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1938-1945: la passione nazionale che non si fermava davanti a niente

Renato Tavella racconta la straordinaria storia del calcio italiano e dei suoi protagonisti al tempo della guerra e del fascismo


02/03/2020

di Giambattista Pepi


Nel 1936, durante i Giochi olimpici di Berlino, venne affidata alla Francia l’organizzazione del Mondiale di calcio del 1938. Fu una scelta che scatenò subito polemiche, perché secondo i dirigenti sudamericani non era rispettato il principio dell’alternanza Europa-Sudamerica: l’Argentina, che a lungo aveva coltivato l’ambizione di ospitare la terza edizione del campionato, ritirò dalla competizione la sua nazionale, subito imitata dall’Uruguay. Fu così che per la prima volta, la nazionale del Paese ospitante e quella Campione uscente (in questo caso Francia e Italia), vennero ammesse di diritto alla fase finale, alla quale presero parte 13 squadre europee, due sudamericane e una asiatica: le Indie orientali olandesi (oggi Indonesia). 
Vinsero, per la seconda volta consecutiva e nonostante un calendario molto difficile, gli Azzurri, guidati dal famoso Vittorio Pozzo. Ma incontrarono i problemi più grandi proprio a Marsiglia: in occasione dell’esordio i calciatori italiani furono duramente contestati dal pubblico francese per il saluto romano e ci vollero i tempi supplementari per avere ragione sull’esordiente Norvegia. 
Nei quarti di finale, l’Italia, che si presentò con la divisa di cortesia nera voluta dal regime fascista, finì per avere la meglio (3-1) sui padroni di casa, in una partita dura caratterizzata da una goffa papera del portiere francese Di Lorto su un tiro non irresistibile di Gino Colaussi. Poi, nella semifinale, superò l’ambizioso Brasile, che – spocchiosamente - aveva già prenotato i biglietti aerei per la finale di Parigi sicuro di arrivarci e aveva lasciato riposare il suo miglior giocatore, Leonidas, oltre a Tim, in modo da presentarsi in forma smagliante all’appuntamento conclusivo. 
Per la sconfitta a opera di Meazza, che durante la partita segnò un rigore tenendosi con la mano i calzoncini a causa della rottura dell’elastico, e inamovibili alle suppliche del commissario tecnico italiano, i brasiliani non vollero cedere i biglietti aerei agli italiani, che furono costretti a raggiungere Parigi in treno. 
L’Italia non lasciò scampo all’Ungheria, nella finale di Colombes, battendola 4 a 2 con le doppiette di Silvio Piola e Colaussi, ottenendo così il secondo titolo consecutivo (lo aveva infatti già vinto nel 1934 nell’edizione disputata proprio nel Belpaese battendo in finale la Cecoslovacchia 2 a 1 dopo i tempi supplementari con i gol di Orsi e Schiavio). Un trionfo per l’Italia e uno per il regime, che poteva menare vanto di successi strabilianti anche nello sport. 
Il 1938 fu, dunque, un anno indimenticabile per il calcio (che bissò il successo ottenuto nel 1934, intervallato dalla vittoria della medaglia d’oro nel calcio ai Giochi olimpici di Berlino del 1936, tre anni dopo la conquista del potere in Germania da parte di Hitler) ma fu anche quello in cui furono varate le leggi razziali, che avrebbero portato il nostro Paese a perseguitare gli ebrei, senza distinzione, anche tra coloro che praticavano il calcio. 
Renato Tavella nel libro Sfida per la vittoria (Newton Compton, pagg. 256, euro 9,90) racconta la storia straordinaria del calcio durante la guerra e il fascismo. In Italia la passione per il calcio sembrava non conoscere attenuanti, nonostante le bombe, la fame, l’occupazione straniera. La contraddizione tra eventi storici drammatici e successi sportivi era una costante del periodo 1938-1945. È significativo che l’entrata in guerra non comportò l’interruzione del campionato. 
Quando l’Italia fu sostanzialmente divisa in due (dopo lo sbarco nel 1943 degli Alleati con il Sud controllato dagli anglo-americani e il Nord occupato dai tedeschi e dai fascisti rimasti fedeli a Mussolini e al suo governo fantoccio, la Repubblica di Salò) si disputarono addirittura diversi tornei: quello a nord della Linea Gotica aveva i crismi di un vero e proprio campionato. Ma c’era anche il Campionato di guerra, quello dell’Italia libera, e quello Alta Italia vinto dai vigili del fuoco. 
Molte vicende singolari riguardano poi quei giocatori che indossarono la divisa militare e che, però, al riparo dai rischi del fronte, continuarono ad allenarsi e a giocare le partite domenicali. 
Le diverse divisioni militari disputarono numerose sfide, avvalendosi di campioni come Valentino Mazzola, marinaio, cannoniere del Venezia e capitano del Grande Torino, la squadra plurititolata (vinse cinque scudetti consecutivi e una Coppa Italia) che sarebbe poi perita nella tragedia di Superga il 4 maggio 1949. 
Calciatori vi furono sia tra i partigiani sia tra i difensori della Repubblica di Salò. E le connessioni tra sport e storia erano davvero numerose e significative: Michele Moretti, l’uomo che sparò al duce eseguendone la condanna a morte, aveva giocato a lungo come terzino nella Comense; Piero Rava, terzino della Juventus e della nazionale, fu volontario nella campagna di Russia; Mario Pagotto, terzino del Bologna, venne deportato nel lager di Hohenstein, come Árpád Weisz, vincitore dei due scudetti come allenatore del Bologna, ed Egri Erbstein, allenatore del grande Torino, vittima delle leggi razziali. 
Nel libro Tavella (giornalista sportivo, ha all’attivo vari libri, tra cui ricordiamo Un uomo, un giocatore, un mito: Valentino Mazzola; Il romanzo della grande Juventus; Dizionario della grande Juventus; Il Libro nero del calcio italiano, Il romanzo del grande Torino - con il quale ha vinto i premi Selezione Bancarella Sport e Coni - e Cento anni di calcio) parla di un’altra epoca, un’altra storia. Di un calcio che possiamo definire, sia detto senza retorica, eroico, sospeso tra il pionierismo ed il sentimento, ma che accendeva i cuori e la passione di decine di migliaia di italiani, che seguivano con trepidazione e coinvolgimento le gesta dei loro beniamini e delle squadre per cui tifavano. 
Ripercorrere vicende, eventi, personaggi che risalgono ad oltre ottant’anni fa, per chi li ha vissuti, può essere una sorta di Amarcord dell’Italia pallonara che fu, mentre per i più giovani può non voler dire niente, oppure può servire a rintracciare le radici di una grande passione che viene da lontano…

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