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"Nessuno ama la vita quanto un non vedente che la odia"

A questo assunto arrivano due storie (un romanzo breve e un racconto) uscite dalla penna - dura e graffiante, ma a tratti anche dolce e fiabesca - di Salvatore Niffoi. Un vincitore del Campiello che si racconta a cuore aperto ai lettori di Economia Italiana.it 


08/04/2019

di Mauro Castelli


Deve essere stata dura crescere in una casa di pietre e fango spruzzata a calcina, che aveva solo una porta e una finestra: in una entravano le disgrazie e dall’altra uscivano i dolori. E lì sarebbe cresciuto Damianu Isperanzosu, non vedente dalla nascita. Ovvero la voce narrante de Il cieco di Ortakos (Giunti, pagg. 176, euro 16,00), che sin dalle prime righe intriga amaramente insistendo sul suo status e su quello della sua famiglia: “Io sono preciso a quel burdazzo di mio padre, che si chiamava Beneittu; abbiamo anche lo stesso colore oltremare degli occhi, solo che io il mare non l’ho mai visto…”. Un padre che, “ne sono certo, mi aveva concepito a testa di vino, prendendo mia madre al buio, senza dirle una parola buona, senza farle una carezza”. 
Damianu, si diceva, dalla vita a prima vista segnata ma che, nonostante tutto, intraprenderà un percorso inaspettato; un uomo dalle considerazioni profonde che lo porteranno a rendersi conto, strada facendo, che “nessuno ama la vita quanto un non vedente che la odia”. Fermo restando che la disabilità rappresenta “la spinta per apprezzare il miracolo della normalità”. 
A tessere la trama e le riflessioni che ruotano attorno alla storia che tiene banco in questo romanzo breve, peraltro affiancato da un raccontino intitolato Pasodoble (a sua volta imbastito sulla cecità), è Salvatore Niffoi, da molti considerato, e a ragione, uno dei più interessanti scrittori italiani per il suo modo crudo e profondo di raccontare nonché per la capacità di dare voce e respiro alla sua terra. La Sardegna, appunto, essendo nato a Orani, un piccolo paese della Barbagia in provincia di Nuoro, il 19 febbraio 1950. 
E a Orani avrebbe insegnato agli alunni delle medie sino al 2006 (“I ragazzi hanno rappresentato la mia seconda famiglia; ragazzi di cui sono tuttora orgoglioso, verso i quali mi bastava un’occhiata per avere rispetto”) dopo essersi laureato in Lettere a Roma - lavorando per mantenersi - con una tesi sulla poesia in sardo, i cui relatori erano stati Tullio de Mauro e Carlo Salinari. “Il quale Salinari mi diceva che avevo talento e che pertanto avrei dovuto scrivere. Anche se prima che mi decidessi a farlo avrei aspettato l’età adulta”. In realtà da sempre, si potrebbe dire, il giovane Salvatore si era nutrito di parole scritte, in quanto - a suo dire - per scrivere occorre provare emozioni. E lui, da irrequieto qual era, ne aveva provate tante sin da piccolo. Magari nel ricordo di quel nonno che, “vicino alla stalla, in una specie di tabernacolo, conservava i libri che leggeva attingendo dalla classicità”.   
Salvatore Niffoi, si diceva. Figlio di brava gente (“Mio padre era stato dapprima contadino, poi raffinato tagliapietre e infine minatore, mentre mamma, scomparsa a nemmeno 51 anni, stava dietro alla famiglia sapendo trasformare, lei grande lettrice e femminista ante litteram, il dolore in speranza”), sposato da una vita con Beatrice, dalla quale ha avuto quattro figli come si deve (Emiliano, Marco, Davide e Cristina). Ferma restando la sua passione per la terra. 
E in effetti per questa chiacchierata lo abbiamo strappato al lavoro nel suo orto di settecento metri quadrati (“Ce l’ho in casa, e qui coltivo patate, insalata, pomodori, lamponi e fragole senza utilizzare concimi chimici, nel rispetto della natura”), così come si diverte a innestare piante e regalare attenzione al suo frutteto nell’Ogliastra, dove a tenere banco sono - a fronte di quelle che lui definisce le cinque stagioni della sua terra - olivi e alberi di pesche. Beneficiando dello scorrere lento del fiume e del canto degli uccelli, comportandosi come una specie di “cinghialetto antisociale”. Non a caso, assicura, “sono 46 anni che non vado al bar”. Di fatto, ironizza (ma forse non più di tanto), “mi alleno a morire, in quanto alla fine è meglio non arrivarci da sprovveduti. Dal momento che si tratta di una cambiale che prima o poi dobbiamo scontare”. 
Che altro? Un autore dagli interessi allargati alla scultura, alla pittura, alla lavorazione della ceramica e alla musica (“Con tre amici, ad esempio, abbiamo dato vita a una band con tanto di Cd in arrivo”, un modo come un altro per “scaricare la follia a terra”); un personaggio, figlio della sua terra sino al midollo, pronto a sostenere che “scrivere è dolore e sacrificio, un bisturi che ti apre le viscere”. Lui che aveva iniziato a inventarsi raccontini a undici anni, che poi vendeva a sua mamma per qualche lira (“Ammetto che inorridiva per il mio linguaggio forte, anche se mi incoraggiava a proseguire”). Una mamma pronta a pungolarlo sostenendo che di scrittura lui era sempre incinta, “e meno male che non nero nato femmina”. D’altra parte non è forse vero che la “la cultura e la scrittura rappresentano lo strumento del povero per riscattarsi?”. 
Lui che giura di non andare in vacanza dal 1973, “in quanto il concetto di andare gli dà l’idea delle transumanze ovine”. E poi cosa c’è di più bello delle bellezze che lo circondano? ; lui disposto a sostenere che “la Rete amplifica il valore delle parole”, fermo restando che può diventare “una trappola in quanto le persone bisogna conoscerle dal vivo. Da qui la necessità di muoversi con precauzione”; lui pronto a ritenere - prendendo spunto da quanto sosteneva l’editore Bompiani (Un uomo che legge ne vale due) - che un ragazzo che legge ne vale almeno quattro. 
E ancora: lui - legatissimo, lo ribadiamo, alla sua terra e alla sua cultura - che ama camminare, ascoltare il silenzio, sdraiarsi la sera sul terrazzo di casa a contare le stelle; lui baluardo di salvaguardia per la lingua sarda, che “non deve essere esibita, non deve essere una specie di camicia di forza, ma una volta appresa da bambini va preservata e protetta”. Salvo poi lamentarsi dell’indifferenza dei giovani, che considerano la lingua e la storia come degli accessori, quando invece “se non sai guardare indietro non hai gli strumenti per andare avanti”. 
Lui convinto che le favole aiutino i bambini ad attivare l’immaginazione, tanto è vero che per i suoi figli si era inventato le storie di Giambettino e Giambettina, nonché quelle di Topo Topus. “Succedeva quindi che le serate in famiglia, anziché trascorrerle davanti alla televisione, si trasformassero in rappresentazioni, in sceneggiature dell’esistenza…”. Favole delle quali “i miei figli sono tuttora gelosi, tanto da impedirne, sia pure a fronte di uno sguardo che parlava per loro, la pubblicazione”.  
Lui dal carattere generoso (“Mi do facilmente al prossimo, anche se a volte c’è chi se ne approfitta. In ogni caso me ne faccio una ragione”); lui pronto a scrivere in qualsiasi momento, a patto che abbia qualcosa da dire e da raccontare; lui che aveva debuttato sugli scaffali nel 1997 - complice l’apporto di alcuni sponsor privati - con Collodoro, edito dalla Solinas, per poi traslocare all’editrice Il Maestrale con la quale avrebbe pubblicato i successivi romanzi, e più precisamente Il viaggio degli inganni, Il postino di Piracherfa, Cristolu e La sesta ora
Il passaggio ai piani alti dell’editoria, e più precisamente alla milanese Adelphi, sarebbe avvenuto con la La leggenda di Redenta Tria, La vedova scalza (lavoro con il quale nel 2006 si era aggiudicato il Premio Campiello), Ritorno a Baraule e Il pane di Abele. A seguire, per i tipi della Feltrinelli, avrebbe dato alle stampe Pantumas e La quinta stagione è l’inferno. Infine, nel 2017, l’approdo alla Giunti con Il venditore di metafore e, ora, con Il cieco di Ortakos. Lavoro che si rapporta, come accennato, a due storie di cecità vissute nel paesino di Ortakos su due sentieri paralleli, ma percorsi in direzioni opposte. 
Il protagonista del romanzo breve, come detto, è Damianu Isperanzosu, un uomo cieco dalla nascita, che abita nel citato centro barbaricino, il quale ritrova la vista solo un mese prima di morire. Quel tanto che basta per assistere alla fine della sua esistenza e avere il tempo di raccontare la sua storia. Lui odiato dal padre violento e possessivo per questa sua invalidità, che si aggiunge alla trafila di disgrazie e sfortune che aveva segnato nel tempo il percorso della sua famiglia. L’unica salvezza? Oltre al bene della madre, l’attenzione caritatevole del medico e del prete del paese. Grazie ai quali potrà andare a scuola e imparare a leggere con le dita, per poi recarsi in continente - favorito dalla passione per la letteratura (che fa “immaginare i colori nascosti del mondo degli altri”) - a cercare fortuna. 
Ma il richiamo per la propria terra, delle proprie radici, sarà irreprimibile. Anche perché le brutture della vita, quelle legate a un’esistenza vista con gli occhi di un cieco (un trantran impregnato di buio, dolore e rabbia), non gli impediranno di intraprendere un’esperienza di riscatto, certamente inaspettata. Confrontandosi con l’amore di una donna e con il desiderio esaudito di un figlio quando non sembrava più possibile. A questo punto la durezza del mondo di Niffoi si aprirà - quasi come in un miracolo - a una tonalità più dolce, accattivante, quasi fiabesca. 
E per quanto riguarda il racconto? È la storia di Paolo, soprannominato Pasodoble per la sua passione per il tango, che sceglie sin da piccolo di non vivere la propria vita per addentrarsi in quelle degli altri attraverso i libri. Finendo per trovare la sua strada in un convento. “Perché se davvero Dio esiste - ed è per lui come affidarsi alla speranza - saprà quante volte ho sanguinato dentro per non ridere della mia disperazione”. 
Che dire. Ancora una volta il lettore si troverà a far di conto con una scrittura a tratti aspra e tagliente, a tratti lirica, sublime e fiabesca, che affonda le radici in chi, pagando di persona lo scotto di una profonda menomazione, riesce a crearsi una seconda vita. Il tutto a fronte di una prosa resa graffiante dalle commistioni dell’italiano con il dialetto sardo, sia dal punto di vista lessicale che sintattico. Questo, a suo dire, per regalare completezza alla narrazione, a fronte di un approccio alla narrativa “volto più a conservare i dubbi che a esplicitare certezze”. Commistioni che peraltro non hanno inciso nelle traduzioni in diversi Paesi in quanto, a suo dire, “un buon traduttore deve saper entrare nel mondo degli altri”. 
E questo è quanto. Anzi, no. Perché è ancora vivo e gratificante il ricordo di quando, un po’ di anni fa, mentre si trovava in una libreria di Nuoro, gli venne presentato un giovanotto che aveva perso la vista in seguito all’esplosione di un residuato bellico e che quindi aveva potuto vedere quello che lo circondava. “Il suo accompagnatore me lo presentò e lui, per me fu davvero un regalo, mi disse che da quando si era messo a leggere i miei libri gli sembrava di aver ripreso a sentire gli odori e a vedere di nuovo i colori che la cecità gli aveva fatto perdere per sempre. Un complimento inaspettato quanto gradito, di quelli che portano pane...”.

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