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A tu per tu con la depressione nel racconto di Daphne Merkin

Una resa dei conti - intrigante quanto coraggiosa - con una malattia subdola, che colpisce indipendentemente dallo stato sociale


29/01/2018

di Valentina Zirpoli


Siamo certi che la maggior parte dei lettori, noi per primi, non conoscano Daphne Merkin. Ed è un peccato, in quanto la sua penna graffiante e al tempo stessa raffinata riesce a rendere gradevole e di piacevolissima lettura persino un trattato sulla depressione. E per di più parlando della sua. Una malattia che si allarga a macchia d’olio in giro per il mondo, tanto che a soffrirne nel 2017 sono stati in 350 milioni, 4,5 dei quali soltanto in Italia. E lo ha fatto dando voce a This Close to Happy: A Reckoning with Depression, i cui diritti sono stati acquistati a tambur battente dalla Astoria che lo ha pubblicato sotto il titolo ingentilito di A un passo dalla felicità (pagg. 288, euro 18,00, traduzione di Marina Morpurgo). 
Si tratta di un libro - ironizza lo psicoanalista Adam Phillips - “per tutti coloro che non sanno nulla di depressione, oltre che per coloro che ne sanno troppo”. Un libro che ha incontrato favori a largo raggio, a partire da quelli paludati del Wall Street Journal, il cui critico ha annotato: “Non credo di essere l’unico a ringraziare Daphne Merkin per aver resistito al desiderio di morire sufficientemente a lungo da permetterci di leggere quello che di certo è il resoconto più accurato - e perciò più straziante - della depressione scritta nell’ultimo secolo. Merkin parla con onestà e bellezza di aspetti della condizione umana che di solito rimangono significativamente ignorati”. 
Ma gli apprezzamenti a questo suo lavoro - che si rapporta a uno “sguardo franco, coraggioso ed egocentrico sulle esperienze di una donna pronta a rivelarci che questa malattia mentale non è il dono indesiderato di un genio pazzo, ma una maledizione quotidiana della gente normale” - risultano allargati a macchia d’olio: psichiatri, psicoterapeuti, sceneggiatori, scrittori, stilisti, critici letterari e lettori comuni. Una dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che la depressione si è insinuata, e spesso incancrenita, ai più diversi livelli. 
Per la cronaca Daphne Merkin è nata a New York il 30 maggio 1954 nell’ambito di una famiglia importante (i suoi genitori? I filantropi Hermann e Ursula, che hanno instillato questa vocazione per la beneficienza anche a suo fratello J. Ezra, attivo nei fondi speculativi, rimasto peraltro invischiato nello scandalo Madoff). E nella Grande Mela si è laureata in Letteratura inglese presso la Columbia University, oltre a continuare a vivere nell’upper side di Manhattan con la figlia Zoe (“Che preferisce non leggere quello che scrivo, ma mi tiene a galla infondendomi amore e saggezza”) dopo essersi separata dal marito Michael Brod. E sempre qui lavora come insegnante di scrittura creativa, critica letteraria e saggista per testate di peso, come il New Yorker, Elle, New York Times, Boockforum, Vogue e Tablet Magazine
Ma torniamo al dunque, ovvero ai contenuti di A un passo dalla felicità. Con l’autrice a dissertare: “Provate solo a immaginare di dire la verità sul vostro stato d’animo nel corso di un ritrovo sociale, quando tutti si aggirano con un bicchiere di vino in mano. E a rapportarti con la solita domanda: Come stai? E tu. Non bene. Sono parecchio depressa, in effetti. Mi alzo a stento dal letto. Non ho idea di quel che è successo ultimamente nel mondo, e non mi interessa neanche. Chi potrebbe avere voglia di ascoltare una cosa del genere? In effetti questa è una tristezza della quale nessuno sembra aver voglia di parlare in pubblico, neppure in questa nostra Era dell’Indiscrezione”. Osservazione acuta, addolcita però da una inattesa annotazione: “La disperazione è sempre descritta come cupa, quando in verità possiede una luce tutta sua, un bagliore lunare, del colore dell’argento macchiato”. 
Ed è su questa falsariga che si sviluppa il resoconto della malattia che ha attanagliato l’autrice, spiegando cosa significhi soffrirne. Peraltro addentrandosi in una “coraggiosa sequenza di ricordi”, partendo dall’infanzia vissuta in un numeroso quanto invidiato clan. “Che colpiva l’attenzione altrui alla stregua di una famiglia di potenziali vincenti, favorita dai soldi e dalla spina dorsale di una tradizione ebraica ortodossa”. E via via, sino a passare alla sua età adulta, quando lei era stata consacrata fine intellettuale, sin quando la depressione aveva fatto capolino con tutte le sue negatività: a partire dall’indifferenza altrui e da una progressiva emarginazione. 
In altre parole l’estraniamento, l’allontanamento da questo peso psicologico che per gli altri si identifica in una “inspiegabile lagna”. Ma la bravura narrativa dell’autrice, donna di fine intelletto, fa sì che questo lavoro sia tutt’altro che un noioso racconto. Non un piagnisteo, quindi, sulle cause e sulle circostanze che l’hanno trascinata nell’abisso; non un motivo di conversazione “con la speranza che qualcuno capisca quello che sta succedendo dentro di te”; non una finzione per nascondersi dietro il paravento della malattia; non una filippica sui momenti in cui hai smesso di ammirare i tuoi sforzi per tirare avanti; non un panegirico sul fatto che non contano più nulla gli affetti, la scrittura, un nuovo libro o una nuova serie televisiva. Semmai l’autrice riesce a proporre il male sotto una diversa luce, “un bagliore che acceca e che ti impedisce di vedere la strada”. 
E poi, annota ancora la Merkin, un conto è se di depressione soffre una figura eroica, come Winston Churchill che combatteva contro Hitler cercando al tempo stesso di convivere con i propri demoni, un altro è se tu sei uno dei milioni di anonimi sofferenti che cercano di vivere al meglio mentre combattono gli stessi demoni. Sino ad arrivare a questa conclusione: “Per anni avevo cercato un resoconto simile alla mia battaglia contro la depressione senza trovarlo. E la scrittura di questo libro risulta in parte legata a colmare questo vuoto, oltre che a descrivere dall’interno cosa significa soffrire di depressione clinica. In modo da poter aiutare chi ne soffre e gli stessi spettatori di questa sofferenza, amici o familiari che siano”. Obiettivo, c’è da ritenere, raggiunto.

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