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"Vi spiego perché ha chiuso il Casinò di Campione, la più grande casa da gioco europea"

L’ex sindaco della nota enclave italiana in Svizzera, Roberto Salmoiraghi, si addentra fra le pieghe del fallimento, avendo vissuto da vicino i momenti più complessi e difficili della crisi. Ipotizzando che…


29/10/2018

di Giuseppe Marasti


Nella cronaca degli ultimi mesi ha tenuto banco il fallimento (datato 27 luglio 2018 da parte del Tribunale di Como) di quella che era considerata la casa da gioco più grande d’Europa: il Casinò di Campione d’Italia, cuore pulsante dell’enclave tricolore accasata in territorio svizzero, e più precisamente nel Canton Ticino. Un fallimento che coinvolge i 486 dipendenti, ovviamente rimasti senza lavoro, a fronte di un crack che ha trascinato nel baratro anche la struttura comunale, con 86 esuberi su un totale di 102, per i quali è già stata avviata la procedura di mobilità. 
Per la cronaca il primo Casinò municipale di Campione era stato fondato nel 1917, mentre la nuova struttura è stata realizzata su progetto dell’architetto svizzero Mario Botta in una zona adiacente. Si tratta di un complesso alto nove piani che si sviluppa su una superficie di 55.000 metri quadrati coperti. 
Per saperne di più su questa brutta storia ne abbiamo parlato con l’ex sindaco, Roberto Salmoiraghi, di professione medico, che ha vissuto molto da vicino una vicenda che potrebbe mettere a rischio la stessa sopravvivenza del Comune.

Dottor Salmoiraghi, come si spiega il fallimento di una casa da gioco importante come questa? 
Il fallimento del Casinò è senz’altro ascrivibile a una molteplicità di fattori, sui quali cercherò di fare chiarezza.

Come mai le presenze dei giocatori erano crollate? I profitti da slot machine che imperano su due piani hanno lasciato a desiderare, visto che l’Italia sta diventando una specie di casinò allargato? 
Non è trascurabile la diversa configurazione che il gioco ha assunto nel corso degli anni, anche per effetto della politica legislativa attuata con riferimento a slot machine, video lottery terminal, gioco on-line e al gioco in generale. La progressiva liberalizzazione del gioco su ampia scala ha grandemente alterato i tradizionali equilibri di tutte le quattro Case da Gioco italiane, ivi inclusa quella campionese, la quale, già esposta alla concorrenza dei competitor elvetici, ne è stata fortemente pregiudicata. Il gioco è ormai ovunque, fuori dalle Case da Gioco. 
Vi sono poi stati ulteriori fattori esterni di tipo macroeconomico che hanno contribuito al dissesto del Casinò di Campione d’Italia. Mi riferisco, in particolare, alla grave crisi che nel corso di questi anni ha coinvolto l'intero sistema finanziario e che ha inciso negativamente anche sul sistema Campione d'Italia e, dunque, sulla stessa Casa da Gioco. 
Né può trascurarsi, nell'ambito degli elementi causali del dissesto, il non favorevole tasso di cambio franco-euro degli ultimi anni, anch’esso elemento che non ha certamente giocato a favore dello stato economico finanziario della Casa. 
Sono dunque numerose e molteplici le cause che hanno contribuito al fallimento del Casino di Campione d'Italia.

Lei, in occasione delle sue dimissioni da sindaco, disse che pagava colpe non sue. Di chi allora? 
Sin dal giorno della mia ultima elezione a sindaco di Campione d’Italia, la mia amministrazione si è adoperata e profusa al fine di risolvere lo stato di crisi della Casa da Gioco e dell'intero sistema Campione. Ciò con tutti gli strumenti giuridici, politici e amministrativi attivando a tal fine sin da subito anche il dialogo interistituzionale. Fermo restando che le mie dimissioni non derivano dalla sussistenza di mie responsabilità politiche rispetto al grave stato di crisi. 
D’altra parte, i numeri e i bilanci consentono di appurare agevolmente che il dissesto del Casino e dell'intero sistema Campione non si è certamente prodotto nel corso di un solo anno, pari alla durata del mio ultimo mandato, ma che lo stesso sia il frutto di una crisi strutturale, strutturata e ben risalente. Una crisi rispetto alla quale, a mio modo di vedere, non sono state adottate evidentemente misure adeguate, incisive, tempestive ed efficacemente funzionali al risanamento della società. 
La crisi del Casinò è stata infatti prevalentemente gestita negli anni passati attraverso l'indebitamento del Comune che ha, progressivamente, rinunciato a quote significative del contributo per il gioco dovuto all’ente comunale. Il che ha altresì causato lo stesso dissesto del Comune di Campione d'Italia.

Pare che i debiti di Campione verso la Svizzera siano circa di 5 milioni di franchi e la solidarietà che la Confederazione sta mettendo in atto nei riguardi dei lavoratori dell’enclave sia concreta. Non è che avete ricevuto più aiuti dagli svizzeri che dalle autorità italiane? 
In questo contesto è certamente vero che la Svizzera ha dimostrato una concreta solidarietà nei confronti di Campione d’Italia e dell’intera comunità campionese. È doveroso riconoscere quanto lo Stato elvetico ha sinora posto in essere e farne memoria. 
È certamente altrettanto vero che le Istituzioni centrali italiane hanno interposto un silenzio assordante alle numerosissime richieste di interlocuzione che la mia amministrazione ha formulato, nel tentativo di ricercare soluzioni collaborative ad esclusivo interesse della comunità. Mai e in nessun caso la mia amministrazione ha avuto riscontro e ciò è del tutto inaccettabile alla luce delle regole che presidiano o dovrebbero presidiare i rapporti tra istituzioni centrali e istituzioni periferiche. 
Alle richieste di interlocuzione formulate dalla mia amministrazione hanno solo fatto seguito dichiarazioni, dall'antifona quasi reazionaria, di taluni onorevoli e sottosegretari del Ministero degli Interni che, nonostante l'intera comunità campionese fosse ed è allo stremo e nonostante i sacrifici dalla stessa compiuti, mi invitavano a dimettermi, in quanto senza le mie dimissioni non si sarebbe potuto fare alcunché a sostegno del sistema campione. 
Si tratta, come si vede, di dichiarazioni più vicine a un lontano passato che non ai valori e ai principi consacrati nella Costituzione italiana. Ma tant'è. Ho dunque deciso di dimettermi, unicamente per mettere le istituzioni centrali nell’impossibilità di abdicare ulteriormente ai propri doveri politici e istituzionali. Peraltro, a oggi, ben poco è stato fatto se non mettere un sindaco legittimamente eletto nelle condizioni di doversi dimettere senza peraltro essere neppure in grado di ascrivergli alcuna responsabilità.  

Ernesto Preatoni, l’imprenditore milanese che in Egitto ha costruito il Domina CoralBay, sembrerebbe interessato a trasformare il Casinò in un grande hotel di lusso. Mentre un gruppo di svizzeri guidati da Artisa ha dichiarato di essere pronto a mettere 100 milioni di franchi sul tavolo per creare una clinica ad alta specializzazione, con appartamenti sia medicalizzati per gli anziani sia residenziali. Proposte interessanti che però cancellerebbero la casa da gioco... 
Ben vengano gli investimenti, specie quelli tesi ad arricchire l'offerta che la struttura che ospita la Casa da Gioco ha sinora potuto garantire. Dal mio punto di vista, la diversificazione dell’offerta non può che costituire un elemento positivo per l’economia campionese, fermo restando che la struttura deve poter comunque mantenere e garantire parimenti l’esercizio della Casa da Gioco.

Sarebbe il caso invece di ricorrere in più sedi contro il fallimento per rimettere in funzione il Casinò? O si tratta di un sogno? 
Tanto chiarito, tornando a guardare al Casinò ritengo che debbano essere esperiti tutti gli strumenti messi a disposizione dell’ordinamento giuridico, al fine di consentirne la riapertura. Ciò soprattutto per garantire la “rioccupazione” dei lavoratori.

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