Share |

"Nel confronto con Bruxelles l'Italia parli una sola voce, ma soprattutto sia più credibile"

Secondo l’economista Marcello Messori le linee anticipate sulla legge di bilancio 2020 non sono compatibili con le richieste della Commissione Ue. Più del taglio delle tasse proposto da Salvini serve una efficace riforma fiscale. E per rilanciare la crescita è necessario ricomporre la spesa pubblica, rilanciare la produttività e…


24/06/2019

di Giambattista Pepi


Marcello Messori

Dove sta andando l’economia mondiale? È mai possibile che dieci anni dopo la fine della Grande Crisi che sconvolse il mondo siano ancora le Banche centrali con la loro politica monetaria al centro della scena economica e non ancora gli Stati con le loro politiche fiscali e di bilancio? Quale sarà l’esito del negoziato per impedire l’apertura formale della procedura per debito eccessivo da parte dell’Ue? 
Economia Italiana.it ha rivolto queste e ad altre domande all’economista Marcello Messori che attualmente insegna alla Luiss Guido Carli di Roma, dove occupa il ruolo di direttore della School of European Political Economy, oltre a essere editorialista del Corriere della Sera, mentre in passato ha ricoperto la carica di presidente di MeFoP (società del Tesoro per lo sviluppo dei fondi pensione) nonché dell’Associazione italiana delle società di risparmio gestito e delle Ferrovie dello Stato. 

Il sostegno per la cooperazione globale e le soluzioni multilaterali sta svanendo. La crescita è sottotono e le principali economie del mondo stanno erigendo, o minacciano di farlo, nuove barriere commerciali. Secondo lei la più lunga congiuntura economica espansiva che la storia ricordi potrebbe essere messa a repentaglio dal protezionismo e da questa nuova forma di autarchia messa in atto da Paesi come gli Stati Uniti? 
Innanzitutto mi riferirei al rallentamento del commercio internazionale. È vero che nel 2018 abbiamo avuto una battuta d’arresto nella crescita del commercio internazionale ed è vero che all’inizio del 2019 l’espansione è stata rallentata. Oggi siamo in una situazione di squilibri e conflitti bilaterali che rischiano effettivamente di compromettere quegli assetti che avevano consentito di sostenere una crescita economica che dura dall’ultima parte del 2009 per gli Stati Uniti e dalla seconda metà del 2013 per l’area dell’euro. Questo è un fenomeno molto preoccupante. Credo che faccia emergere i limiti alla tendenziale unificazione dei mercati internazionali a quello che viene definito in modo improprio come globalizzazione dei mercati che determinano forti squilibri all’interno delle aree fortemente avanzate. 
La soluzione non consiste nel rinunciare ad equilibri multipolari ma è possibile ritornare ad un’espansione del commercio internazionale su nuove basi. Questo richiede che non sia un’area economica, nel nostro caso, quella più forte al mondo, gli Stati Uniti, che pensano di avere vantaggi da squilibri bilaterali al posto dell’equilibrio multilaterale. La scommessa degli Usa è evidente: siccome non possono più imporre il loro predominio nell’ambito di un equilibrio multilaterale, preferiscono andare a confronti bilaterali per massimizzare il loro peso e la loro forza. Credo, però, che una speculazione di questo genere nel breve periodo sia molto negativa per gli altri paesi e sul medio periodo sarà negativa anche per gli Stati Uniti oltreché per gli altri paesi. 

Non è paradossale che continuino a essere le Banche centrali al centro della scena dello sviluppo economico piuttosto che le policy degli Stati? 
Eravamo convinti che tra la fine del 2017 e il 2018 almeno negli Stati Uniti la lunga stagione della politica monetaria che aveva sostenuto la ripresa americana dopo la Grande Crisi cominciasse a volgere al termine. Il 2019 invece smentisce questo orientamento. La previsione è che la Federal Reserve non solo alzerà i tassi, ma potrà addirittura diminuirli, anche se personalmente non lo credo, ma soprattutto ha smesso di ridurre la liquidità immessa nel sistema economico. Siamo dunque tornati ad una politica monetaria espansiva. 
La Bce invece non ha mai abbandonato una politica monetaria espansiva: la fine del “quantitative easing” (allentamento monetario - ndr) non si è accompagnata ad una riduzione della liquidità immessa nel sistema, se mai non è proseguita la crescita, ma soprattutto i tassi di interesse non sono aumentati. E’ corretto dire che rimane espansiva. Negli Stati Uniti la politica fiscale che è stata fortemente espansiva ha esaurito il suo impatto di breve termine, e quindi ci si deve affidare per far proseguire la crescita alla politica monetaria, mentre in Europa la politica fiscale, ovvero di bilancio, non è ancora riuscita a trovare un’armonizzazione adeguata allo scopo di potersi adattare alle situazioni differenziate all’interno dell’area dell’euro. E quindi di nuovo la politica monetaria sta svolgendo un ruolo di supplenza.

La politica di mantenere i tassi di interesse bassi per molto tempo quali rischi comporta? 
Il rischio che si corre è che ci sia una situazione che distorce un po’ il funzionamento dell’economia. E che appunto subordini le potenzialità di crescita al fatto che i finanziamenti hanno costi bassissimi se non anche negativi e questo altera le prospettive. La cosa curiosa è che nonostante la politica dei bassissimi tassi di interesse che vale soprattutto per l’area dell’euro, non ci sia stata una forte ripresa degli investimenti pubblici e privati. Questo vuol dire che questa politica monetaria così espansiva non è riuscita ad iniettare fiducia nel medio e lungo periodo. La spiegazione che mi do è che sia i responsabili della politica fiscale i cosiddetti policy maker, sia gli investitori privati nutrono molte incertezze, hanno poca fiducia sul futuro.

E se non fossero per caso troppo rigide le regole dei Trattati, come nel caso dell’Italia? Tali da vincolarne le politiche di bilancio, a vanificarne almeno parzialmente gli effetti attesi dalla prolungata stagione di politica monetaria espansiva della Bce? 
Avendo come punto di osservazione l’Italia tendiamo un po’ a sopravvalutare la rigidità delle regole fiscali europee. È vero che negli anni passati, soprattutto nella fase acuta di crisi tra 2011 e 2013, la politica fiscale a livello europeo ha avuto un’impostazione restrittiva, ed è stata moderatamente restrittiva nei paesi centrali e fortemente restrittiva in alcuni paesi periferici: mi riferisco alla Grecia, dove si sono raggiunte situazioni paradossali, ma anche a Portogallo, Irlanda e, in parte, Spagna. Credo che il vero punto è che sono i singoli Stati membri a non avere utilizzato gli spazi di politica fiscale aperti dalle regole europee. Sembra paradossale la mia affermazione, ma se lei analizza i documenti che la Commissione europea produce da almeno due o tre anni, vi è una richiesta continua ai paesi che hanno i conti in ordine di accentuare il carattere espansivo delle loro politiche fiscali. Mentre si chiede – correttamente secondo me – a Paesi ad altissimo debito pubblico, come l’Italia, di mantenere o rafforzare la sostenibilità del proprio bilancio pubblico. Nei confronti dell’Italia poi le regole europee sono state attuate in modo estremamente flessibile.

Cosa pensa degli imminenti negoziati che saranno avviati tra l’Italia e la Commissione europea allo scopo di scongiurare l’apertura formale di una procedura per disavanzo eccessivo? 
Penso che l’Italia possa arrestare la procedura già aperta dalle decisioni assunte dal Consiglio economico e finanziario nei giorni scorsi, facendo un aggiustamento molto moderato rispetto al 2019, ma soprattutto debba assumere impegni stringenti e credibili sul bilancio del 2020. Dobbiamo avviarci su un percorso di graduale riduzione dello stock di debito pubblico rispetto al Pilnon soltanto per le regole europee ma per la sua sostenibilità. Certamente la legge di bilancio 2020 che sta emergendo nelle linee generali dalle dichiarazioni di esponenti del Governo non è compatibile con questo aggiustamento. E quindi è su quel punto cruciale che l’Italia deve assumere impegni cogenti, stringenti, reali. Deve tornare ad essere credibile. Se non lo fa credo che l’apertura della procedura sarà inevitabile da parte del Consiglio europeo e la Commissione la tradurrà in una serie di richieste specifiche al Governo.

Cambiano i Governi in Italia, ma non l’economia che cresce sempre poco mentre il debito aumenta. Quale potrebbe essere la “ricetta” più equilibrata per invertire la direzione di questi due fattori? Far aumentare la crescita e ridurre il debito? 
La risposta a parole è facile, nei fatti è difficile e si racchiude in tre affermazioni. Anzitutto ricomporre la spesa pubblica. A mio avviso non dobbiamo ridurre le protezioni sociali o ridurre lo stato sociale, ma renderlo efficace ed efficiente perché noi spendiamo molto ma non ridistribuiamo a sufficienza il reddito a favore delle fasce più deboli della popolazione. La seconda è rilanciare la dinamica della produttività media del lavoro che è stagnante dalla metà degli anni Novanta. E terzo dobbiamo aumentare il tasso di attività nella fascia di età lavorativa della nostra popolazione. Perché con l’invecchiamento della popolazione e con bassi tassi di attività noi non cresceremo mai.

La strada giusta per crescere potrebbe essere quella proposta da Salvini di un drastico taglio delle tasse? 
Credo che non si tratti di tagliare le tasse, ma di realizzare una riforma fiscale per una tassazione efficace ed efficiente. Non credo che ci siano margini per un grosso taglio delle tasse, che avrebbe come unico effetto di squilibrare il bilancio pubblico, portare tensione sui tassi di interesse e quindi mortificare invece di stimolare la crescita.

(riproduzione riservata)