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“Una madre non sbaglia”: ma ne siamo proprio sicuri?

Un esordio folgorante per la giornalista canadese Samantha M. Bailey. Meritevoli di attenzione anche l’avvocato ligure Massimo Ansaldo e, ci mancherebbe, il grande Lee Child


08/02/2021

di MAURO CASTELLI


Precisiamolo subito: la tematica trattata non è nuovissima. Ma a guardar bene difficilmente un autore riesce a dare voce a novità assolute. Semmai è il come le storie vengono raccontate, la capacità di regalare risvolti narrativi che abbiano un senso, far partecipe il lettore di contesti credibili, inventarsi personaggi capaci di catturare e indurre alla riflessione. 
In questo senso la debuttante canadese Samantha M. Bailey è riuscita a fare centro. Dando voce a un canovaccio - Una madre sbagliata (Garzanti, pagg. 250, euro 17,80, traduzione di Doriana Comerlati) - a prima vista semplice, anche se in realtà segnato da angolazioni e risvolti inaspettati legati alla depressione post parto, una malattia che può portare a problemi di ansia e salute mentale non da poco. 
Un libro frutto, come tiene a precisare l’autrice, di sei anni di lavoro, in questo supportata da una “straordinaria équipe di persone per scrivere, rivedere e infine pubblicare”. A partire dalla sua “agguerrita e infaticabile super-agente, Jenny Bent, che ha ripescato questo romanzo dal mucchio di manoscritti destinati al dimenticatoio avendone colto l’idea che lo animava”. 
Samantha M. Bailey, si diceva, che lavora come giornalista a Toronto, città dove abita con il marito e i due figli (Brent, Spencer e Cloe), “nutrendosi del loro sostegno, del loro amore e del loro incoraggiamento”. Lei che è tra i fondatori di BookBuzz, un programma di lettura interattivo che si tiene tra Toronto e New York. Lei che si era lasciata catturare dalla scrittura quando il suo insegnante di terza media nel giorno del diploma (“A quei tempi ero una ragazzina insicura”) le consegnò il premio d’inglese dicendole che aveva talento. Fermo restando l’apporto dei genitori, Michael e Celia, che oltre a instillarle il virus della determinazione, l’avevano stimolata a leggere qualsiasi cosa. “Sta di fatto che lo facevo ovunque: mentre mangiavo e anche mentre camminavo, a volte andando a sbattere - presa dalle storie - contro qualche palo…”. 
Non stupisce quindi che, ai ringraziamenti finali, abbini i nomi di una novantina di autori. Ringraziamenti peraltro allargati anche ai blogger e ai bookstagrammer che strada facendo l’hanno sostenuta. A fronte di un passaparola inarrestabile che l’ha portata a sbarcare nelle librerie di una decina e passa di Paesi nonché a soggiornare a lungo nelle classifiche dei libri più venduti. 
Detto questo spazio alla sinossi di Una madre non sbaglia, lavoro supportato, per dirla alla Publishers Weekly, da una “tensione inarrestabile”. Di fatto confermata sin dalla prima riga del testo, quando una madre dalla voce rotta e stridula consegna a Morgan Kingcaid (che si racconta in prima persona), la sua neonata con queste parole: “Per favore, prendi la mia bambina”. E poi: “Tienila al sicuro”. Sono infatti queste le due brevi frasi che la sconosciuta le rivolge mentre aspetta la metropolitana per tornare a casa dopo una giornata di lavoro. A quel punto la donna le mette in braccio la sua neonata e, prima che possa cercare di fermarla, si butta sotto il treno in arrivo. 
Morgan ovviamente non si rende conto di cosa stia succedendo. Non ha idea del perché quella mamma che non ha mai visto in vita sua - e che si scoprirà essere Nicole Markham, importante Ceo del marchio atletico Breathe - l’abbia scelta per affidarle la figlia. Per lei era infatti un giorno come un altro, con la stessa routine di sempre. Invece, all'improvviso, tutto la sua vita viene stravolta. 
Quando la polizia la interroga, Morgan racconta quello che è successo. Ma non c’è alcun testimone, sull’affollata banchina della stazione, che confermi la sua versione. Nessuno ha visto la donna metterle in braccio la neonata. Nessuno ha visto la donna compiere quel gesto estremo di sua volontà. Credere a Morgan diventa peraltro improbabile quando dalle indagini emerge che non può avere bambini, pur desiderandoli con tutta se stessa. E adesso che l’hanno trovata con una piccola tra le braccia che non è sua e una madre finita sotto un convoglio della metro... 
Nemmeno a ricordarlo la nostra protagonista diventa la prima sospettata, costretta giocoforza a difendere la sua innocenza. L’unica possibilità che le resta è quindi scoprire perché sia precipitata in quella specie di incubo. E per dimostrare la propria innocenza si metterà a ripercorre freneticamente gli ultimi giorni della vita della sventurata Nicole. Con molti interrogativi al seguito. In primis: questa neomamma era alle prese con una sorta di paranoia oppure era davvero in pericolo? Perché non tutto quello che appare casuale lo è. Non tutto quello che appare oggettivo lo è. 
Sta di fatto che per Morgan scoprire i desideri più nascosti di quella donna diventa una specie di imperativo d’obbligo. Ma non tutto filerà via liscio. Così, quando iniziano ad accadere fatti strani, si renderà conto che anche lei potrebbe essere in pericolo. 
Che dire: un thriller di robusta leggibilità, emozionante e al tempo stesso identificativo su quanto una madre sia disposta a fare pur di proteggere il proprio bambino. Anche a costo di sacrificare la propria vita. 


A questo punto riflettori puntati su Massimo Ansaldo, che di professione fa l’avvocato con studi a Genova e La Spezia. Città quest’ultima - lui che è nato nel 1959 a Varazze, in provincia di Savona - che lo vede presidente del Centro culturale don Alberto Zanini nonché cofondatore dell’Associazione culturale Chesterton’s cigars ad spirits club. 
Membro del Comitato regionale delle Comunicazioni della Regione Liguria, Ansaldo aveva debuttato nelle librerie dando alle stampe, per i tipi della Leucotea, i romanzi Macerie e Il segno del sale, per poi approdare alla Fratelli Frilli con due racconti pubblicati nelle antologie Tutti i sapori del noir e Tutti i luoghi del noir
E siccome l’appetito vien mangiando, ha dato ora alle stampe, sempre per i tipi della Frilli, Qualcosa da tacere (pagg. 286, euro 14,90). Un lavoro che affronta un tema delicato, quello dello stupro (peraltro su commissione, il che lo rende ancora più odioso), con un apprezzabile risvolto al seguito: parte dei diritti d’autore saranno infatti devoluti all’Avsi, Associazione Volontari Solidarietà Internazionale, nel cui ambito l’autore si propone come volontario. In quanto la condivisione e l’amicizia fanno parte del suo bagaglio di vita. 
Ma veniamo alla trama di questa storia che si sviluppa su tre diverse direttrici: la prima è quella che vede in pista la famiglia, intenzionata a vederci chiaro su questo brutale crimine; la seconda giocata sul ruolo degli uomini dell’Arma che indagano; la terza sugli “esecutori”, che ben presto si renderanno conto di essere stati manovrati. Sì, perché a volte anche i cattivi possono risultare vittime. “E questo credo - tiene a sottolineare l’autore - sia uno degli aspetti sui quali deve indagare il genere noir”. 
La scena? Quella di Genova, una città definita da uno dei protagonisti “impalpabile e perennemente distratta”. Ed è qui che la famiglia Sperlinghi viene sconvolta dallo stupro della figlia minore Michelle. Il padre, l’ingegner Giorgio, erede di una delle dinastie più influenti e facoltose della città, aiutato da Gualtiero, il suo uomo di fiducia, si dà subito da fare per scovare i colpevoli. Sospettando che i mandanti siano da ricercare tra gli imprenditori rivali nei traffici internazionali, interessati a sottrargli il lucroso commercio delle Terre Rare. Durante le indagini tutto non filerà però via liscio: dovrà infatti fare i conti con il suo acerrimo nemico Charlie, un tempo amico e socio in affari. 
Insomma, una indagine non facile, anche perché Michelle non è in grado di riconoscere i suoi aggressori. Tanto più che la ragazza è stata drogata con la “pillola dello stupro”, capace di cancellare la memoria dei fatti più recenti. La quale Michelle, sia pure a fatica, accetterà il conforto della madre Annetta e di suo fratello maggiore Simone. 
Nel frattempo due giovani balordi, Andrea Giuppini e Giulio Senese, insieme ad alcuni personaggi underground dei vicoli cittadini, come lo spacciatore Nuccio e i complici Rugby e Bronzo, si rendono conto di essere diventati inconsapevoli pedine di un gioco più grande di loro. Ma anche nell’ambito delle indagini ufficiali non mancano le rogne. Ad esempio i carabinieri Andusi, Scoglio e Romanazzi risulteranno “azzoppati” da esasperati protagonismi e sospetti reciproci con la Procura. Condizione questa peraltro volta a evidenziare, da parte dell’autore che per via della sua professione di materia ne ha masticata tanta, “il limite delle persone che contribuiscono alla ricerca della verità giudiziaria”. 
Una verità che, narrativamente parlando, emergerà a poco a poco - in una alternanza di colpi di scena volti a tenere alta l’attenzione del lettore - rimescolando le certezze che tutti i protagonisti credevano di aver acquisito. In fondo sarà questa l’occasione per afferrare l’ultimo barlume di speranza. A condizione che certi segreti rimangano sepolti fra le pieghe del passato. Tanto più che “tutti corriamo sul sottile confine di un equilibrio precario. Desideriamo il bene, ma facciamo il male”. Un bel mistero che finisce per coinvolgere tutti i personaggi principali del romanzo. 
Tirate le somme, un buon lavoro firmato da un autore che ama molto la musica e la lettura, peraltro portata avanti in maniera trasversale. Così si va da Fëdor Dostoevskij a Giacomo Leopardi, da Dante Alighieri ai contemporanei Cormac McCarthy, Flannery O’Connor, Leonardo Sciascia e Stephen King. Con un debole dichiarato per Raymond Carver e soprattutto per Stieg Larsson. È stata infatti la lettura del primo romanzo della sua trilogia Millenium che ha portato Ansaldo “a scrivere storie”. 


Da non perdere infine il grande Lee Child, un maestro della narrativa che non ha bisogno di presentazioni, il quale torna sui nostri scaffali con Sempre io, Jack Reacher (Longanesi, pagg. 240, euro 16,90, traduzione di Adria Tissoni). Un lavoro appunto incentrato su quel suo cavaliere errante, o lupo solitario che dir si voglia, che strada facendo ha fatto strage di lettori. E che ora viene riproposto, a distanza di due anni, in una seconda antologia di racconti inediti (dopo quella intitolata Il mio nome è Jack Reacher) imbastita su quattro storie cariche di tensione intitolate Il secondo figlio, Caldo Rovente, Copertura profonda e Piccole guerre. 
Jack Reacher, si diceva: un ex militare, oltre che un onesto uomo d’azione, allergico però sia alla legge che alla giustizia degli altri, perché legge e giustizia ama gestirsele a modo suo. E la sua casa - come abbiano già avuto modo di annotare - è un’America profonda e struggente: strade infinite che attraversano il nulla, diner al tramonto, piccoli motel fatiscenti, una moltitudine di individui con le loro storie di miseria e follia. Spesso incarnando il sogno americano mentre si trova a far di conto con crimini, incidenti e misteri nel suo eterno girovagare… 
Un nome, quello di Jack Reacher (protagonista di tutti i 25 romanzi di Child), che fa riferimento all’imponente statura dell’autore. Non a caso è stato lui stesso a raccontarlo: “Mentre avevo iniziato a scrivere il mio primo romanzo ero in un supermercato con mia moglie quando lei ironizzò, riferendosi appunto alla mia altezza: se questa cosa dello scrittore non dovesse funzionare potresti sempre fare il reacher in un supermercato. E io: Reacher? Sì, è un bel nome per il mio personaggio. E così sarebbe stato”. A fronte di un riuscito protagonista che sarebbe approdato due volte anche sul grande schermo, interpretato da Tom Cruise. ne La prova decisiva e Punto di non ritorno.  
Per la cronaca l’inglese Lee Child - pseudonimo di James Dover Grant, dove Lee si rifà a una battuta di famiglia circa la storpiatura del nome con cui venne pubblicizzata negli Stati Uniti la Renault 5 (Le Car), mentre Child (che significa bambino) deriva dall’assonanza con i nomi di grandi autori come Raymond Chandler e Agatha Christie - è nato a Coventry il 29 ottobre 1954, figlio di un impiegato statale che si sarebbe trasferito con la famiglia, quando lui aveva solo quattro anni, ad Handsworth Wood, vicino a Birmingham. E qui, dopo aver frequentato la Cherry Orchard Primary School, si era iscritto alla King Edward’s School, dove hanno studiato penne del calibro di J.R.R. Tolkien ed Enoch Powell. 
Lui che dopo aver lavorato dal 1977 al 1996 come autore televisivo si era trovato a spasso da un giorno all’altro a causa di una ristrutturazione aziendale o, più probabilmente, per via del suo scomodo ruolo di rappresentante sindacale. Era il 1996. A quel punto decise di dedicarsi alla scrittura debuttando l’anno dopo con Zona pericolosa, un romanzo subito apprezzato sia dal pubblico che dalla critica. 
Lui che dal 1998 vive a New York e si propone come uno fra i maggiori interpreti della narrativa d’azione, con oltre sessanta milioni di copie vendute in 95 Paesi; lui collezionista di riconoscimenti, come il Nero Wolfe, il Barry e il Cartier Diamond Dagger alla carriera. Mentre due anni fa è stato proclamato autore dell’anno dal British Book Award nonché nominato Commendatore dell’Ordine dell’Impero britannico.

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