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“Uno scavo profondo nella parte oscura nascosta nel mondo dell’arte”

Letizia Triches ci parla del come e del perché abbia abbracciato la scrittura, per poi addentrarsi fra le pieghe del suo ultimo romanzo, Omicidio a regola d’arte. Sì, perché “il delitto può essere un’arte che trova il suo compimento quando c’è un altro artista investigatore in grado di decodificarlo nei suoi moventi e nelle sue modalità”


02/02/2021

di Letizia Triches


Scrivere gialli è sempre stato il mio obiettivo, ma esisteva un’altra grande passione nella mia vita: l’Arte. Si potrebbe parlare di un vizio di famiglia. Nonno materno: pittore e scultore. Padre: alto funzionario del Ministero dei Beni culturali, come si diceva allora. E così ho cominciato come storica dell’arte e ho proseguito come docente di storia dell’arte, che negli anni Ottanta faceva anche veloci incursioni nella critica, collaborando ad allestimenti di mostre d’arte contemporanea. 
Più andavo avanti, però, e più mi rendevo conto che la storia dell’arte è un giallo - è questo il suo aspetto più divertente - e che in fondo lo storico dell’arte ha in sé l’istinto del poliziotto. Insomma è un detective in cerca di indizi. Le modalità operative, infatti, sono le stesse: osservare, descrivere, dedurre, trovare. La parola chiave è indagare. 
Verso la fine del Duemila, la svolta inevitabile. L’incontro con la Newton Compton, la mia casa editrice, ha fatto sì che le due passioni della mia vita, arte figurativa e narrativa noir, si unissero. 
Dopo la serie che ha avuto come protagonista il restauratore fiorentino Giuliano Neri, nel 2019 è nata la nuova serie con il commissario Chantal Chiusano. Una poliziotta di origine ischitane, vedova di un pittore dal quale ha ereditato lo “stile artistico” con cui gestisce le indagini criminali. 
I miei non sono libri sull’arte, ma sono intrisi d’arte, perché ho la necessità di portare alla luce la trama - stranamente ancora poco indagata - che affianca la genialità creativa dell’artista alla follia dell’assassino. A prima vista sembrerebbe che non ci sia nulla di più lontano e di più incompatibile, eppure si potrebbe riflettere su un dato comune. 
L’artista utilizza l’energia creativa per produrre un’opera d’arte e l’assassino utilizza l’energia distruttiva per realizzare un’opera di morte. In questo secondo caso ci troviamo evidentemente di fronte a una creatività distorta. Sta di fatto che da sempre la pittura richiama alla mente un universo inquieto, una creatività spesso dominata da forze oscure, a volte incontrollabili, che sono al di fuori di uno stile di vita equilibrato e conformistico. Il mondo dell’arte può essere controverso, vertiginoso, conflittuale. È impastato di ombre e spesso di tragiche sfumature esistenziali. 
La vite dei miei personaggi, come del resto quelle di tutti noi, declinano sempre una doppia faccia. Mai felicità senza dolore, mai equilibrio senza instabilità, mai innocenza senza colpa. Il tema del doppio attraversa come un fil rouge ogni mio romanzo. In Omicidio a regola d’arte (Newton Compton, pagg. 320, euro 9,90) compare persino nel titolo, che si presta, infatti, a due diverse interpretazioni. Entrambe vere. Nella storia ci troviamo di fronte a un duplice omicidio eseguito in modo perfetto, appunto “a regola d’arte”, ma nello stesso tempo questo crimine rievoca le combustioni su plastica di Alberto Burri. Dunque, sia le due vittime - il famoso pittore Michele Mosti e la sua giovane amante, un ex studentessa dell’Accademia di Belle Arti, uccisi secondo un rituale raccapricciante - che l’assassino appartengono al mondo dell’arte. 
Il commissario Chantal Chiusano viene incaricata del caso. Collabora con lei la vedova del famoso pittore. Sara Steno è una psichiatra che si dimostra fin da subito disponibile ad aiutare la poliziotta nelle indagini. Le due donne hanno pochi punti in comune e molte differenze che le distinguono. Sono rimaste vedove a qualche giorno di distanza l’una dall’altra, avevano sposato un pittore e ci raccontano in prima persona l’antefatto attraverso dei flashback. 
Le loro esistenze scorrevano parallele, sfiorandosi di continuo, fin al punto di svolta drammatico dei due omicidi.  Del mondo dell’arte, comune a entrambe, ho deciso di mostrare i retroscena che si nascondono dietro l’apparenza rassicurante e forse un po’ oleografica che siamo abituati a vedere. Le dinamiche che legano i vari personaggi (artisti, galleristi, critici, mercanti d’arte) sono poco edificanti, intricate e riservano molte sorprese. 
Chantal è una donna determinata e resiliente, ma anche tormentata ed esposta al grande dolore che l’ha colpita tanto crudelmente, eil cammino verso la verità è difficoltoso, perché la verità non vuole farsi afferrare e la costringe a numerosi cambiamenti di rotta. La soluzione del caso arriverà soltanto grazie alla sua innata capacità di penetrare nelle mille fragilità dell’animo umano. 
Come sempre ho disseminato indizi in ogni piega del romanzo. Mi piace giocare con il lettore. Mi è piaciuto sfidarlo a trovare la soluzione, prenderlo nella rete e trascinarlo in fondo insieme a Chantal verso un ventaglio di possibilità molteplici. Il gioco si faceva sempre più difficile, ma l’idea era semplice, era sotto i suoi occhi. 
Il delitto, dunque, può essere un’arte che trova il suo compimento quando c’è un altro artista investigatore in grado di decodificare l’omicidio nei suoi moventi e nelle sue modalità. 
Il cerchio si chiude e il colpevole è inchiodato alla tela dei fatti.

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