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"Un criminale perfetto. Troppo perfetto, comincia a pensare Soneri"

Dalla brillante penna di Valerio Varesi una storia che si addentra nel nostro quotidiano scavando nella profondità dell’animo umano. Ma anche confrontandosi - attraverso un protagonista fuori dalle righe - con le contraddizioni del nostro modo di vivere


03/12/2018

di Mauro Castelli


Il commissario Soneri, per chi mastica gialli, è ormai uno di famiglia. Un personaggio portato alla ribalta da Valerio Varesi, il quale ha incassato elogi a destra e a manca. A partire da quel geniaccio di Loriano Macchiavelli, che non ha mancato di trattarlo alla stregua di “un amico speciale: per le sue idee, per come affronta il mondo e per essere ancora uno degli onesti in un Paese che affonda sempre di più nell’illegalità”. Cortesia peraltro ricambiata, a stretto giro di posta, dallo stesso Varesi, pronto a sostenere che il Macchia era stato il primo “a credere nel ruolo della narrativa di settore” quando veniva ancora confinata da certa critica nel limbo della mediocrità. 
Non a caso già negli anni Settanta il papà del sergente Sarti Antonio (la cui ventiduesima indagine è a buon punto a fronte di un titolo provvisorio di piacevole impatto, ovvero Delitto senza castigo) aveva “gettato le basi del giallo moderno, anticipando la realtà violenta che avrebbe tenuto banco nel decennio successivo (strage alla stazione di Bologna, abbattimento di un aereo Alitalia a Ustica e bombe sui treni). Di fatto, da pioniere quale si proponeva, subì sprezzanti attacchi, ma oggi gli si deve riconoscere il merito di avere avuto il coraggio di credere in quella sua idea di letteratura”. 
Detto questo, torniamo a Soneri. Un protagonista - arrivato nuovamente sugli scaffali con La paura nell’anima (Frassinelli, pagg. 314, euro 18,50) - che l’autore aveva fatto debuttare vent’anni fa per i tipi della Mobydick in Ultime notizie di una fuga, un poliziesco peraltro riproposto guarda caso proprio da Frassinelli nel 2014. Una prima avventura che lo aveva visto alle prese non con un delitto, ma con una scomparsa: quella legata a un fatto realmente accaduto nell’estate del 1989 a Parma, “a due passi da quello che allora era il mio giornale, appunto la Gazzetta di Parma, quando della famiglia Carretta si erano perse le tracce. Un caso peraltro mai definitivamente chiarito”. 
Un esordio peraltro passato sotto silenzio, anche se il tempo sarebbe stato galantuomo. Nel senso che si sarebbe imposto all’attenzione dei lettori, complice la trasposizione televisiva nella “tripla” serie Nebbia e delitti, 14 puntate complessive, tutte interpretate da Luca Barbareschi e distribuite anche negli Stati Uniti. 
Soneri, si diceva, che di nome fa Franco - ma è successo raramente che l’autore lo abbia ricordato ai lettori - mentre il cognome “non appare in alcun elenco telefonico”. Si tratta - repetita iuvant - di un poliziotto pacato quanto determinato, che si dà un gran da fare osservando quel che gli succede intorno; una figura nella quale l’autore ammette di riconoscersi e con la quale dice di “convivere quasi si trattasse di un matrimonio”, nonostante inizialmente “non avesse avuto alcuna intenzione di legarsi a un personaggio seriale”. Invece… “In ogni caso - assicura - non c’è sovrapposizione speculare fra me e Soneri, anche se sui grandi temi ci intendiamo. In primis siamo entrambi scontenti e delusi di come si è andato evolvendo il mondo”. 
Risultato? Un detective, per dirla all’americana, che ha fatto proseliti anche in Gran Bretagna, Germania, Spagna, Olanda, Turchia, Polonia e Francia e con il quale Varesi - che Le Figaro ha etichettato, scusate se è poco, come il Simenon italiano - si sarebbe portato a casa, fra gli altri, il Premio del Centenario Scerbanenco. 
Detto questo, spazio alla sinossi de La paura nell’anima, un lavoro nel quale l’autore tratteggia un affresco profondo e acuto della nostra società, “cercando di sondare la nascita della paura, nonché l’incertezza esistenziale, in un periodo in cui la gente è sola, senza punti di riferimento. Fermo restando che la solitudine può portare certe persone a diventare più aggressive”. Complici “le ombre che si nascondono nel nostro quotidiano e i cambiamenti della nostra psicologia sociale”. Peraltro minata da quella oscura paura dell’altro che vediamo diffondersi a macchia d’olio. 
In tale contesto Varesi, prendendo spunto dalla drammatica vicenda di “Igor il russo”, la primula rossa del male che l’avrebbe fatta franca in Italia per poi essere catturata in Spagna, ha dato vita a una storia davvero avvincente. E lo ha fatto, in buona sostanza, interrogandosi sulle contraddizioni di un’epoca. In quanto al suo protagonista non basta scoprire il colpevole e sbatterlo in cella, intenzionato com’è a non lasciarsi scivolare addosso le brutture che infestano il nostro disastrato presente. 
Detto questo spazio alla sinossi: “Il commissario Soneri non vedeva l’ora di lasciare l’afa agostana di Parma e fuggire insieme ad Angela a Montepiano, sul suo amato Appennino. Troppo bello per essere vero. Infatti non è vero: pochi giorni dopo il loro arrivo, la quiete notturna del paesino viene squarciata da un grido proveniente dal bosco. Sarà il primo di una lunga serie. È stato un uomo del paese, a gridare, dopo essere stato ferito da un colpo di pistola a una gamba. Ma non ricorda nulla. Né chi gli ha sparato, né per quale motivo”. 
Soneri cerca di tenersi fuori da questa bega, intenzionato com’è a salvaguardare la sua vacanza, ma in cuor suo sa bene come andrà a finire. Succede infatti che nei giorni seguenti il paese venga invaso dai carabinieri. “È proprio in quei boschi, infatti, che si è nascosto il criminale più ricercato d’Italia, il serbo Vladimir, macchiatosi di rapine e omicidi prima di darsi alla macchia. Ma gli uomini dell’Arma, questa volta, sono convinti di averlo in pugno”. Al contrario, sarà la paura a diffondersi fra i paesani stravolgendone la vita, le abitudini, i rapporti umani. Uno stato d’animo che farà breccia anche nel privato dello stesso Soneri, a sua volta sconcertato per quel che sta succedendo. Tanto che i suoi pensieri sarebbero diventati improvvisamente balbuzienti come un motore che non prende
In buona sostanza sarà l’imprendibilità di questo delinquente a diventare leggendaria agli occhi della popolazione di Montepiano: quasi affascinata da un uomo tanto spietato quanto apparentemente inafferrabile, capace addirittura di prendersi gioco di polizia e carabinieri con beffardi messaggi sui social network. Insomma, un criminale perfetto. “Un po’ troppo perfetto”, comincia a pensare Soneri. 
Che dire: ancora una volta Valerio Varesi, con il garbo che gli è congeniale, si addentra - attingendo dal quotidiano - negli inquietanti mali della nostra società per bacchettarne i riflessi, più o meno evidenti, che finiscono per incidere sul modo di pensare e di agire delle persone comuni. Cucendo le sue storie con sapiente maestria, a fronte di frasi brevi quanto efficaci. Oltre che dando vita a personaggi che lasciano il segno, che entrano nell’immaginario del lettore. 
Ferma restando un’altra considerazione: “Il giallo e il noir, per la loro struttura a indagine, consentono di addentrarsi nell’aspetto nascosto del reale. A patto che l’autore non sia solo intenzionato a definire chi è l’omicida, ma voglia invece approfondire perché abbia ucciso. La qual cosa mi porta a scavare nella profondità dell’animo umano, facendo venire a galla le contraddizioni sociali del nostro modo di vivere”. Senza peraltro mai dare risposte rassicuranti.  
Detto del romanzo, peraltro di gradevolissima lettura, torniamo al privato dell’autore a beneficio dei suoi nuovi estimatori. Valerio Varesi è nato a Torino l’8 agosto 1959 (“I miei genitori erano emigrati in questa città da Parma, ma quando avevo tre anni un grave incidente sul lavoro costrinse papà a rientrare”); si è laureato in Filosofia a Bologna; è diventato giornalista professionista dal 1990 e da molti anni fa parte della redazione del quotidiano La Repubblica del capoluogo emiliano dove si occupa di ambiente, trasporti e cultura. Lui che, visto che le origini hanno un loro perché, si è accasato a Neviano Arduini (“Nulla a che vedere con il Montepiano del mio romanzo”), un paese sulle basse colline parmensi, dove vive con la compagna e un figlio di ventitre anni “ogni volta che il lavoro glielo consente”. 
E ancora: lui uomo tendenzialmente schivo e introverso (“Ma disposto a parlare molto se l’argomento mi affascina o se mi trovo a confrontarmi con persone semplici ma non banali”); lui portatore di una “scrittura cangiante”, nel senso - tiene a precisare - che “adatto la cifra stilistica alla storia che racconto, fermo restando che mi piace cambiare, sperimentare”; lui che ama alzarsi presto, per poi scrivere sino alle dieci del mattino e riprendere a farlo in tardissima serata, dopo il suo rientro dalla redazione. 
Lui che, oltre alla lettura (con un debole dichiarato che va da Kafka e Camus per finire ai classici russi, come Dostoevskij, per poi approdare ai giallisti Simenon, Malet, Gadda, Sciascia, Scerbanenco, Hammett, Chandler, Ellroy, Capote e Marquez, per lui importanti punti di riferimento) si porta al seguito una passione di vecchia data, peraltro ancora praticata, per la corsa (“Mi davo da fare sui 5.000 e i 10.000 a livello agonistico”). Lui che, per non farsi mancare nulla, ha iniziato una propria ricognizione sulla recente Storia italiana con tre intriganti romanzi: La sentenza, Il rivoluzionario e Lo stato di ebbrezza, recentemente raccolti nel volume Trilogia di una Repubblica. 
E questo è quanto. Anche se ci sarebbe stato altro da dire su questa penna fuori dalle righe. Ma ci riserviamo di farlo alla sua prossima uscita sugli scaffali, visto che sta già lavorando a “un nuovo libro, per certi versi strano, imbastito sulla virtualità, dal momento che in molti possono sembrare diversi da quello che in realtà sono”. In buona sostanza - ci anticipa - si tratta di un lavoro “in parte noir e in parte romanzo sulla comunicazione. Certamente difficile e impegnativo in termini di stesura”. Ma non allarmatevi: Varesi ci ha abituato a cavalcare con successo anche tematiche complesse.

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