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È ancora possibile, e come, difendere la salute degli italiani?

Walter Ricciardi esorta la classe dirigente a mobilitarsi per difendere il Servizio sanitario nazionale che ha garantito per decenni la salute del Paese, ma che ora sta vivendo una stagione difficile   


14/02/2019

di Giambattista Pepi


L’Italia ha, come tutte le altre nazioni del mondo, pregi ammirevoli e difetti deprecabili, vizi privati e pubbliche virtù, talloni d’Achille e primati splendidi. Possiamo ritrovare il nostro Paese ora in alto, ora in basso alle classifiche mondiali a seconda della categoria o dell’ambito preso, di volta in volta, in considerazione. Ma ce n’è uno, in particolare, che vede da anni il nostro Paese ai primi posti assoluti: è quello relativo alla maggiore aspettativa di vita, preceduto solo dal Giappone e, dunque, della longevità della sua popolazione. 
Un primato che non è dovuto al caso: è il risultato infatti della politica pubblica per la tutela e la promozione del diritto alla salute, la migliore alimentazione ed igiene rese possibili dal progressivo benessere che ha raggiunto strati sempre più ampi della popolazione, nonché dei significativi progressi della medicina e della chirurgia che hanno reso possibile guarire da molte malattie ed aumentare gradatamente la qualità e la durata della vita. 
Cosa ha reso possibile raggiungere e mantenere un risultato così ragguardevole? Il Servizio Sanitario Nazionale. 
Nato nel 1978 e finanziato attraverso la tassazione generale, questo sistema sanitario pubblico ha consentito alla popolazione, senza discriminazioni di sesso, razza, fede, di condizioni economiche e personali, l’accesso - a costi contenuti - ai servizi sanitari erogati dalle aziende ospedaliere, dando effettiva realizzazione al diritto alla salute, che, come quelli all’alimentazione ed all’istruzione, trovano fondamento nella Costituzione repubblicana. 
Questo sistema, come più in generale il nostro welfare state (e volendo estendere il raggio d’azione allo Stato sociale dei Paesi occidentali per alcuni decenni considerato come un modello virtuoso e intramontabile) è entrato in crisi per tutta una serie di ragioni ed oggi rischia di naufragare rendendo difficile poter continuare a difendere il diritto alla salute se non a costi umani ed economici sempre più crescenti facendo peggiorare proprio quegli indici che hanno visto l’Italia scalare posizioni nella classifica degli indicatori sanitari mondiali. 
A questo tema Walter Ricciardi ha dedicato un saggio dal titolo La battaglia per la salute (Laterza, pagg. 99, euro 12,00), che proprio in questi giorni sta per debuttare nelle librerie.  
L’autore (già presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e presidente della Federazione mondiale delle Associazioni di sanità pubblica) traccia un excursus storico della nascita del Servizio Sanitario Nazionale, ne illustra i risultati economici e, soprattutto, sanitari a beneficio della popolazione, ma ne mette anche in luce il travaglio contemporaneo: il divario esistente nel Paese per cui nascere e vivere in una determinata regione piuttosto che in un’altra può comportare una vita più breve e più tribolata, nonché il progressivo peggioramento dello scenario demografico ed epidemiologico della popolazione italiana. 
Secondo Ricciardi il rischio più grave è che il Servizio Sanitario possa cessare di esistere. Se questa eventualità si verificasse i servizi garantiti finora dallo Stato non sarebbero più accessibili come lo sono stati finora. 
Lo scenario più inquietante è che l’Italia potrebbe diventare come i Paesi anglosassoni (Stati Uniti in primis), dove i cittadini dovranno pagare sempre di più di tasca propria le cure mediche con evidenti svantaggi per coloro che non potranno permetterselo. Insomma in definitiva sarà l’addio alla sanità pubblica. Se questa, al momento ipotetica, eventualità si verificasse, di chi sarebbe la responsabilità? La responsabilità sarebbe di tutti, risponde Ricciardi: politici, manager, medici e cittadini. 
Che fare allora? L’autore mette ordine nelle priorità degli interventi e delle categorie che devono assumersi la responsabilità di intervenire per rendere sostenibile il sistema sanitario pubblico prima che sia troppo tardi. 
A dover intervenire per primi, secondo l’autore, dovrebbe essere il ceto politico. La sanità è una materia che deve essere affrontata sia da chi è al governo, sia da chi fa opposizione. “Ci vorrebbe - scrive Ricciardi - uno sforzo bipartisan per prendere decisioni operative finalizzate a motivare il personale, a migliorare le infrastrutture, a fare investimenti tecnologici, a facilitare l’accesso dei cittadini ai servizi sanitari”. Occorrerebbe inoltre una regia nazionale coordinata con le regioni, attuare una rigorosa programmazione, stanziare adeguate risorse finanziarie, scegliere i manager sulla base dei loro curriculum e della loro esperienza e infine formare ed informare i cittadini. Ma lo stesso Ricciardi non fa mistero che realizzare tutte queste riforme è, se non utopistico, certo estremamente difficile da realizzare perché manca la volontà politica, le risorse e la capacità di coinvolgere i diversi livelli di competenze, specie dopo la riforma del Titolo V della Costituzione che ha affidato alle Regioni le competenze in materia sanitaria, lasciando allo Stato solo il mero compito del coordinamento della politica sanitaria pubblica. 
Se non vogliamo perdere la battaglia per la salute, il guanto di sfida che come Paese dovremmo raccogliere è “vedere la crisi economica e finanziaria come un’opportunità per introdurre riforme del sistema sanitario e, più in generale, del sistema di sicurezza sociale”. In altre parole, sostiene Ricciardi, “occorre cambiare in modo strutturale la sanità in Italia, cercando di introdurre politiche efficaci per prevenire le malattie, rafforzare l’eccesso a un’assistenza primaria di qualità e migliorare il coordinamento delle cure, soprattutto per le persone con patologie croniche. E i vantaggi di una simile operazione sarebbero elevatissimi, consentendo di traghettare il nostro Paese verso un porto sicuro”.

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