fa puntando il dito su coloro che furbescamente ci svuotano le tasche. L'imperativo d’obbligo? Non arrendersi alla corruzione


16/04/2018

di Mauro Castelli


Ha passato la vita a denunciare ruberie e truffe, furbetti e falsi buonisti, sprechi e privilegi, sanguisughe e spudorati, vampiri e boiardi di Stato. All’appello mancavamo gli “avvoltoi”, ovvero coloro che continuano a fare quattrini mentre il Paese sprofonda. Lacuna colmata - all’insegna del non arrendersi mai - con l’arrivo sugli scaffali di Avvoltoi. L’Italia muore, loro si arricchiscono (Mondadori, pagg. 204, euro 19,00). Un saggio, nemmeno a dirlo, firmato da Mario Giordano, nel quale il direttore del Tg4 punta il dito su chi si riempie vergognosamente le tasche a nostre spese. Un saggio che peraltro era nell’aria, visto che questo graffiante giornalista investigativo non manca, ogni anno, di raccontare alle gente comune le imperversanti malefatte che si allignano ovunque. Con la segreta speranza, lui che si propone come una specie di coscienza civica dei nostri peccati, che possa servire a qualcosa, anche se molti preferiscono girare la testa altrove. 
D’altra parte Giordano, degli sperperi pubblici, si occupa da chissà quanto, mettendo nero su bianco i peccati mortali dei quattrini buttati al vento. Lui che da una vita continua a puntare il dito sulle vergognose magagne di Stato, affondando il bisturi sui mali che ci affliggono. Prendendosela, ad esempio, sui ciechi che ci vedono benissimo, sugli zoppi che si dedicano alla corsa, su gente senza mani che riesce a guidare il camion, su sordi che vengono assunti come centralinisti, su invalidi al 75% che si arrampicano sui cornicioni per rubare… Insomma, il peggio dei senza vergogna su piazza. 
Ma con chi se la prende questa volta il nostro grillo parlante, in un libro dedicato alla moglie Paola, quella povera donna che lo sopporta per via dei suoi orari impossibili, che è riuscita ad allevare quattro figli all’insegna dello spirito di gruppo (“Noi siamo più che una famiglia, siamo una squadra” ironizza), ma che “non si è ancora abituata alle carte bollate” che piovono sulla scrivania del marito? Se la prende con chi non si preoccupa se i treni deragliano, semmai utilizzando i soldi dei biglietti per pagarsi auto di lusso e film porno; con i dirigenti degli acquedotti che fanno scorrere duecentomila euro al mese nelle loro tasche; con chi anziché smaltire i rifiuti usa i quattrini delle nostre tasse per ristrutturasi lo chalet e via dicendo. 
Come annota infatti l’autore, basta attingere dai dati ufficiali per capirne i mali all’origine. “Le tariffe dell’acqua sono aumentate dell’89 per cento negli ultimi sei anni, quelle dei trasporti del 30 per cento negli ultimi 13 anni (con alcuni ticket autostradali saliti addirittura del 200 per cento in 14 anni). Eppure in cambio abbiamo servizi sempre peggiori: treni insicuri e superaffollati, autobus in ritardo, rubinetti a secco, cumuli di immondizia sotto casa, discariche a cielo aperto, ponti che crollano in autostrada. I cittadini, ormai, non ne possono più. E intanto gli Avvoltoi, quelli che si divorano il Paese, hanno le tasche piene dei nostri soldi”. 
Purtroppo, “dietro ai servizi che non funzionano, non ci sono solo la casualità e la solita italica propensione all’inefficienza. Ci sono anche, purtroppo, tante persone che si arricchiscono. Ed è per questo che i servizi continuano a non funzionare: perché a troppi conviene che vada avanti così”. 
In buona sostanza “Avvoltoi è un viaggio inedito e clamoroso tra le tante ragioni dei nostri disagi quotidiani. Un’inchiesta che svela ancora una volta, con un linguaggio comprensibile a chiunque, gli interessi nascosti che stanno depredando la nostra vita, rubandoci ogni giorno tempo, salute, soldi e serenità”. Il tutto a fronte di una considerazione: “Gli Avvoltoi di tutti i luoghi e di tutte le epoche hanno un unico grande alleato: l’oscurità. Portarli alla luce e guardarli in faccia significa già cominciare a sconfiggerli. O, perlomeno, cominciare a sconfiggere la tentazione di diventare come loro”. 
In ogni caso, come ha tenuto a precisare Mario Giordano in un articolo scritto per Panorama, esistono anche delle brave persone: come il sindaco di Cercivento, paesino della Carnia, che da anni si batte per l’acqua dei suoi cittadini facendola pagare cinque volte meno rispetto a quella dei “vicini”: battagliando, ma non è un caso isolato, con i giganti dell’acqua, perché quando arrivano loro le bollette schizzano alle stelle. E via di seguito a tessere le lodi di altre persone che lavorano nella pubblica amministrazione, che non hanno paura di denunciare le cose che non vanno, come successo a Perugia e Roma. Nella Capitale, ad esempio, l’ingegner Mauro Rettighieri ha provato “a scoperchiare l’immenso bubbone dell’Atac, con il risultato di essere stato costretto ad andarsene prima ancora di aver iniziato il lavoro di pulizia”. Perché gli anti-avvoltoi non hanno vita facile. 
Inoltre, per quanto possa sembrare strano, c’è del buono anche in politica: “Penso a Lucio Malan e alle sue battaglie in difesa dei consumatori; penso alla consigliera della Campania, Valeria Ciarambino, che combatte le assurdità della Gori Spa; penso a Elena Livieri che a Padova ha svelato i clamorosi buchi del locale ras dei rifiuti, quello che con i soldi delle tariffe si pagava lo chalet in montagna. Sì, perché sono in molti a battersi per un Paese migliore. Ma con quanta fatica…”. 
Giordano, si diceva. Un numero uno - riprendiamo da una nostra precedente intervista in quanto molto altro da dire non c’è - che si sente molto piemontese, un po’ brianzolo, in parte italiano (“Ultimamente un po’ di più”) e per niente europeo; che si rapporta con quattro figli dai 26 ai 14 anni (Alice, Lorenzo, Sara e Camilla), forse fra i pochissimi vampiri che gli piacciono. Lui che aveva proposto alla Mondadori di vendere un suo libro con allegata una confezione di Maalox (“Ma l’idea mi venne bocciata, forse perché il Maalox non serve contro il mal di fegato”); lui che si propone “fanatico” tifoso del Torino calcio e con un debole dichiarato per Beppe Fenoglio; lui che dopo le undici di sera e per quattro volte alla settimana - per non farsi mancare nulla - si dedica a un’ora di corsa su un tapis roulant, ferma restando la sua passione per lo sci; lui (nato ad Alessandria il 19 giugno 1966 e laureato in Economia e Scienze politiche a Torino) che è stato spesso vittima di parodie, per via della sua voce acuta e a tratti stridula che si raffronta con una faccia da ragazzino, ma non se la prende più di tanto ridendoci sopra: “Fortunatamente i difetti in televisione spesso si trasformano in pregi…”. 
Lui, soprattutto, che ha realizzato il suo sogno di quand’era bambino. “Come ha avuto modo di ricordarmi una mia maestra delle elementari, ora purtroppo scomparsa, quando avevo sette anni avevo in testa due sole cose: diventare astronauta (ma mi inquietava il fatto che sulla Luna non ci fosse aria) e soprattutto fare il giornalista. Tanto che anziché i tradizionali giocattoli mi facevo regalare biro e taccuini”. 
E giornalista sarebbe diventato. Iniziando il suo percorso nella carta stampata con il settimanale cattolico Il nostro tempo di Torino (occupandosi di sport e di agricoltura) e poco dopo con L’informazione, “un giornale con sede a Roma e diretto da Lucio Lami il quale, avendo apprezzato alcune mie collaborazioni, mi assunse nella redazione milanese. A quel punto, nonostante fossi già sposato, con un figlio in casa e un altro in arrivo, mi trasferii sotto la Madonnina. Purtroppo dopo 11 mesi, nel maggio 1995, la testata chiuse i battenti. Per sopravvivere io e alcuni colleghi demmo vita a una cooperativa volta alla scrittura di articoli per diverse testate. Andai avanti così per alcuni mesi sin quando venni notato da Vittorio Feltri, allora direttore de Il Giornale, che mi pubblicò infatti un articolo e poi, per mettermi alla prova (come lui stesso mi avrebbe in seguito raccontato), mi commissionò un ritratto di Giorgio Fossa, allora in predicato di diventare presidente di Confindustria”. Risultato? “La pubblicazione del pezzo sulla prima pagina dell’edizione della domenica”. 
A seguire, entrato a far parte della redazione, Giordano si sarebbe fatto apprezzare per le sue affilate inchieste dedicate ai tanti mali italiani, ma anche per il suo ruolo di opinionista nei programmi televisivi di Maurizio Costanzo e Gad Lerner (che lo vedeva rivestire il ruolo di Grillo parlante: “Fu infatti lui, che pure puntava su uomini di sinistra, a sbattermi in onda nonostante fossi stato inizialmente ingaggiato per il lavoro di redazione. Salvo poi farmi assumere al Tg1. Ma quando si dimise io feci altrettanto e tornai a Il Giornale). In seguito, il 4 aprile del 2000, sarebbe stato nominato direttore di Studio Aperto (“In sostituzione di Paolo Liguori e dove rimasi per sette anni”), uno spazio televisivo che avrebbe contribuito alla sua notorietà in abbinata, a partire dall’estate 2003, alla sua presenza in altre due trasmissioni televisive su Italia 1, Lucignolo e L’alieno
Dopo aver ricoperto la poltrona di numero uno di Tgcom24, il 10 ottobre 2007 sarebbe approdato alla guida del Giornale e poi di Videonews, sino ad “aggiudicarsi” nel gennaio 2014 la direzione del Tg4 (carica che tuttora occupa). Senza dimenticarci del suo apporto alla co-fondazione con Maurizio Belpietro del quotidiano La Verità, del quale “orgogliosamente” si propone editorialista
Tutto questo alternando la sua attività di giornalista a quella di saggista, iniziata con Silenzio, si ruba, pubblicato da Mondadori nel 1997. E sempre con la casa di Segrate sarebbe arrivato in libreria con altri quindici lavori, fra i quali ricordiamo Chi comanda davvero in Italia, Waterloo! Il disastro italiano, L’Unione fa la truffa, Attenti ai buoni, Siamo fritti, Senti chi parla, Sanguisughe, Spudorati, Tutti a casa, Pescecani, Profugopoli e Vampiri. Una saga che ha fatto discutere e arrabbiare (“Ma l’ho sempre messo in conto”), trovando comunque l’apprezzamento del grande pubblico. Che è poi quello che conta.

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