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“La mia ricetta per il Paese? Puntare su giovani, Pmi, Sud, sostenibilità, digitalizzazione”

Il Governo Conte, secondo l’accademico Francesco Lenoci, ha fallito. Draghi potrà tuttavia superare la crisi che ci attanaglia a patto che rimetta al centro della politica finanziamenti mirati, puntando sulle risorse e la cultura dei territori. E l’Unione europea? Purtroppo è sempre in ritardo


08/03/2021

di Giambattista Pepi


Francesco Lenoci

Il Governo Conte? Ha commesso errori di fondo. Draghi? Ha le competenze e il profilo giusto, ma è stato formato con il Manuale Cencelli. La ripresa? È possibile, ma bisogna mettere le imprese e i territori con le risorse e la cultura di cui dispongono al centro delle politiche economiche volte al risanamento, al rilancio e alla crescita del Paese. Le riforme? Servono ma vanno fatte, non solo annunciate. Il Mezzogiorno? Ci vuole una politica seria e mirata per rimetterlo in corsa: senza di esso l’Italia gira a vuoto. L’Europa? È sempre in ritardo, il Regno Unito ha fatto meglio e si ha ancora il coraggio di criticarlo per la Brexit. 
Queste sono solo alcune delle innumerevoli riflessioni critiche, per non dire delle provocazioni, di cui è disseminata l’intervista che Francesco Lenoci, brillante accademico dell’Università Cattolica di Milano dove insegna Metodologie e Determinazioni Quantitative d’Azienda, ci ha rilasciato. Nel cui ambito non mancano spunti e osservazioni che possono aiutare non solo chi è alla guida del Governo in una stagione così complessa, ma tutta la sua classe dirigente, “che chiacchiera molto, ma fa davvero poco”.

Nel 2020 il Pil del Paese è calato dell’8,9%. Giù del 40% la spesa per alberghi e ristoranti. Il rapporto tra il debito e il Pil è al 155,6% e quello tra deficit e Pil al 9,5%. Numeri senza precedenti se si esclude il periodo della Seconda guerra mondiale. Se li aspettava? 
Purtroppo sì. Sono “numeri” bruttissimi, ma la cosa che mi preoccupa di più è quando torneremo ai livelli pre-Covid-19.La strada è lunga e costellata di pietre d’inciampo. Confesso che già negli anni precedenti all’esplosione della pandemia ero preoccupato perché non avevamo ancora pienamente recuperato il drammatico calo del Pil, quasi 10 punti, che subimmo a causa di una crisi scoppiata Oltreoceano (la Grande Crisi finanziaria del 2007-08 esplosa negli Stati Uniti e propagatasi poi al resto del mondo con effetti devastanti per le economie e i mercati del credito e finanziari - ndr). Poi è intervenuta la crisi da Covid-19 che ha assestato un colpo formidabile all’economia. E adesso siamo qui a cercare di capire quanto tempo occorrerà ancora per sconfiggere la pandemia, ma, soprattutto, a tornare a creare ricchezza, occupazione, insomma riprendere il cammino della crescita interrotto così traumaticamente. Abbiamo pertanto due gap mostruosi con cui dover fare i conti: gli effetti della prima crisi, finanziaria, e quelli della seconda, sanitaria ed economica.

Il Paese è allo stremo, la vaccinazione va a rilento, ma si è trovato il tempo di cambiare il Governo: da Conte a Draghi, dall’Esecutivo politico a quello emergenziale con una larghissima maggioranza e una piccola opposizione. Ne valeva la pena? 
Secondo me andava il Governo cambiato perché Conte ha commesso errori di fondo. La pandemia è scoppiata in Cina nell’ottobre 2019. A Wuhan ad ottobre si sono svolti i Campionati mondiali militari: c’erano tutte le nazioni che vi prendevano parte tra cui la rappresentanza italiana. Tutti i componenti della squadra nazionale si sono ammalati durante quella trasferta, ma nessuno aveva ancora sospettato di essere stato contagiato dal virus. Il capitano della squadra, ma solo mesi dopo, ha detto che, probabilmente, la malattia contratta potrebbe essere stata provocata dal virus Sars-CoV-2 presente a Wuhan fin dall’autunno 2019. 
Il virus responsabile del Covid-19, pertanto, circolava in Italia già allora, ma non lo si sapeva: l’allarme in ogni caso è stato lanciato da noi a metà febbraio. Praticamente quando dopo aver scoperto il paziente uno nell’ospedale di Codogno e resisi conto che stava propagandosi, il Governo decise di istituire le zone rosse a Codogno e a Vo’ Euganeo nel veneto. Abbiamo perso cinque mesi: Brescia, Bergamo, Milano e la Lombardia erano già assolutamente infestate. Quindi c’è stato un errore mostruoso in origine. Non s’è capito niente di quello che stava succedendo.

Ma allora nessuno poteva immaginare che stesse per scatenarsi un virus così letale. Il nemico era invisibile, non lo si conosceva e quindi chi avrebbe potuto opporsi? L’errore era inevitabile? 
No, purtroppo le cose non stanno così. Quando in Tv si parlava dell’istituzione di zone rosse a Bergamo e a Brescia, era già tardi, e si è fatto passare ancora del tempo. Oltre a Bergamo e Brescia, c’era Cremona, ma non ne parlava nessuno. Poi si è deciso di chiudere le scuole, mentre la Francia le ha tenute aperte. I provvedimenti adottati per le scuole sono stati ridicoli. Pensi che il presidente della Puglia, Michele Emiliano, e lo dice un pugliese quale sono essendo nato a Martina Franca (Taranto) una sera ha emesso un’ordinanza nella quale si dava la facoltà ai genitori di decidere se far seguire le lezioni ai figli in presenza a scuola o da remoto con la Didattica a distanza (Dad).

Una situazione inedita ha colto in contropiede il Governo che potrebbe aver commesso errori di valutazione tenuto conto che i contagi, i ricoveri e i decessi stavano aumentando in maniera preoccupante e, quindi ha cercato di porvi rimedio limitando la propagazione delle infezioni. Che cosa non le torna? 
Io insegno all’Università Cattolica di Milano da quattro anni in un corso che prevede moduli in presenza e moduli a distanza. Noi, però, abbiamo tutta una serie di attrezzature. Nel mio studio non ho un pc ma una Tv con le telecamere che mi seguono mentre mi sposto. Ecco perché ho fatto una sola lezione in presenza ai miei studenti, la prima. Tutte le altre sono state fatte online. 
Certo mi è dispiaciuto non potere incontrare gli studenti, ma noi eravamo attrezzati per fare quello che facevamo. Mentre nelle scuole non vi erano i dispositivi per fare la Didattica a distanza, né erano attrezzate per farlo gli studenti e le famiglie. Per fare lezioni a distanza veramente efficaci devi lavorare per mesi, mentre da noi si è improvvisato. Sicuramente i docenti hanno fatto del loro meglio, si sono sacrificati, ma molti studenti non avevano gli strumenti per poter fare la didattica a distanza. Sono cose che mi feriscono. Sono stati commessi errori troppo gravi. Poi c’è stato il problema delle vaccinazioni: anche qui ritardi non solo imputabili ai tempi di consegna delle dosi di vaccino da parte delle case farmaceutiche.

Il vecchio Governo Conte ha commesso secondo lei molti errori, altri sono stati commessi dai responsabili degli enti locali, adesso c’è il Governo Draghi. Secondo lei ha le competenze, gli strumenti e la visione per portarci fuori dall’emergenza sanitaria e da quella socio-economica?  
Il fatto che il ministro della Salute, Roberto Speranza, sia rimasto lo stesso mi riempie di grande preoccupazione. Il fatto che il ministro della Cultura, Dario Franceschini, sia rimasto lo stesso mi preoccupa altrettanto. Questi due ministri hanno fallito e non capisco perché siano rimasti al proprio posto.

Questi sono due dei ministri “superstiti” del Governo Conte 2 transitati nel nuovo Esecutivo, ma ce ne sono anche altri che hanno avuto responsabilità nel precedente esecutivo, come Luciana Lamorgese agli Interni, o Stefano Patuanelli che era allo Sviluppo economico e ora è all’Agricoltura, mentre Luigi Di Maio è rimasto agli Esteri. Ma la maggior parte non sono del tutto nuovi, perché hanno già fatto parte di precedenti Governi. Qualche esempio: Renato Brunetta, Maria Carfagna, Mariastella Gelmini, Enrico Giovannini, e così via. Il Gabinetto Draghi la convince? 
Non era difficile migliorare la competenza rispetto al Governo precedente: era facile. Sicuramente questo Esecutivo ha fatto un passo avanti da questo punto di vista. Il Primo Ministro ha capacità fuori dal comune e su questo non credo ci siano dubbi. Sinceramente la squadra dei ministri pensavo la scegliesse meglio, invece ha fatto un’operazione con il Manuale Cencelli, distribuendo cioè i ministri in base al “peso” parlamentare dei gruppi. Qualcuno dei ministri non mi sembra all’altezza. Altri sono “riciclati”.

Draghi stesso del resto ha detto che il suo è un Governo politico, non istituzionale: doveva accontentare i gruppi della maggioranza. 
Sì, ha dovuto farlo. Se avesse avuto mano libera non avrebbe fatto certe scelte. Un notevole passo avanti dal punto di vista della competenza di ministri e sottosegretari è stato fatto.

A un anno dallo scoppio della pandemia “la battaglia non è ancora vinta e dobbiamo assicurarci che non si ripetano gli errori di un decennio fa ritirando troppo presto il sostegno” all'economia ha detto il commissario all'economia Paolo Gentiloni presentando la comunicazione sull'orientamento di bilancio dell’Ue dei prossimi mesi. È una dichiarazione molto impegnativa da parte della Commissione europea vista dall’Italia? 
Il Regno Unito ha battuto l’Ue 6 a 0. Sia per l’efficacia con cui sta portando avanti la vaccinazione, sia per quanto riguarda la manovra di bilancio, e quindi l’economia, sia per avere portato avanti e concluso tutto sommato in maniera vantaggiosa l’accordo con l’Unione sulla Brexit. L’Europa è immobile, mentre il mondo cammina. Oltre al Regno Unito, si pensi alla Cina, che ha sconfitto la pandemia, e il suo Pil è tornato a crescere e così le esportazioni, i consumi, gli investimenti e a Israele che ha vaccinato quasi tutta la popolazione e sta tornando alla vita normale, mentre in molti Paesi ancora imperversa. 
Quindi se l’Europa volesse fare bene non dovrebbe fare altro che emulare quanto fatto da Londra, non dico dalla Cina, ma almeno dagli inglesi. Gli inglesi sono stati criticati, biasimati, ma mi sembra che hanno messo o stanno per farlo la pandemia sotto controllo. Il resto dei Paesi membri dell’UE, invece, è in notevole ritardo.

L’Europa spesso si muove in ritardo e si presenta disunita nell’affrontare eventi critici: si pensi alla Grande Crisi finanziaria del 2007-08, e ora con la pandemia Covid-19 e la conseguente recessione. Da cosa dipende? 
Non lo so. Che l’Europa sia stata e sia in ritardo è un dato di fatto. Però che anche alcuni suoi protagonisti si rivelassero tali e sto pensando alla Germania mi fa specie. Non pensavo che la Germania potesse avere i problemi “normali” degli altri Paesi. E invece li ha avuti. Devo invece dare atto al Regno Unito di avere fatto una serie di mosse molto importanti. Negli anni scorsi aveva diminuito le tasse, nei giorni scorsi le ha aumentate. Però le hanno aumentate dal 19 al 25% per tutte le imprese, tranne per le piccole e medie: le Pmi hanno un trattamento di favore. 
Una misura del genere andava fatta e va fatta in Europa e in Italia. Se non siete capaci come europei di fare, almeno “copiate” da chi sa fare. Il Regno Unito ha varato una manovra fiscale che è di discesa e di risalita, nel senso che, a seconda delle circostanze, modula la politica fiscale per perseguire obiettivi di crescita. Da noi non si fa, e siamo campioni del mondo di chiacchiere e non facciamo niente. Adesso in Inghilterra per finanziare il settore immobiliare hanno varato una serie di provvedimenti che sta servendo a rilanciare il comparto delle costruzioni che rimette in moto il volano dell’economia.

A proposito di Europa. Lo scorso anno è stato varato il Next Generation Fund, il programma di risanamento e rilancio da 750 miliardi di euro che prevede l’emissione di titoli del debito comunitari garantiti dal bilancio Ue. Andrà a beneficio anche dell’Italia. L’Ue sta facendo passi avanti sul piano dell’integrazione e dell’adozione di un bilancio comune? 
Sì, ma siamo a livello di segnali. Si deve operare a favore delle nuove generazioni. Da noi, in Italia, si è fatto molto poco per i giovani: questa è una generazione disgraziata. Entrano nel mercato del lavoro più tardi rispetto ad altri coetanei europei, americani e cinesi, con contratti ridicoli, mortificanti e andranno in pensione più tardi e con assegni molto contenuti rispetto alla media delle pensioni che vengono pagate oggi. Noi abbiamo un debito verso questa generazione.

Si annette molta importanza per la ripresa post-pandemia ai fondi del Recovery Plan. Viene presentata come un’opportunità senza precedenti. Ben 209 miliardi di euro: sono tanti soldi. 
E’ un’opportunità certo, ma non stiamo parlando di cifre enormi. A Milano nei giorni scorsi si è svolto un convegno molto bello dedicato all’olio. L’evento era in presenza. Ho parlato del valore del brand: quelli di Amazon, di Apple, di Alibaba superano di gran lunga le risorse del Recovery Fund, quindi di cosa stiamo parlando? È una cifra importante, ma non è poi così sbalorditiva. Piuttosto penso che bisogna mettere le imprese al centro delle politiche di risanamento, rilancio e crescita. Se le imprese tornano a crescere e a competere, l’economia rimbalzerà. Bisogna mettere al centro i nostri vantaggi competitivi.

Quali sono? 
I nostri vantaggi competitivi sono culturali. E noi abbiamo chiuso tutto: nei musei, nei teatri, nei ristoranti si fa cultura e noi li abbiamo chiusi. Prima è stato chiesto agli operatori di adottare misure per prevenire i contagi, e lo hanno fatto sostenendo costi, e poi è stata decretata la chiusura di tutti questi spazi, questi luoghi. Ma come si fa?

Secondo lei c’era un’alternativa alla loro chiusura? Gli altri Paesi hanno fatto più o meno le nostre stesse cose, dove sta l’errore? 
Li hanno fatti dopo. In un’intervista al Corriere della Sera Paolo Fresu ha raccontato il Festival del Jazz da lui ideato e organizzato in Sardegna. Lo hanno fatto anche questa estate: 50 concerti. Invece di farli nei luoghi chiusi, li hanno fatti nei boschi. Quindi la soluzione si poteva trovare: in Norvegia le lezioni si facevano all’aperto. Le soluzioni si potevano trovare… Invece no, si è agito con ottusità: si chiude tutto e basta. L’Arena di Verona ha trentamila posti, se fai entrare 3mila persone non c’è rischio di contagio. Noi all’Università Cattolica abbiamo aule enormi di 500 posti a sedere. Se faccio lezione a 50 studenti dov’è il problema?

Probabilmente nessuno poteva sapere che il virus Sars-CoV-2 potesse essere così letale specie in determinate fasce d’età da provocare così tanti decessi: quasi centomila. E davanti all’alternativa tra la vita e la morte, si è preferito adottare una scelta - certamente dolorosa - di chiudere tutto il Paese, per riaprire gradualmente e poi purtroppo dover richiudere istituendo i colori per le regioni. 
Quello purtroppo è un altro problema. Il ministro Speranza voleva pubblicare un libro dal titolo Come ho sconfitto il Covid-19, poi per fortuna la casa editrice ci ha ripensato. Meglio così. Il problema è stato sottovalutato in maniera imbarazzante: ci sono stati molti morti, moltissime persone che hanno sofferto. Questa è una cosa straziante… Ma secondo me il Governo poteva e doveva agire diversamente. Migliaia di persone hanno perso il lavoro, l’unica fonte di reddito per se e le loro famiglie e migliaia di imprese hanno chiuso per sempre ditte e esercizi.

Oltre centomila morti, tre milioni di persone colpite, centinaia di migliaia sono ancora negli ospedali. Lei pensa che avremmo dovuto lasciare aperte tutte le attività? Ma se il precedente Governo e quello attuale l’avessero fatto, non teme che avremmo avuto numeri ben peggiori di quelli di adesso? Come gli Usa sotto la presidenza di Donald Trump? 
No, ma penso che le chiusure delle attività non dovessero essere fatte in maniera indiscriminata. Io amo il calcio: San Siro può ospitare fino a 80mila persone. In occasione del derby Milan-Inter fuori c’erano 5mila tifosi tra rossoneri e nerazzurri. Se invece di lasciarli fuori, si fossero fatti entrare e sedere distanziati, magari era meglio… Non si sono saputi gestire…

Torniamo a parlare delle prospettive del Paese. Crede che anche la strada di Draghi sia in salita? 
Sì. Ci sono settori che sono stati fortemente danneggiati, altri meno, altri ancora hanno avuto dei vantaggi. Nei giorni scorsi nell’ambito dell’inchiesta condotta da Industria Felix Magazine, trimestrale diretto da Michele Montemurro in supplemento con Il Sole 24 Ore, sulla base dei numeri forniti dall’Ufficio studi di Cerved, il comitato scientifico, di cui faccio parte, ha assegnato i premi a 52 imprese di Lazio, Toscana e Abruzzo che si sono distinte per le loro performance a livello gestionale, finanziario e della sostenibilità. Questo lo dico perché le imprese sono il patrimonio più importante per l’economia e il lavoro nel Paese. A Milano sono stati annullati il Salone del mobile e tutti gli eventi della moda: un danno enorme. Settori con perdite spaventose.

Draghi a proposito di come sostenere la ripresa socio-economica del Paese ha parlato di riforme da fare assolutamente: giustizia civile, Pubblica amministrazione e fisco. Che ne pensa? 
Sì, sono un atto dovuto. Avremmo dovuto farle da tempo, ma molte volte nei programmi di governo venivano inserite, ma poi per un motivo o per l’altro, si rimandavano, non si facevano. Speriamo sia la volta buona.

E sul Mezzogiorno? 
Non si è fatto granché. Anni fa si parlava di una Banca per il Mezzogiorno, poi non se n’è fatto niente. E’ un “buco nero”: finché l’Italia non potrà contare sul Mezzogiorno, sarà sempre una “macchina” che ha tre ruote, gliene manca una. E così non si va da nessuna parte. Questo è un dato di fatto. Bisognerebbe fare molto di più. Le imprese possono fare molto. Pensi ai big player del vino: ci sono nel Nord e nel Centro, ma anche nel Sud. Producono, esportano, fanno eccellenza. Anche nel settore olivicolo – oleario ci sono eccellenti realtà, ma è ancora indietro rispetto al comparto vitivinicolo. Bisogna saper valorizzare le nostre eccellenze: i prodotti, i territori, la cultura.

La sostenibilità è un concetto rivoluzionario per l’economia. 
Sì, se diventiamo sostenibili, le nostre imprese possono competere in tutto il mondo. Se non facciamo ora una scelta di campo decisa e irreversibile, perdiamo la nostra competitività e usciamo dal mercato. Ad esempio Intesa San Paolo elargisce prestiti alle imprese a condizioni che rispettino determinati parametri di sostenibilità. Quindi i discorsi non si fanno più sul fatturato, il conto economico, l’utile, ma sulla sostenibilità. I compensi di alcuni manager non si danno solo sui “numeri” del bilancio ma riguardano anche la sostenibilità dei processi produttivi. Per fare capire di cosa sto parlando, faccio l’esempio di un’auto di Formula Uno. Posso?

Prego. 
Il motore deve essere collocato in un telaio adeguato, che ti dia soddisfazione nella galleria del vento. Il motore e il telaio servono per fare andare più velocemente possibile l’auto, facendo aumentare la temperatura il prima possibile, e facendo deteriorare le gomme il più tardi possibile. E quella è la liquidità, il rendiconto finanziario. Quindi io dico attenzione: il bilancio di un’impresa è fondamentale. Il motore e il telaio di un’auto sono fondamentali, ma c’è una cosa che ti permette di fare i sorpassi: l’ala. Due considerazioni: la prima è che per aprile l’ala una vettura di Formula 1 deve arrivare a meno di un secondo dalla vettura che la precede. La seconda è che la maggior parte dei sorpassi si fa in rettilineo, ma per fare il sorpasso in rettilineo devi uscire meglio della vettura che precede dalla curva, in altri termini devi accelerare in curva. 
Resta un ultimo aspetto, il più difficile: a cosa corrisponde l’ala nel bilancio di un’impresa: alla comunicazione non finanziaria ...vale a dire alla comunicazione che parla della strategia dell’impresa, di come l’impresa massimizza le opportunità, minimizza o gestisce i rischi... Questo discorso è quello della sostenibilità.

A proposito di sostenibilità, il nostro Governo ha emesso il primo titolo di Stato “verde” (“green bond”) ed è stato accolto benissimo dal mercato. Che ne pensa? 
Siamo nella direzione giusta. Questo può cambiare le sorti delle nostre imprese, del nostro Paese e del mondo intero. Perché se non saremo sostenibili a livello di umanità dovremmo cercarci un altro pianeta perché avremmo distrutto la Terra.

Nelle dichiarazioni programmatiche del Governo Draghi si fa riferimento proprio ai concetti come sostenibilità, digitalizzazione, inclusione sociale, equità, parità di genere, giovani, scuola, ricerca, sanità. Secondo lei queste tracce, queste indicazioni di massima vanno nella direzione del cambiamento della nostra economia e non solo del suo rilancio? 
La transizione digitale è un altro discorso importantissimo. Noi all’Università Cattolica facciamo le lauree online e purtroppo non tutte le aree del Paese hanno la stessa qualità del collegamento. E lo dico da meridionale. Quindi sicuramente la digitalizzazione è importante.

Come Paese in definitiva possiamo farcela? Lei è ottimista o scettico? 
Non posso essere scettico. Spero però che migliori la percezione del nostro Paese. Se il presidente Draghi si rende conto che qualcuno dei suoi ministri o sottosegretari non fosse all’altezza dei compiti affidatogli non esiti a sostituirlo con uno più capace.

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