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"Non era il paradiso e non era l'inferno, solo un rettilineo che gli passava in mezzo"

A fronte di una geniale quanto disincantata ironia l’americano James Anderson dà voce alla poesia del deserto in un avvincente noir on-the-road


24/09/2018

di Catone Assori


In linea con gli obiettivi che si era prefissa nel marzo di tre anni fa, quando aveva debuttato sulla base di un’idea maturata da Eugenia Dubini e Alberto Ibba, peraltro supportata da alcuni esperti colleghi in campo editoriale, la milanese NN prosegue nel proporre testi di livello. Conscia che le problematiche di settore si possano superare attraverso la ricerca, la sperimentazione di nuovi linguaggi nonché la proposta di prodotti di qualità, fermo restando uno stretto rapporto con il pubblico dei lettori. Come nel caso de Il diner nel deserto (pagg. 316, euro 18,00, traduzione di Chiara Baffa), un lavoro - inedito in Italia - firmato dallo scrittore e poeta americano James Anderson, del quale è già in corso di traduzione il secondo episodio della serie, ovvero Lullaby Road
Di fatto, quella che stiamo proponendo, è una chicca narrativa che cattura e intriga nell’ambito della narrativa gialla. Un “romanzo eccezionale - secondo il Washington Post - sotto tutto i punti di vista: scrittura, trama, dialoghi, suspense e humor”. Con l’editore, in quarta di copertina, a stuzzicare ulteriormente la curiosità del potenziale lettore: “In tutte quelle storie sulla gente che vende l’anima al diavolo, non avevo mai davvero capito perché il cattivo fosse il diavolo, o perché fosse consentito cercare di fregarlo. La gente otteneva ciò che voleva: fama, soldi, amore, qualsiasi cosa anche se di solito andava a finire che non era quello che volevano davvero, o che si aspettavano. Che colpa ne aveva il diavolo? Per me nessuna. Come disse John Wayne: La vita è dura. E quando sei stupido è ancora più dura”. 
Salvo poi arricchire la dose: questo libro è per chi è rimasto folgorato dal tramonto sulle rocce cangianti del canyon, per chi ogni tanto si concede una sigaretta immaginaria per Mildred Hayes, che scioglie il dolore partendo da Ebbing, e per chi ha capito ch molte cose nel mondo sono ragionevoli ma vanno accettate senza farsi più domande. 
Come da sinossi, Ben Jones è un camionista sull’orlo della bancarotta che effettua conse­gne lungo la statale 117 del deserto dello Utah, una terra ospitale solo per chi ha scelto di isolarsi dal mondo. Un giorno Ben incontra Claire, che si nasconde dal marito in una casa ab­bandonata e suona le corde di un vio­loncello invisibile. L’amore per Claire porta Ben a stringere amicizia con Ginny, un’adolescente incinta in rotta con la madre, e a fare i conti con il bur­bero affetto di Walt, il proprietario di un piccolo quanto economico ristorante (un diner, appunto, nel deserto, che “non era il paradiso e non era l’inferno, solo un rettilineo che gli passava in mezzo”) chiuso da anni in seguito a un terribile fatto di sangue. Tra rivelazioni inaspettate, scompar­se improvvise e il furto di un prezioso strumento musicale, tutti incontrano il proprio destino, cieco come le alluvio­ni che allagano i canyon rocciosi. 
Con dolce e disincantata ironia, James Anderson ci consegna un avvincen­te noir on-the-road, in cui il male e il desiderio di vendetta svaniscono di fronte alla lealtà che unisce i perso­naggi: impalpabile come l’ombra di un miraggio, intensa come la luce che abita il deserto. Per questo lavoro James Anderson, che è nato a Seattle ed è stato anche l’editore della nota casa editrice Breitenbush Books, ha rice­vuto non pochi riconoscimenti da parte sia del pub­blico che della critica. 
Ma torniamo alla NNE (Enne Enne Editore), una realtà degna di rispetto che aveva debuttato sul mercato il 19 marzo 2015. Anche se in realtà era nata molto prima “nei sogni, nelle chiacchierate e nelle riflessioni” degli interessati, e soprattutto “nel lavoro pratico e quotidiano di preparazione” durato quasi un anno e mezzo. 
In effetti “abbiamo iniziato a lavorare a questo progetto, all’insegna di non pochi sorrisi di compatimento, nel novembre 2013. Quando Eugenia, l’editore, aveva chiamato Alberto, Edoardo e Gaia, amici da circa vent’anni e tutti - in tempi, luoghi e modi diversi - a vario titolo impegnati nell’editoria. E insieme abbiamo deciso che si poteva fare. O, forse, si doveva. In altre parole abbiamo pensato a una casa editrice che fosse innanzitutto una buona casa editrice, consci che stavamo per muoverci su un mercato scivoloso, certamente non facile”. 
Un mercato dove tutte le grandi firme (“Cerchiamo autori di livello orfano di editori italiani” è il sentito richiamo) si sono già accasate ai piani alti della grandi case. Sta di fatto che oggi la “banda” risulta allargata a una quindicina di presenze. Un bel salto in avanti se si pensa che la NN aveva mosso i primi passi al piano terra di una casa di ringhiera, peraltro ristrutturata, in viale Sabotino a Milano, debuttando sugli scaffali con due inediti a stelle e strisce firmati da Jenny Offill (Sembrava una felicità) e Kent Haruf (Benedizione). Ferma restando l’intenzione, peraltro supportata dai fatti, di pubblicare una dozzina di libri all’anno non sulla base di collane, ma di ben caratterizzati percorsi tematici. 
NN si diceva, ma perché questa etichetta? A spiegarlo è stato Matteo Speroni sul Corriere della Sera: “NN in latino è l’acronimo di Nomen Nescio, non nominato, sconosciuto. E sulla nostra carta di identità, sino al 1975, NN voleva appunto dire figlio di padre ignoto, di nessuno. Ma non è forse vero che proprio spacciandosi per Nessuno, Ulisse sconfisse i Ciclopi? E questo accadde in un libro”. La storia, in questo caso, vorrà pur insegnare qualcosa…

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