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"Il Guatemala è un buon posto per commettere un omicidio, perché quasi certamente puoi farla franca"

David Unger - docente, scrittore e traduttore - ha imbastito nel Paese natale il suo ultimo provocatorio romanzo, ispirato a una storia vera


04/12/2017

di Catone Assori


“Il mio ultimo romanzo - Io sono già morto (Frassinelli, pagg. 294, euro 18,90, traduzione di Alfredo Colitto) - si svolge in Guatemala nel 2009, e prende spunto dal famigerato caso di Rodrigo Rosenberg per affrontare i temi dell’amore, del tradimento, dell’arroganza e della violenza del potere nella terra che mi ha dato i natali”. Sono parole di David Unger, nato appunto in Guatemala il 6 novembre 1950, anche se all’età di cinque anni era emigrato al seguito dei genitori a Hialeah, in Florida. E che oggi ritroviamo di stanza a Brooklyn, New York, dove vive con la moglie, l’artista Anne Gilman, e insegna al City College. 
Lui che come scrittore si è aggiudicato numerosi premi letterari, oltre a proporsi traduttore di livello. Di fatto una penna che graffia, che cattura il lettore travolgendolo, che tratta temi violenti traendo spunto dalla realtà. La qual cosa non deve stupire più di tanto dal momento che il suo Paese di origine, a detta di un funzionario delle Nazioni Unite, è un buon posto per commettere un omicidio, perché quasi certamente puoi farla franca in quanto “le prove dei delitti possono svanire come fumo nell’aria”. E Unger, anche se i suoi ricordi d’infanzia risultavano logicamente sbiaditi, ha saputo farli rinverdire attraverso un attento lavoro di ricerca e di documentazione, peraltro sorretto da una non comune forza narrativa. 
Eccolo pertanto raccontare di Guillermo Rosensweig, che nei primi anni Settanta era un giovane benestante, esponente della media borghesia di Città del Guatemala. Un giovanotto destinato a ereditare il negozio del padre, ma che si era reso conto di volere qualcosa di più di una vita da commerciante. Così, dopo un’adolescenza passata tra viaggi, sesso e dissipatezze, si era laureato in legge diventando un brillante quanto ricco avvocato. 
Questo lavoro, come già accennato, si ispira alla storia vera di Rodrigo Rosenberg, il legale che nel 2009 fece in modo che dopo la sua morte venisse pubblicato un video su YouTube in cui denunciava i suoi assassini. 
Una specie di testamento filmato di diciotto minuti nel quale diceva chiaramente: “Il mio nome è Rodrigo Rosenberg Marzano e, ahimè, se state ascoltando o vedendo questo messaggio, significa che sono stato ucciso dal presidente Álvaro Colom, con l’aiuto di Gustavo Alejos...”. Un video che avrebbe fatto scoppiare il finimondo e sarebbe stato cavalcato dalla Rete, dando vita alla più grave crisi politica nella storia della democrazia guatemalteca. 
Ma torniamo al dunque. Io sono già morto è un romanzo dalle molte sfaccettature in cui, a un ritmo impetuoso, si alternano l’affresco storico di un già remoto passato prossimo, l’accurata rappresentazione psicologica dei protagonisti e un finale inaspettato. Un lavoro nel quale, nel corso della narrazione, colpa, deriva e redenzione arrivano quasi per caso, e il protagonista, costantemente in balìa delle proprie pulsioni più basse, continuerà a destreggiarsi, finché una forte passione lo farà approdare a una vera dignità, quando non addirittura a una vera libertà, al termine di un inevitabile e devastante naufragio
Naufragio che arriverà - e qui approdiamo alla storia vera, che è bene ripercorrere a beneficio dei lettori - a 48 anni appena, quando sapeva di dover morire, in quanto già nel mirino dei suoi assassini. 
Per la cronaca Rosenberg era un avvocato instancabile e carismatico, appassionato di auto e sposato due volte, le cui parole rappresentavano il modo ideale per fronteggiare gli spintoni della vita. Lui che, forte di due master, metteva lo stesso impegno sia nel sostenere i dettati della Costituzione guatemalteca che per parlare della sua band preferita, i Santana. Lui portatore di un forte senso del bene e del male (abbandonato dal padre da piccolo, in seguito avrebbe rifiutato la sua eredità), muovendosi quindi di conseguenza nelle sue battaglie legali. Lui che si era anche proposto, a più riprese, come consulente dei baroni del caffè, oltre che di dirigenti aziendali e funzionari del Governo. 
E proprio in questo àmbito si sarebbe trovato coinvolto nel caso di Khalil Musa, un immigrato libanese assurto alla grande ricchezza nell’ambito della produzione tessile nonché di quella del caffè. E sarebbe stato questo suo ruolo, lui per niente avvezzo ai compromessi, a farlo finire nel mirino di prezzolati assassini. Finendo ucciso a 76 anni con la figlia Marjorie, la sua preferita, mentre lo stava portando in macchina in azienda, alla periferia della capitale. 
Due cadaveri fra i tanti, visto che fra il 2000 e il 2009 in Guatemala l’incidenza degli omicidi risultava quattro volte superiore a quella già devastante del Messico. A fronte di un’ondata di violenza che si rapportava allo scontro fra il Governo e le bande dei ribelli che imperversavano nel Paese, culminato con un accordo di pace firmato nel 1996 a fronte di un’amnistia allargata anche ai peggiori crimini. 
Risultato? Una serie di reti illegali attive nel traffico di armi, droghe ed esseri umani, nel riciclaggio di denaro sporco, nelle estorsioni e nei sequestri di persona. Reti criminali che si sarebbero ben presto infiltrate fra le forze dell’ordine e i centri di potere. Con la giustizia fai da te a tenere banco, a fronte della possibilità di ingaggiare sicari a basso prezzo per dirimere in modo sbrigativo anche controversie di poco conto. 
Ma torniamo al dunque. L’omicidio di Musas colpisce fortemente il nostro avvocato, in quanto non era solo un cliente ma anche un amico di lunga data. E, per di più, con la figlia Marjorie aveva una relazione che si sarebbe dovuta rapportare con il matrimonio, una volta che lei avesse ottenuto il divorzio. Non bastasse i giudici non si erano detti disposti a indagare su quel duplice omicidio, dal momento che non volevano a loro volta finire all’altro mondo. Sarà a questo punto che Rosenberg chiederà aiuto a un amico commerciante, Mendizábal, per fare pressioni sui poteri forti del Paese, in quanto si diceva in giro che la sua boutique fosse un luogo dove si incontravano militari, intelligence, golpisti e anche leader degli squadroni della morte.

Mendizábal accetta di aiutarlo, consentendogli di rendersi conto dei motivi alla base dell’omicidio dell’amico. Con implicazioni di alto livello, in quanto l’etica e l’onestà non rappresentano certo il piatto forte del Paese. Così Rosenberg decide di mettersi a scavare in questo pericoloso mondo sotterraneo. Con il risultato di incominciare a ricevere minacce, di essere sottoposto a sorveglianza e via dicendo. Non sarebbe stato il caso di accettare il suggerimento di Mendizábal, il quale gli aveva detto chiaro e tondo che avrebbe potuto fare una brutta fine? Ma lui no, ben sapendo di rischiare la morte. E così sarebbe stato il 10 maggio 2009.

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