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A Barcellona, tra i segreti e i misteri visti attraverso una finestra

Un debutto benedetto dal successo per la spagnola Lorena Franco. Fuochi d’artificio anche per le inglesi Laura Marshall e Susie Steiner  


27/08/2018

di Mauro Castelli


“Negli ultimi istanti prima del nulla mi domando se arriviamo mai a conoscere davvero le persone che ci circondano”. Con questa considerazione, legata all’incipit del suo thriller psicologico d’esordio intitolato La ragazza che guardava fuori (Piemme, pagg. 490, euro 18,90, traduzione di Francesco Peri), Lorena Franco, la nuova regina del thriller spagnolo secondo Woman, regala una pillola di saggezza - che è bene non dare per scontata - sui rapporti che ci legano agli altri: siano amici, nemici o soltanto conoscenze occasionali. In quanto, dietro il paravanto dell’apparenza, non è mai dato sapere come si muovano le intenzioni e i pensieri di chi frequentiamo o quanto meno riteniamo di conoscere. 
Ma chi è Lorena Franco? Intanto una bella ragazza di 35 anni che vive a Barcellona con un “marito paziente” e i due figli Marc e Pol (città dove è peraltro nata nel 1983) e che ha deciso di regalarsi, in abbinata al suo lavoro di attrice per il cinema e la televisione, un nuovo ruolo: quello della scrittrice. Dimostrando doti di indubbia qualità, tanto da riuscire difficile pensare a una debuttante. A fronte di una prosa scorrevole e graffiante, che invoglia alla lettura sin dalle prime battute. 
Risultato? Posizioni di vertice nelle classifiche di vendita del suo Paese con traduzioni al seguito in diverse lingue (è arrivata sugli scaffali, oltre che in Italia, in Polonia e Repubblica Ceca, a fronte di diritti già acquisiti in altre nazioni). Per non parlare del successo riscosso, tramite il passaparola, sulle piattaforme della Rete, dove aveva iniziato a postare i suoi primi racconti e dove, tanto per citare, nel 2016 era stata finalista del Concurso Indie de Amazon
A tenere la scena de Ella lo sabe (questo il titolo originale) è Andrea, una scrittrice un po’ sbalestrata e nevrotica che non riesce più a concludere un romanzo, dopo il successo ottenuto con L’ombra del vento, a causa della sua propensione all’alcol e ai tranquillanti. Andrea vive in un tranquillo quartiere della periferia di Barcellona con il marito Nico. E mentre lui va al lavoro, lei passa le sue giornate alla finestra della cucina spiando nelle case dei vicini. E in questo modo, pur conoscendoli soltanto di sfuggita, fantastica sui di loro. Finendo per coinvolgerli, a loro insaputa, in storie inventate, ricche di segreti che in realtà non esistono. 
Insomma, un modo come un altro, per Andrea, di uscire - mentre beve un caffè e li osserva - dal suo trantran quotidiano fra le mura domestiche. Cercando in questo modo ispirazione per il romanzo che sta cercando di scrivere. In effetti il suo mondo si propone alla stregua di pagine bianche on divenire, un posto dove tutto può ancora accadere. Come, ad esempio, quello che lei immagina succeda nelle vite di María e Carlos, la coppia dal matrimonio all’apparenza perfetto. Non certo come il suo, sempre più traballante e in bilico. Ciò che Andrea non sa, però, è che, stavolta, sarà proprio casa sua quella a proporsi diversa dalle altre... 
“Un giorno, inaspettato ospite, arriva infatti da San Francisco il fratello del marito, Victor. È un uomo in fuga da qualcosa che ha commesso e che lo perseguita. E quando Andrea vedrà dalla finestra proprio Victor entrare in una macchina con María, e poi tornare senza di lei, capirà che i segreti vanno cercati proprio tra le mura di casa e nella sua stessa famiglia... 
Che dire: un sorprendente canovaccio che vive di una storia che si nutre di poco, ma quanto mai viva e vitale nella sua semplicità; una storia che si rifà ai peccati di un passato al quale non si può sfuggire; che gioca su un presente condizionato da un sesso sopportato e vissuto male; che trascina il lettore in un miscuglio di fastidio, rabbia, impotenza e paura. Che sono poi i sentimenti provati dalla protagonista.

Altro debutto all’insegna dei fuochi d’artificio per l’inglese Laura Marshall, a fronte di mezzo milione di copie vendute soltanto in Inghilterra e traduzioni in corso in altri diciotto Paesi. Stiamo parlando di Friend request. Richiesta di amicizia (Piemme, pagg. 338, euro 18,90, traduzione di Rachele Salerno), un romanzo impregnato di mistero (“Maria Weston ti ha chiesto l’amicizia su Facebook.  Ma tu la conosci già. E sai che è morta da più di 25 anni”) che non mancherà di mettere a dura prova i palati più sensibili. Un thriller finalista al Bath Novel Award e al Lucy Cavendish Fiction Price, riservati ad autori esordienti, che era arrivato sugli scaffali nell’estate dello scorso anno e che, da allora, ha continuato a tenere banco nelle classifiche di vendita. 
Laura Marshall, si diceva, che ha battagliato per cercarsi un agente (“Non ci sono regole per trovarlo, semmai ci vuole fortuna”); che ha seguito un corso di scrittura creativa (il Curtis Brown) che le ha cambiato la vita; che aveva iniziato a scrivere con l’occhio rivolto ai concorsi, beneficiandone di un paio. Con il risultato di ottenere l’attenzione di una figura importante, Felicity Blunt, che avrebbe accettato di rappresentarla regalandole consigli editoriali che hanno trasformato la sua storia (“Se un racconto è buono e l’agente è giusto ci sono buone probabilità di finire sugli scaffali. Almeno nel mio caso è stato così”). Fermi restando i ringraziamenti al premio letterario Lucy Cavendish “per aver saputo vedere qualcosa di interessante in una bozza decisamente prematura”. Ringraziamenti allargati - ci mancherebbe - a Michael, l’amore della sua vita, e ai suoi ragazzi Charlie e Arthur, per averla sostenuta in questa sua prima fatica letteraria.   
Che altro? La storia si sviluppa su due diversi periodi: uno che si rapporta con il 1989, quando Louise Williams incontra per la prima volta una coetanea, Maria Weston, che si era trasferita misteriosamente nella sua scuola nel corso dell’ultimo anno. Una ragazza che aveva tutto per farsela amica: era autentica, divertente, accattivante. “E io - annota Louise - l’ho delusa”. 
Il secondo piano narrativo risulta invece legato al 2016, quando nella casella di posta di Louise - voce narrante della storia - arriva una email che ha la forza di un ordigno inesploso: “Maria Weston vuole stringere amicizia con te su Facebook”. Un errore, un fraintendimento, una omonimia o che altro? 
Ed è appunto su questa strana quanto inaspettata missiva che ruota la trama del romanzo Friend Request, pronta a farsi carico di un qualcosa che potrebbe succedere a tutti: una richiesta di amicizia da parte della persona sbagliata. Soprattutto quando è il passato che torna a materializzarsi all’insegna di troppi segreti. E, per Louise, rifarsi al passato significa anche dover risolvere i nodi che ingarbugliano ormai da troppi anni il suo cuore. Per non parlare di ciò che successe con quella persona che non gli importava di fare del male… “Forse perché è semplicemente impossibile conoscere fino in fondo gli altri”. Tanto più che “a volte non conosciamo nemmeno noi stessi”. 
In sintesi: un romanzo che si propone all’insegna della suspense e dell’emozione; che si fa leggere che è un piacere a fronte di un canovaccio ben costruito e altrettanto ben orchestrato; che si dipana sul crinale di un dirupo, con la protagonista in bilico se precipitarci dentro o meno. Con un piatto forte rappresentato dalla bravura dell’autrice nel riuscire a dare concretezza a un presente impregnato di passato, ma senza mai farlo pesare più di tanto.

Terza proposta e terza donna sugli scaffali. Anche in questo caso si tratta di una penna inglese: quella di Susie Steiner, che ha firmato Lei è scomparsa (Piemme, pagg. 444, euro 18,90, traduzione di Cristina Ingiardi), un thriller dal taglio cinematografico inserito dal Wall Street Journal fra i dieci migliori dell’anno, già opzionato per il piccolo schermo e con all’attivo 250mila copie vendute. Un romanzo del 2016 che vede in scena per la prima volta l’insofferente detective Manon Bradshaw, “la più umana, sfaccettata e irresistibile fra le poliziotte in circolazione”, già riproposta - visto che il ferro va battuto sin che caldo - in un secondo lavoro subito balzato al comando, in Inghilterra, delle classifiche della narrativa di settore. Con una terza storia in via di ultimazione nonostante l’autrice - che ha lavorato per vent’anni come giornalista, undici dei quali trascorsi nella redazione del Guardian - soffra di un fastidioso disturbo alla vista. 
Ma torniamo a Lei è scomparsa, un romanzo ben strutturato e frutto di un attento lavoro di documentazione, tanto da far annotare all’interessata, a sua volta madre di due figli: “Sono molte le persone che devo ringraziare: in primis gli uomini della Squadra omicidi e crimini violenti della polizia di Cambridge e quelli dell’Imperial College Nhs Trust, ente specializzato in autopsie e lavoro del coroner. Senza peraltro trascurare le dritte ricevute in ambito penale”. 
Ma veniamo alla sinossi. A trentanove anni Manon Bradshaw è una detective in forza alla polizia di Cambridge, quanto mai abile sia a interrogare i sospetti che a verificare le piste, per poi procedere per eliminazione; un’agente che si propone alla stregua di un concentrato di empatia anche quando rischia di toccare il fondo, tanto da entrare a pieno titolo - detto per inciso - nella vita privata del lettore. Una donna scomoda e disamorata che ha smesso da tempo di mandarle a dire: sia ai suoi superiori sia agli uomini con i quali esce senza vedere la luce in fondo al tunnel degli appuntamenti al buio. 
Di solito, “dopo quelle serate disastrose, andando a letto (da sola), accende la radio dei colleghi per addormentarsi cullata da quei ronzii a lei così familiari. La rincuora sapere che gli altri agenti sono là fuori, il bene contro il male, a occuparsi dell’ordinaria amministrazione della notte. Finché una sera, invece di sprofondare nel sonno, Manon sente qualcosa che di ordinario non ha nulla. Una chiamata per un caso di persona scomparsa: una studentessa che nessuno ha più visto dal mattino precedente”. 
Settantadue ore: tanto dura la speranza in questi casi di ritrovare in vita la vittima. Come non precipitarsi sulla scena del crimine? Così eccola in azione per cercare di far quadrare i pochi, insoliti dettagli del caso: Edith Hind, ventenne, figlia di un noto chirurgo, è infatti sparita nel nulla. Lasciando, nemmeno a dirlo, nella disperazione la madre. E che si tratti di un rapimento o qualcosa di peggio lo confermano la porta di casa aperta, il passaporto, le chiavi della macchina e il cellulare lasciati nell’appartamento, nonché una flebile scia di sangue. Manon capisce subito che c’è qualcosa di strano - lei così attenta a farsi carico dei problemi reali della vita (quelli degli altri, ovviamente) - e si prepara a indagare ben sapendo che, se vuole ritrovare Edith viva, ogni secondo è maledettamente importante. 
A questo punto si muoverà alla stregua di una eroina carica di dubbi e di contraddizioni, ma anche dotata di quel tipo di arguzia che la fa approdare al centro dei problemi. In altre parole un personaggio che cattura e intriga, che lascia il segno. Leggere per rendersene conto.

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