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"Ecco perché l'Europa deve imparare a convivere, ma nel pieno rispetto delle regole"

Secondo Daniel Verdù, corrispondente de El Paìs, l’Ue deve voltare pagina rilanciando il progetto unificatore attraverso la cultura, l’educazione e una politica di coesione economica e sociale. Ma saranno i risultati delle imminenti elezioni a dettare le regole. Per quanto riguarda invece la Spagna…


13/05/2019

di Giambattista Pepi


Daniel Verdù

“La Spagna ha un rapporto proattivo con l’Unione europea, il bilancio come Stato membro è sicuramente positivo, l’euro è la nostra moneta e non abbiamo alcuna nostalgia né del nostro passato né della peseta. Riconosciamo, però, che gli ultimi anni sono stati difficili e crediamo che occorra avviare il rilancio del progetto europeo attraverso la cultura, l’educazione e politiche di coesione economica e sociale che aiutino a colmare il gap nella crescita, a creare più occupazione, a rinsaldare i rapporti tra i Paesi, superando diffidenze e divergenze tra i partner”. 
Reduce da una lunga e, a tratti, tesa intervista con il nostro presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, Daniel Verdù, corrispondente da Roma di El Paìs - il più autorevole e diffuso quotidiano spagnolo - ha accettato di parlare con Economia Italiana.it della travagliata stagione vissuta dall’Europa, delle imminenti elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo e delle riforme da avviare. Riforme indispensabili per consentire a Bruxelles di tornare a essere percepita come la casa comune di tutti, ma nel rispetto delle regole.

I cittadini di tutti gli Stati membri dell’Ue saranno chiamati alle urne a fine mese. Che bilancio si può fare dell’ultima legislatura? 
È difficile tracciare un bilancio così su due piedi. Quello che posso dire è che è stata una legislatura di transizione piuttosto difficile. Non c’è dubbio che quelle di fine maggio saranno se non le più importanti in assoluto nella storia del Parlamento europeo, elezioni importanti per il futuro dell’Europa. La posta in gioco - i futuri equilibri all’interno dell’Europarlamento - è alta; il confronto tra i partiti filoeuropei (Popolari, Socialisti, Democratici, Liberali) e quelli euroscettici (Front Nazional, Lega, altri partiti nazionalisti e sovranisti) verte sul fatto se si debbano rafforzare i poteri e le competenze delle istituzioni Ue, sottraendo pertanto competenze agli Stati oppure se si debba mantenere lo statu quo. Chiaramente è un momento decisivo.

La saga della Brexit continua ad appassionare non soltanto gli inglesi. L’ultimo coup de théatre è stata la decisione del Regno Unito di partecipare alle elezioni europee. L’impressione dall’esterno è che ci sia stata molta approssimazione e chi ha votato a favore non abbia valutato le possibili conseguenze di natura politica ed economica che questa scelta avrebbe finito per comportare. Quale potrebbe essere lo scenario nei rapporti tra Londra e Bruxelles? 
Premesso che sono in Italia e non conosco bene la vicenda, mi limito a osservare che trovo piuttosto strano che il Regno Unito, che tre anni fa ha votato a maggioranza per la Brexit al referendum, adesso voglia eleggere propri rappresentanti nel Parlamento europeo. Sembra evidente che c’è ormai una parte preponderante nella Gran Bretagna che si sta rendendo conto che gli argomenti usati per votare a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea non erano stati ponderati e valutati per bene. Questa circostanza complica il cammino di Londra verso la porta di uscita dall’Europa. Senza un voto che approvi l’accordo del resto, il Regno Unito uscirebbe in maniera disordinata dall’Ue con inevitabili ripercussioni di ordine economico e politico. La premier britannica Theresa May sta giocando, forse, la sua ultima carta per sperare in extremis che il Parlamento approvi l’accordo che aveva faticosamente raggiunto dopo mesi di negoziati con Bruxelles, ma bisognerà vedere cosa vogliono i laburisti di Corbyn.

Secondo due politologi americani, Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, che ne hanno parlato in un loro libro (Come muoiono le democrazie, del quale può essere letta la recensione nella colonna di destra della nostra testata), l’obiettivo del populismo in Europa è “svuotare dall’interno l’Ue, indebolendo le norme giuridiche ed economiche che presiedono al suo funzionamento come sistema sovranazionale”, ma conservando tutti i vantaggi che derivano dall’appartenenza ad esso. È uno scenario verosimile? È questo che vogliono? 
È difficile avere un criterio unitario su questo. Se ascolti Salvini, o il premier ungherese Victor Orban, o le formazioni populiste e nazionaliste austriache o olandesi, o il Front National francese in materia di immigrati, parlano la stessa lingua e si intendono alla perfezione. Ma non appena cambi argomento e affronti le questioni legate, ad esempio, ai parametri di convergenza del Trattato di Maastricht, o le questioni afferenti le politiche di coesione sociale, oil Bilancio Ue, la sintonia viene meno e queste formazioni hanno idee e formulano proposte diversissime. Nessuna formazione populista o sovranista, ad esempio, è mai stata indulgente verso i governi italiani quando hanno chiesto flessibilità alla Commissione europea sui conti pubblici o sulla riduzione del debito pubblico. Anzi, essi sembrano molto più severi nei confronti dell’Italia di quanto non lo siano stati i partiti tradizionalisti che sono oggi al governo negli Stati membri. Dunque è difficile fare una valutazione su ciò che effettivamente vogliono. 

Questo confronto a distanza tra i partiti tradizionali e questi movimenti o partiti sovranisti e populisti sta avvenendo anche in Spagna? 
Esattamente com’è avvenuto lo scorso anno in Italia, anche da noi in Spagna ferve il dibattitto politico sull’Europa ed il confronto sulle elezioni europee. La reazione popolare alla crisi economica e finanziaria e ai guasti del globalismo è emerso forse più tardi che in altri paesi, ma oggi è stata incanalata in nuove formazioni come Vox: un partito politico spagnolo di destra fondato il 17 dicembre 2013 da alcuni membri dissidenti del Partito Popolare di centrodestra, che ricalca le orme della Lega italiana e con cui dovrebbe allearsi subito dopo le consultazioni europee. Il partito nazionalista spagnolo è differente da quello della Catalogna: perché mentre quest’ultimo punta alla secessione dalla Spagna e ad ottenere l’indipendenza, il secondo ritiene fondamentale il principio dell’unitarietà e dell’indivisibilità della Spagna, ma mira solo a rafforzarne le competenze, respingendo i diktat ed i condizionamenti dell’appartenenza all’Ue.

A proposito di populismo, c’è stato un momento difficile nel 2018 quando il movimento secessionista catalano, allora guidato dall’ex presidente della Generalit, Carles Puigdemont aveva cercato di forzare la mano a Madrid, votando l’indipendenza ma senza proclamarla, e nella stessa regione Basca il movimento indipendentista si era ridestato. Quali sono le analogie trai moti generati da movimenti secessionisti ed i populismi e i nazionalismi che portano avanti le istanze dell’identità nazionale? E quali sono i rischi che questi moti, seppur sedati, possano riesplodere? 
Il conflitto tra queste regioni e Madrid è piuttosto datato. Non possiamo paragonarlo con tutto quello che sta succedendo in Europa, anche se non mi sento di escludere che i populismi europei possano aver fornito “carburante” ai movimenti secessionistici presenti in tutto il Vecchio Continente. La regione Basca è tranquilla, la Catalogna no. A Barcellona, come si sa, è in corso un processo giudiziario agli appartenenti al movimento secessionista della Catalunya, tra i quali proprio Puigdemont che è fuggito all’estero (per la magistratura che lo sta perseguendo è latitante, mentre lui si dichiara esule politico) ed altri ex ministri del Governo autonomista catalano. 
Il rischio che il fuoco del secessionismo torni a divampare c’è. La popolazione catalana che vuole la separazione da Madrid e la costituzione dello Stato della Catalunya indipendente e sovrano è in minoranza. Ma il fatto stesso che la maggior parte degli ex ministri del Governo della Generalitat debbano ancora essere giudicati e rischiano la condanna a diversi anni di reclusione per i reati che sarebbero loro ascritti tra i quali quello di sedizione, violazione della Costituzione spagnola, incitazione alla violenza e così via, accresce il rischio sociale più che politico e potrebbe portare acqua al mulino della causa secessionista.

Parlando con gli studenti provenienti da 10 nazioni vincitori del premio “Generation euro Students" a Francoforte, il presidente della Bce, Mario Draghi, ha ricordato i risultati di una recente indagine della Banca di Francia “secondo cui la maggior parte delle persone sostiene l'euro ma ritiene che abbia portato maggiori vantaggi ad altre nazioni anziché alla propria. Siamo dunque al solito adagio dell'erba del vicino... Questa sensazione è presente anche in Spagna? 
No, non direi. A differenza dell’Italia, da noi i cittadini non hanno mai messo in discussione né l’appartenenza all’Unione europea, né l’euro. Non dimentichiamo la storia: la Spagna ha potuto far rientro nel novero degli Stati liberaldemocratici europei con l’ex re Juan Carlos I dopo la lunga parentesi della dittatura franchista e la sua economia non era per niente paragonabile a quella di adesso. La Spagna deve parte del suo benessere al fatto di essere entrata a far parte dell’Unione europea e all’adozione della moneta unica e, quindi, il nostro Paese è uno tra quelli dove non è presente un sentimento antieuropeo.

Eppure la Spagna, unitamente a tutti i Paesi periferici dell’Europa, è stato tra quelli che hanno maggiormente risentito degli effetti delle crisi finanziaria e del debito sovrano. Non ci sono nostalgici del passato, della vecchia e buona peseta, come in Italia della lira? 
No. Se c’è, non è diffusa questa nostalgia. Chiaramente tra le generazioni più vecchie sicuramente non mancano coloro che guardano al passato, ma questo avviene ovunque nel mondo. Magari a livello accademico ci sono studi e pubblicazioni di macroeconomia che fanno comparazioni e confronti tra la Spagna prima che entrasse a far parte dell’Unione europea e la Spagna di adesso, ma posso assicurare che in genere gli spagnoli sono felici e orgogliosi di far parte dell’Europa.

Cosa vede nel futuro dell’Europa, cosa pensa che debba fare per riconquistare alla sua causa di pace, sviluppo, occupazione e benessere anche quella parte della popolazione europea scontenta? 
È finito un ciclo. Credo che occorra voltare pagina: l’Europa deve riflettere su sé stessa. Deve rinnovarsi andando a riformare le istituzioni che non hanno funzionato a dovere. Occorre un progetto comune sull’educazione, la cultura, la coesione economica e sociale che colmino il gap nella crescita, creino più occupazione, rinsaldino i rapporti tra i Paesi, superando diffidenze e divergenze, che hanno superato la normale dialettica tra le Nazioni europee. Occorre, insomma, che si possa tornare a dare chiara la percezione che l’Europa è la nostra casa comune e tutti possiamo e dobbiamo starci bene contribuendo alla sua crescita, al suo sviluppo ed alla sua integrazione, ma nel rispetto delle regole che ci siamo dati liberamente.

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