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È davvero il Mezzogiorno la coscienza sporca dell'Italia?

Dopo il successo di Terroni, Pino Aprile torna a parlare dell’irrisolta Questione meridionale. Sostenendo che…


24/12/2018

di Giambattista Pepi


Si può essere d’accordo o meno con quello che sostiene, ma una cosa è certa: la retorica meridionalista con lui ha cambiato pelle. Le fredde analisi delle problematiche del periodo postunitario connesse all’integrazione del Mezzogiorno nello Stato italiano (quel complesso di studi condotti nel corso del XX secolo che si definisce meridionalismo) lasciano il campo alla denuncia civile, ferma e vibrante, della Questione meridionale ancora irrisolta a oltre un secolo e mezzo dalla proclamazione del Regno d’Italia (1861). 
Nonostante il profluvio leggi, interventi e fondi approntati per decenni dalla classe dirigente il Mezzogiorno (con l’eccezione del ventennio della Cassa per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno dagli anni Cinquanta ai Settanta del Novecento che segnò una fase di promettente recupero del divario socio-economico con le regioni Centro-Settentrionali) è rimasto infatti attardato sul versante dello sviluppo economico, dell’occupazione, della coesione sociale, della valorizzazione delle risorse, della legalità e, in definitiva, dell’integrazione con il resto del Paese e con le aree più dinamiche dell’Europa. 
Dopo il successo riscosso con Terroni (2010), diventato un vero e proprio caso editoriale, e i successivi Giù al Sud, Mai più terroni, Il Sud puzza, Terroni ‘ndernescional e Carnefici, Pino Aprile (giornalista e scrittore nato in Puglia, ma residente ai Castelli Romani, già vicedirettore di Oggi e direttore di Gente) torna in libreria con L’Italia è finita. E forse è meglio così (Piemme, pagg. 342, euro 19,50). 
Opinione diffusa tra la grande maggioranza dei meridionalisti (ricordiamo qui, tra gli altri, ma l’elenco non è completo, alcuni tra i più autorevoli: Giustino Fortunato, Sidney Sonnino, Leopoldo Franchetti, Antonio Gramsci, Francesco Saverio Nitti, Gaetano Salvemini, Luigi Sturzo) e condivisa anche da una parte rilevante degli storici, economisti e intellettuali contemporanei è che l’inadeguatezza (o, per alcuni, il completo fallimento) della politica governativa della nuova Italia e delle sue classi dirigenti nei confronti del Mezzogiorno, abbia in vario modo impedito, compromesso o rallentato uno sviluppo organico del Meridione sotto il profilo sia economico, sia sociale. 
Generalmente condivisa dai meridionalisti e da molti storici ed economisti è anche l’opinione secondo la quale la politica dello Stato italiano nel Sud del Paese sia stata sempre fortemente condizionata dalle istanze di una serie di gruppi d’interesse (fra cui quelli dei proprietari terrieri, della finanza nazionale ed internazionale e della grande industria settentrionale) e dalle varie forme di consociativismo fra i centri del potere nazionale e le oligarchie locali, che spesso hanno assunto chiare connotazioni di illegalità. 
Non infrequenti sono stati gli accesi dibattiti, le incomprensioni, le critiche, spesso aspre, fra meridionalisti. Gramsci arrivò a vedere, in Giustino Fortunato e Benedetto Croce le più grandi figure della reazione italiana nel Meridione e definendole come “le chiavi di volta del sistema meridionale”. Si distingue poi il neomeridionalismo che, sviluppato a partire dagli anni Sessanta del Novecento, recupera le tesi borboniche di un Mezzogiorno industriale e più sviluppato del Nord, conquistato e depredato come una colonia interna. 
E Aprile che razza di meridionalista è? Il suo pensiero in quale filone o corrente di pensiero del meridionalismo può essere utilmente ricondotto? 
L’autore (basta scorrere i titoli dei venti capitoli in cui si articola il volume) si inscrive nel solco dei meridionalisti che sostengono la tesi che l’Italia non è mai stata una vera Nazione, non è mai stato un Paese unito. “Piuttosto è il risultato di un’operazione scellerata, di saccheggio e conquista, che ha distrutto un Sud proiettato nel futuro industriale e attuato un vero e proprio genocidio per “convincere” i riluttanti meridionali” scrive. Il riferimento è all’annessione violenta del Regno delle Due Sicilie dei Borbone al Regno Sardo- Piemontese dei Savoia, poi divenuto Regno d’Italia. 
E sarà proprio l’irrisolta Questione meridionale ad inghiottire tutto l’edificio dell’Italia unita? si domanda l’autore.  E allora cosa può fare il nostro Mezzogiorno per riprendersi il suo futuro in un’Italia sempre più irriconoscibile? Se la strada della separazione resta confinata nel regno delle utopie, bisognerà pensare a un’altra soluzione, più pragmatica e meno romanzesca, che non può essere nemmeno quella dello spirito che pervase il Rinascimento per garantire un futuro al nostro Mezzogiorno. Ma quale? È un interrogativo grave, ma, ahinoi, senza una risposta certa ed inequivocabile. E allora? Ai posteri l’ardua sentenza.

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