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È una dattilografa modesta, ma di grande intuito; non ha mai letto un giallo, ma ora deve risolverne uno. Sullo sfondo del Ventennio

Lasciato a riposo il riuscito personaggio di Vani Sarca, Alice Basso si è inventata una nuova intrigante protagonista, Anita Bo. Siamo nel 1935 e la storia si rifà a una ricerca dell’autrice nell’archivio della compagnia di assicurazioni Reale Mutua. “Dovevo scrivere un racconto. Poi, siccome da cosa nasce cosa…”  


05/10/2020

di VALENTINA ZIRPOLI


Dopo aver creato Vani Sarca nel 2015 - l’invisibile, esilarante ghost writer di una importante casa editrice e averle regalato spessore narrativo in cinque romanzi e due racconti (“Un personaggio - aveva avuto modo di annotare - il cui mestiere si avvicina al mio, anche se non è il mio. Di fatto una giovane disillusa e, se vogliamo, anche asociale, che si nasconde dietro un ciuffo di capelli neri e vestiti dello stesso colore, che si lascia andare a battute stupide ma non troppo e per la quale la vita degli altri rappresenta il suo pane quotidiano”) - Alice Basso torna sugli scaffali con una nuova protagonista: Anita Bo, una donna combattiva, tenace, acuta, sognatrice che si muove sullo sfondo di una Torino in cui si sentono i primi afflati del fascismo (siamo infatti nel 1935), a fronte di una storia in cui i gialli non sono solo libri ma maestri di vita. 
Anita che, come tiene a ricordare l’autrice in una breve postfazione, è la protagonista, nata dal caso, de Il morso della vipera (Garzanti, pagg. 316, euro 16,90). “Nel giugno 2018, la compagnia di assicurazioni Reale Mutua mi aveva chiesto di scrivere un racconto ispirandomi a un documento o a un reperto contenuto nel suo Museo storico. Lo visitai e rimasi subito colpita dalla storia, vera, di Egle, la prima donna (appunto una dattilografa) a entrare nella compagnia nel 1926”. E siccome da cosa nasce cosa, “mentre studiavo per scrivere il racconto, imparai un sacco di cose sulla vicenda della dattilografia e del lavoro femminile nel Ventennio”. Insomma, valeva la pena di non perdersela per strada quella protagonista, ricamandoci sopra, ovviamente, con una buona dose di fantasia. 
Egle che diventata Anita nel nuovo giallo di Alice Basso e ci viene presentata con queste parole: “Ogni mattina si accomoda alla Olivetti e digita digita digita. Le storie che deve trascrivere sono belle. E lei coi personaggi entra subito in confidenza. Tempo due racconti e le sembra di conoscerli da una vita. In ogni storia il protagonista di turno si ritrova in un agguato, in una sparatoria, in una rissa. E Anita ormai lo sa che il personaggio ne uscirà intero, o perlomeno con buone prospettive di ripresa, perché sono racconti seriali, giusto? Mica lo fai crepare, il protagonista che deve tornare ancora e ancora, ci arriverebbe anche un cretino; eppure a ogni lama di coltello che balugina nel buio di un vicolo, a ogni sguardo nero dell’occhio cavo della canna di una pistola, a ogni sagoma minacciosa che si staglia contro la porta di una bisca, Anita trasale e digita più in fretta per vedere come andrà a finire”. 
In buona sostanza, nel ruolo inventato dall’autrice a uso e costume del lettore, Anita Bo lavora per la popolare rivista Saturnalia e si occupa di racconti gialli americani, in cui detective dai lunghi cappotti, tra una sparatoria e l’altra, hanno sempre un bicchiere di whisky tra le mani. Nulla di più lontano dal suo mondo. Eppure le pagine di Hammett e Chandler (al loro confronto, come giallista, Alice Basso ammette di sentirsi una principiante), tradotte dall’affascinante scrittore Sebastiano Satta Ascona, le stanno facendo scoprire il potere delle parole. 
Anita ha sempre diffidato dei giornali e anche dei libri, che da anni ormai non fanno che compiacere il Regime. Ma queste sono storie nuove, diverse, piene di verità. Se Anita si trova ora a fare la dattilografa la colpa è solo la sua. Perché poteva accettare la proposta del suo amato fidanzato Corrado, come avrebbe fatto qualsiasi altra giovane donna del 1935, invece di pronunciare quelle parole totalmente inaspettate: ti sposo, ma prima voglio provare a lavorare per un po’. E ora si trova con quella macchina per scrivere davanti in compagnia di racconti che però così male non sono; anzi, sembra quasi che le stiano insegnando qualcosa. 
Forse per questo, quando un’anziana donna viene arrestata perché afferma che un eroe di guerra è in realtà un assassino, Anita è l’unica a crederle. Ma come rendere giustizia a qualcuno in tempi in cui di giusto non c’è quasi nulla? Quelli non sono anni, infatti, in cui è possibile dare spazio a una visione obiettiva della realtà. Il fascismo è in piena espansione e il cattivo non viene quasi mai sconfitto. Anita deve quindi trovare tutto il coraggio che ha e fare sua l’intuizione che le hanno insegnato i suoi amici detective per indagare e scoprire quanto la letteratura possa fare per renderci liberi. 
Per la cronaca Alice Basso, che da tempo vive in un borgo medievale dalle parti di Torino, è nata a Milano nel 1979, dove ha frequentato il liceo classico per poi laurearsi in Storia contemporanea alla Scuola Normale Superiore di Pisa e guadagnarsi anche un master in Comunicazione e media. Lei che strada facendo ha lavorato a lungo per diverse case editrici come redattrice, traduttrice dall’inglese e valutatrice di proposte editoriali, proponendosi anche come autrice di testi per aziende di prodotti multimediali nonché coordinatrice dei tutor di un master telematico in Comunicazione per l’Università degli Studi di Torino. Lei che lo scorso anno (“Mi piace infatti disegnare e dipingere”) aveva esordito come illustratrice per il saggio C’era una svolta di Barbara Fiorio; lei che, tre anni fa, ha realizzato, insieme alla band Soundscape 2.0, il “musical da camera” Signorina Bertero, dattilografa, un musical drammatizzato e inframmezzato da canzoni originali, ispirato alla citata Egle, prima dattilografa della Reale Mutua. “E ci siamo divertiti al punto che intendiamo realizzarne un altro”. 
Così come mi ha intrigato la storia di questa dattilografa, “che ho travasato come Anita Bo nella narrativa gialla, inaugurando un nuovo ciclo di romanzi a sfondo storico”, e per questo lasciando in panchina la collaudata Vani. In ogni caso “ho pianto come la cascata delle Marmore quando ho deciso di dire basta - me lo ero d’altronde prefissato - a questo personaggio al quale ero molto legata”. 
Che altro di Alice Basso? Una penna geniale, narrativamente maliziosa, di piacevole lettura, pronta a definirsi logorroica (“Se a volte sto zitta è perché il mio interlocutore mi incute soggezione, ma poi mi rifaccio…”), chiacchierona, grafomane e prolissa (“Dio benedica le forbici”, ironizza). A fronte di uno stile fresco, originale, certamente molto personale. 
Lei che - come abbiamo già avuto modo di annotare - gioca a prendersi in giro, giurando di proporsi solare e diretta, divertente e concreta; lei capace di divagare catturando il lettore con una scrittura a pronta presa; lei che fra i suoi autori preferiti annovera William Goldman (“Il suo The Princess Bride contiene tutto: avventura, profondità e acume”), Mordecai Richler con La versione di Barney, John Steinbeck con La valle dell’Eden, ma anche J.K. Rowling con il suo Harry Potter (in questo caso per via dei quattrini incassati), i lavori di John Fante e gli autori che arrivano dal Grande Freddo. Lei che, soprattutto, trabocca di stima (“Li considero dei benefattori”) per gli scrittori che non si prendono troppo sul serio e sanno far ridere all’insegna dell’ironia”. 
E ancora: lei che spesso, fingendo di avere ancora vent’anni, “scrive canzoni, suona il sassofono e canta per un paio di rock band”; lei che “ama cucinare (male), guidare (ancora peggio) e di sport nemmeno a parlarne”; lei che ha un debole dichiarato per il colore rosso, anzi bordeaux, che non è però quello del sangue, semmai un miscuglio di giallo e noir con spruzzate di rosa. Insomma, mica una tipa che si incontra tutti i giorni…

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