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“La mia calata agli inferi era già a buon punto. Il destino mi stava però offrendo un’altra occasione”

Anche se a certi uomini - parola di Ariel Toaff - ad aggiustarli si fa peccato. Chi altri in vetrina? La spagnola Lorena Franco e i fantasiosi debuttanti De Bellis & Fiorillo


03/05/2021

di MAURO CASTELLI


Se sentite il bisogno di novità, il desiderio di rapportarvi con una storia diversa da tutte le altre - capace di spaziare fra l’irrequieto e l’irrisolto, il reale e l’irreale - non potete perdervi quella proposta dal rabbino, storico e accademico italiano Ariel Toaff, nato ad Ancona il 17 luglio 1942, il quale, dopo aver dato alle stampe numerosi saggi (fra i quali Pasque di sangue, osannato o bistrattato a ruota libera su quasi tutti i quotidiani), ha deciso di dare voce, non più giovanissimo, a un giallo letterario che non mancherà di catturare anche il lettore più esigente. 
Ovvero Il rinnegato (Neri Pozza, pagg. 288, euro 18,00), una vicenda fuori dalle righe interpretata da personaggi che senza darlo a vedere lasciano il segno e che, nelle prime sette parole del prologo - Certi uomini ad aggiustarli si fa peccato - inducono subito alla curiosità e al tempo stesso alla riflessione. Perché, quando approdano in terra straniera, gli anni e le sventure li hanno già segnati nel profondo
Ma allora, viene subito da chiedersi, a chi fa riferimento l’autore, professore emerito presso l’Università Barllan di Ramat Gan (Tel Aviv), dove ha insegnato Storia del Medioevo e del Rinascimento? Curiosità rimandata a una lettura, certamente piacevole ancorché profonda, di questo canovaccio diviso in tre parti e un epilogo che non mancherà di catturare e intrigare per la sua poetica diversità. Forte di un richiamo che induce sia alla riflessione che alla speranza: “La mia caduta agli inferi era già a buon punto. Ma il destino mi stava offrendo un’altra occasione”. 
Fermo restando che “i racconti antichi non sempre seguono strade consuete. In quanto chiedono al lettore dedizione regalano in cambio sprazzi e ornamenti, nitida intelligenza e ironia, immaginazione e culto dei testi”. Ma non lasciatevi intimidire da queste colte osservazioni, in quanto la storia raccontata risulta di piacevole impatto, ambientata peraltro “in un’epoca vertiginosa e incerta, in un mondo di passaggio”: all’inizio cioè del diciannovesimo secolo. 
Una storia che segue le vicende di David Ajash, rabbino di origini algerine, ma nato e cresciuto in Italia. Di famiglia benestante, a Livorno il giovane si distingue subito per la sua inclinazione a una vita dissoluta e spregiudicata. Tutti sanno - come da racconto in prima persona di Abram Crespo, nativo di Nablus, con una settantina (forse) di anni sulle spalle nonché rappresentante dei giudici di questa nobile città - che è un libertino. E tutti sanno che è un ebreo ateo che per convenienza e opportunismo arriverà a farsi un convinto sostenitore del cristianesimo. E non era stato difficile per lui scorgere una vita sconsiderata nel buio di quegli occhi e nel nervoso balletto delle dita, anche se mai avrebbe aperto il libro dei suoi ricordi nelle loro lunghe chiacchierate serali. 
Di fatto non crede in niente Ajash, solo nella Kabbalah, l’unica bussola per capire un mondo confuso, pieno di segni e di presagi, che Ariel Toaff “racconta come un miniatore meticoloso e maniacale”. Risultato? “Un libro ricco, rigoglioso, fitto di sfumature, divertente, dove la storia è maneggiata con cura ma senza soggezione, e dove l’intreccio ti conduce di continuo altrove e ti sorprende pagina dopo pagina”. Con il sospetto che all’inizio era come un filo di fumo sino a diventare la nube caliginosa di un incendio. Che ovviamente nascondeva qualcosa… 
Uomo senza pace, sempre in viaggio, irrequieto, irrisolto, Asjah verrà infatti trovato morto ad appena 52 anni, con il cranio sfondato, sotto un ulivo a Nablus, in Palestina. Perché non poteva che finire così, in quanto, come da incipit, certi uomini ad aggiustarli si fa peccato. 
E da questo mistero, omicidio o forse suicidio (lo si saprà, forse, soltanto in chiusura di romanzo), si snoda una vicenda zeppa “di talismani e di enigmi, di segni e di rivelazioni, ma soprattutto di un ironico fatalismo e della chiara consapevolezza che l’universo delle possibilità è sempre infinito e che la ricerca del piacere non dà mai pace”. Perché “l’abiezione è una scala che non conosce fine e va sempre più giù, fin dentro le viscere della terra”. 
Insomma, una storia raccontata alla sua maniera, quella di Ariel Toaff, il quale non ha mai mancato di mettere i puntini sulle “i” parlando di ebraismo. Come quando, in occasione - tredici anni fa - della pubblicazione del saggio Ebraismo virtuale pubblicato da Rizzoli, ebbe a dire: “Rifiuto l’idea che tutto, da una vignetta a un saggio, possa tradursi in antisemitismo, si possa trasformare in nuova Notte dei cristalli (il pogrom antisemita scatenato in moltissime città della Germania e dell’Austria nella notte tra il 9 e 10 novembre 1938). Ragionare così significa creare ebrei virtuali, ignorare quelli reali e banalizzare la stessa Shoah, che nell’ispirazione originaria era ricordata in silenzio e meditazione. E oggi invece viene celebrata come la kermesse di tutti”. Una dichiarazione, c’è da supporre, che gli avrà regalato un bel po’ di… amici. 


Voltiamo libro. Si chiama Lorena Franco, ma non è italiana. È infatti nata nel 1983 a Barcellona e non si propone soltanto come una delle penne di maggior successo di Spagna, peraltro tradotta in diversi Paesi, ma anche come modella e attrice per il cinema e la televisione, a fronte di una partecipazione allargata a 35 cortometraggi, sei film e diverse serie Tv come El secreto di Puente Vejo, Gavilanes e Pelotas. Fermo restando il positivo riscontro legato a undici libri autoprodotti su Internet, forti del sostegno di oltre 250mila lettori. 
Nella vita Lorena è una donna avvenente, sposata e con figli, mentre come autrice è alla sua nuova partecipazione italiana con La donna della porta accanto (pagg. 456, euro 18,90, traduzione di Claudia Acher Marinelli), un romanzo edito da Piemme, casa editrice che nel 2018 aveva già proposto il suo thriller La ragazza che guardava fuori. Due lavori nei quali l’autrice riesce a miscelare i giusti ingredienti, regalando storie di suspense che “scavano a fondo nelle nostre paure più nascoste”. 
Con un avvertimento al seguito per chi legge questo suo ultimo romanzo: quando cerchi la verità devi stare attento. Perché puoi rischiare di trovarla bussando all’appartamento accanto al tuo. Magari dietro a un anonimo muro, dove si potrebbero nascondere non solo segreti, ma anche brutte sorprese. 
Detto questo, spazio alla sinossi. È il 24 marzo del 2015 quando - mentre i cieli europei sono sconvolti dalla tragica vicenda del volo 9525 della Germanwings, che si schianta sulle Alpi provenzali uccidendo tutti i passeggeri a bordo - un’altra follia sconvolge la quotidianità di un elegante condominio di Barcellona. Una donna di 35 anni, Elisa Solano, viene trovata morta in casa per un colpo alla testa. All’apparenza potrebbe trattarsi di un suicidio, benché un paio di dettagli… Poco dopo, si scoprirà che suo marito, Santiago López, si trovava su quel volo maledetto. Ma López aveva anche altri segreti: nessuno, infatti, sembra averlo mai visto nel condominio e, a parte il suo nome in quella lista di passeggeri sfortunati, non ci sono molte altre tracce della sua esistenza. 
Quando Isabel Morgado, agente della polizia di Barcellona in congedo per un lutto e che si racconta in prima persona, si ritrova impegolata nell’indagine insieme al collega Joel Sanz (il quale, da quando era stato nominato ispettore, aveva cercato mille volte di coinvolgerla in qualcuno dei suoi casi e mille volte lei gli ha risposto di no), capisce immediatamente che l’identità di Santiago è solo uno dei tanti tasselli di questa brutta storia che non combaciano. A cominciare dalle modalità del suicidio di Elisa, ricalcato fin troppo da vicino su quello raccontato in un romanzo di Gustavo de la Cruz. Il quale, nemmeno a dirlo, abita anche lui nello stesso condominio. 
Ma è soprattutto l’attuale proprietaria del palazzo ad attirare l’attenzione della poliziotta, ovvero la vedova Sara Mendieta. Una donna a sua volta con troppi segreti, che diventerà una vera e propria ossessione per Isabel. Un’ossessione che la porterà fin troppo vicina alla verità (sconvolgente) che si cela dietro la morte di Elisa Solano. 
Che dire: una storia di piacevole lettura, ricca di suspense, di tensione e impensabili voltafaccia, che non mancherà di fare breccia nelle nostre paure più nascoste. E anche in quelle di chi ci sta vicino. 


In chiusura quello che non ti aspetti: un debutto da primi della classe per i quarantottenni Stefano De Bellis (consulente informatico amministrativo) ed Edgardo Fiorillo (biologo e divulgatore scientifico), in arte De Bellis & Fiorillo, arrivati in libreria con un giallo storico - Il diritto dei lupi (Einaudi, pagg. 728, euro 22,00) - che si legge che è un piacere. Una via di mezzo - ovviamente in versione riveduta e corretta per l’occasione - fra un legal thriller e una storia hard boiled, il genere letterario legato alla fine degli anni Venti ai romanzi di Dashiell Hammett e poi perfezionato, nei tardi anni Trenta, da Raymond Chandler. 
Risultato? Un lavoro ricco di suspense, di ambientazioni capaci di proiettarci in quel mondo lontano (Il gelo dell’inverno smorzava gli odori della strada fangosa, impregnata di pioggia e dei liquami che gli abitanti riversavamo dalle finestre), oltre che di personaggi che sembra di conoscere da sempre (e in parte è anche vero per via di quando si studiava ancora il latino e la storia dei romani). Un concentrato di fatti e di azioni, di giochi e piaceri, di delinquenza e mire di potere, proposti all’insegna della suspense e del mistero. 
Un racconto, tanto ben scritto da non sembrare una prima volta, che ci catapulta nel 673 ab Urbe condita, terzo giorno prima delle none di gennaio. Ovvero il 3 gennaio dell’80 avanti Cristo. Regalandoci subito immagini uniche di una città violenta, Roma appunto (brulicante di vestali e portantini, schiavi e sacerdoti, matrone e veterani, cani randagi e mendicanti, pellegrini e prostitute, ma anche iberici, galli e germanici), dove denaro, vizio e politica si intrecciano senza sosta (secondo voi, è cambiato molto da allora?). E dove, per restare in tema, ci scappa la mattanza, con quattro sicari che irrompono in un lupanaro dove si sta svolgendo un festino. Una strage, in questo nuovo bordello di lusso nel cuore più malfamato dell’Urbe, che si consuma in pochi minuti. Con un aspirante senatore tra le vittime. 
Di fatto un romanzo appassionante, la cui lunghezza non rappresenta un ostacolo alla lettura in quanto ben congegnato e supportato da una scrittura di facile accesso. Dove, ad esempio, non si può che fare il tifo per il giovane Cicerone alle prese con il suo primo processo importante; un uomo in divenire così diverso da come ce lo eravamo immaginato sui libri di scuola. 
Tutto succede al Fodero del Gladio, luogo ideale, per chi se lo può permettere, di feste e di facili avventure. Il principale sospettato è Marco Garrulo, detto Mezzo Asse e aspetto da porcaro sannita - unico superstite della carneficina nonché proprietario del locale - che però è scomparso subito dopo il fattaccio (anche se ben presto si saprà cosa gli è successo). A dargli la caccia sono in molti: fra questi, per incarico del futuro triumviro Marco Licinio Crasso, che ha iniziato la sua scalata sociale, il veterano Tito Annio, aiutato da un gallo romano enorme, con il cuore d’oro, e da un vecchio commilitone consumato dai ricordi e dal vino. 
Negli stessi giorni Cecilia Metella, influente matrona, chiede al giovane Cicerone di difendere un suo protetto, Sesto Roscio, dall’accusa di parricidio. Una causa delicata non solo per la gravità dell’imputazione, ma per gli interessi e le lotte di potere che si nascondono nelle pieghe del caso. 
Su entrambe le vicende, che giocoforza si riveleranno legate, incombe l’ombra di Silla, il Dictator, i cui nemici sono sempre più inquieti. E se per arrivare alla verità Tito dovrà affrontare risse, agguati, complicazioni sentimentali, donne determinate e memorabili sbronze, Cicerone scoprirà invece che in gioco, nel Foro, non c’è soltanto il destino di Sesto, ma anche il suo. E forse la sopravvivenza della stessa Repubblica.

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