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"L'isola delle anime", dove in un istituto al femminile ha tenuto banco per quasi sessant'anni la negazione della libertà

La svedese Johanna Holmström si fa carico di una storia vera: quella delle donne ostaggio di Själö, una sperduta isoletta dell’arcipelago di Nagu, in Finlandia, dove veniva rinchiuso chi non rispettava le regole


11/02/2019

di Valentina Zirpoli


La storia è di quelle che lasciano l’amaro in bocca, raccontata alla stregua di un noir. La qual cosa non stupisce in quanto il canovaccio, intrigante e brutale nella sua schiettezza, si rifà a una vicenda vera. Quella legata a un istituto per donne ritenute incurabili, che ha tenuto banco per quasi sessant’anni in una sperduta isoletta finlandese. A farsene carico una nuova voce che fa parte del filone narrativo proveniente dal Grande Freddo: quella di Johanna Holmström, nata a Sipoo nel 1981 e cresciuta a Sibbo, sulla costa meridionale della Finlandia di lingua svedese, mentre oggi vive e lavora a Helsinki. 
Lei che aveva debuttato a soli 22 anni con una antologia di racconti intitolata Inlåst och andra noveller, bissata due anni dopo da un’altra raccolta di storie (Tvåsamhet). Mentre il suo primo romanzo, Ur din längtan, risale invece al settembre 2007, seguito da una nuova serie di “corti” (Camera Obscura). Quindi sarebbe stata la volta di Asfaltsänglar, Hush Baby e Själarnas ö
Lavoro, quest’ultimo, che viene ora proposto in Italia da Neri Pozza sotto il titolo de L’isola delle anime (pagg. 362, ero 18,00, traduzione di Valeria Gorla). Un libro imbastito - in un perfetto equilibrio fra luci e ombre - sulle storie di alcune detenute nell’ospedale psichiatrico femminile, peraltro realmente esistito, sull’isola di Själö, che fa parte dell’arcipelago di Nagu. 
Un racconto di intrigante lettura, dai risvolti neri come la pece, che la premiata autrice (si è aggiudicata lo Svenska Dagblader e l’Yle) ha elaborato prendendo spunto da un approfondito studio, firmato da Jutta Ahlbeck-Rehn, sulle donne ostaggio di Själö. Un saggio, a detta della Holmström, frutto di “un accurato lavoro d’archivio e di una instancabile ricerca” per un luogo che, fra il 1889 e il 1944, aveva rappresentato una specie di negazione della libertà. Con un grazie al seguito per “aver trovato queste donne e averle affidate alle sue cure”. Risultato? “Un inno alla solidarietà, all’amore e alla speranza”. 
Tutto parte dalla lettura, nel 2015, di una “furibonda lettera” scritta a mano, nella quale una internata di 26 anni, di nome Amanda, esige di riavere i suoi vestiti che le erano stati requisiti quando era arrivata in quel centro nel 1891, accusata di essere una vagabonda (allora era proibito), di ubriacarsi e di prostituirsi. Con le accuse al seguito di essere ribelle otre che pericolosa. E una volta arrivata a Själö sarebbe diventata una delle tante, una “mente incurabile”. 
La storia di questo istituto, che l’autrice ha visitato tre volte per poterne parlare con cognizione di causa, “non comincia con Amanda e nemmeno nel 1889, quando l’ospedale divenne un luogo destinato unicamente alle donne. In realtà comincia negli anni Cinquanta del Settecento con un istituto in Francia, dove un medico di nome Pierre Pomme si era preso cura di una donna a suo dire isterica, che sarebbe morta per via di trattamenti disumani…”. 
Come da sinossi, ma siamo in una notte d’ottobre del 1891, “una barchetta scivola sull’acqua nera del fiume Aura. A bordo Kristina, una giovane contadina, che rema controcorrente per riportare a casa i suoi due bambini raggomitolati sul fondo dell’imbarcazione. Le mani dolenti e le labbra imperlate di sudore, rientra a casa stanchissima e si addormenta in fretta. Solo il giorno dopo arriva, terribile e impietosa, la consapevolezza del crimine commesso: durante il tragitto ha calato nell’acqua densa e scura i suoi due piccoli, come fossero zavorra di cui liberarsi”. 
Per questo la donna viene mandata sulla citata isoletta, dove si erge un edificio, un blocco in stile liberty con lo steccato che corre tutt’attorno e gli spessi muri di pietra che trasudano freddo. È appunto Själö, un manicomio riservato a donne ritenute incurabili. Un luogo di reclusione dal quale in poche riusciranno ad andarsene. Sta di fatto che dopo quarant’anni l’edificio è ancora lì ad accogliere altre donne incurabili: Martha, Karin, Gretel e Olga. Pronte a sfilare davanti agli occhi di Sigrid, l’infermiera, la nuova. I capelli cadono intorno ai piedi in lunghi festoni e poi vengono spazzati via, mentre si apre la cartella clinica della paziente. Ma non c’è alcuna cura, solo la custodia. 
“Un giorno però arriva Elli, una giovane donna che, con la sua imprevedibilità, porta scompiglio tra le mura di Själö. Nella casa di correzione dove era stata rinchiusa in seguito alla condanna per furti ripetuti, vagabondaggio, offesa al pudore, violenza, rapina, minacce e possesso di arma da taglio, aveva anche aggredito le altre detenute senza preavviso. Mordeva, hanno detto, e graffiava”. Sta di fatto che l’infermiera Sigrid diventa il legame tra Kristina ed Elli, tra il vecchio e il nuovo. Ma, fuori dalle mura di Själö, la guerra infuria in Europa e presto toccherà le coste dell’isola…

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