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Alberto Giacomelli, storia di un magistrato esemplare

Salvo Ognibene racconta, attraverso le testimonianze di chi lo ha conosciuto e frequentato nel Palazzo di Giustizia di Trapani, la personalità di un uomo integro e pieno di umanità assassinato da Cosa Nostra nel 1988


24/09/2018

di Tancredi Re


“Sono due gli anni siciliani che annun­ciano quello che possiamo definire l’«atto finale», le stragi d’estate del 1992, prima di Giovanni Falcone, poi di Paolo Borsellino. Sono sempre due gli anni, il 1988 ed il 1989, che sono serviti a «preparare» il cratere di Capaci e lo sconvolgente attentato - appena cinquantasei giorni dopo - di via Maria­no D’Amelio”. Così Attilio Bolzoni, giornalista e per molti anni inviato di Repubblica in Sicilia ricorda nella prefazione al volume Un uomo perbene (EDB, pagg. 117, euro 12,00) di Salvo Ognibene, la Sicilia della fine degli anni Ottanta. Una Sicilia fatta di connivenze, depistaggi, veleni, un venefico brodo di coltura nel quale Cosa Nostra (la commissione guidata dal feroce Totò Riina) avrebbe concepito e pianificato la stagione delle stragi, cominciate prima a Palermo il 12 marzo con l’assassinio del parlamentare DC, Salvo Lima, proseguita con la strage di Capaci il 23 maggio in cui fu ucciso Giovanni Falcone (assieme alla moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta)  e completata con la morte di Paolo Borsellino il 19 luglio (persero la vita anche 5 agenti della scorta e 23 persone rimasero ferite). Poi nel 1993 scattarono gli attentati a Roma, Firenze e Milano. 
La decisione della mafia siciliana di alzare il mirino e colpire in alto con attentati a scopo di intimidire le autorità dello Stato (Governo, Parlamento, magistrati e forze dell’ordine) fu la reazione violentissima sia alle condanne del maxi processo di Palermo (il più grande processo penale di tutti i tempi celebrato proprio nel capoluogo dell’isola, che in primo grado comminò 19 ergastoli e pene detentive per 2665 anni di reclusione, quasi tutte confermate dalla Corte di cassazione il 30 gennaio 1992), sia ai provvedimenti legislativi varati dal Governo Amato e dal ministro di Giustizia, Claudio Martelli (il decreto legge 6 giugno 1992 n. 306 che inasprì l’articolo 41 bis in tema di carcere duro per i detenuti per reati di mafia). 
Quegli anni, come si può comprendere da queste righe, furono anni difficili per il Paese sconvolto dagli attentati, dalla paura, ma anche dalle indagini, dai processi e dalle condanne dei mafiosi che sarebbero seguite fino al 2012 e dalle inchieste sulla trattativa Stato – mafia e sui mandanti occulti delle stragi compiute in Sicilia nel 1992. 
Ma facciamo un passo indietro. Nell’estate del 1988 era esploso il «caso Palermo», con il suo Tribunale ormai chiamato il «Palazzo dei veleni», le infuo­cate polemiche sulla mancata nomina di Giovanni Falcone a consigliere istruttore, il cambio improvviso dei vertici della po­lizia palermitana, i timori degli ambienti politici romani, le speranze dei siciliani. Un’estate inquieta. E’ proprio nell’autunno di quell’anno, il 1988, che vengono brutalmente assassinati due magistrati: prima Alberto Giacomelli e qualche settimana dopo Antonino Saetta. 
La morte di Giacomelli fu avvolta nel mistero e per moltissimi anni non si conobbero né i mandanti, né le motivazioni. “Un delitto “senza”. “Senza clamore – spiega Bolzoni -. Senza assassini (mai tro­vati), senza movente per lungo tempo, senza lapidi e celebrazioni per ricordare l’uomo e il magistrato, un delitto senza niente e senza tutto”. Ma chi era Giacomelli? Perché fu assassinato? 
Alberto Giacomelli era entrato in Magistratura nel 1946. Aveva svolto la propria attività prima alla Procura di Trapani, per poi essere pretore a Calatafimi e Trapani dal 1951 al 1954. Dal 1971 giudice al Tribunale di Trapani, fu dal 1978 Presidente di Sezione dello stesso Tribunale, fin quando andò in pensione il 1º maggio 1987. Aveva lasciato la toga, dunque, da oltre sedici mesi, quando alle 8 del mattino del 14 settembre 1988, i carabinieri di Trapani a Locogrande (contrada nelle vicinanze della città siciliana) trovarono il cadavere dietro l’autovettura di proprietà dell’ex-magistrato. Era stato assassinato con due colpi di pistola: uno all’addome ed uno alla testa. 
Più che un delitto, apparve subito un’esecuzione. Un’esecuzione di stampo mafioso avrebbero appurato le prime indagini compiute dagli inquirenti. Perché? Un primo processo celebrato davanti la Corte d’Assise di Trapani portò alla momentanea condanna di alcuni soggetti ritenuti gli esecutori dell’eccidio. Che poi vennero assolti in appello. Negli anni successivi, grazie alle rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia, si giunse alla condanna all’ergastolo di Totò Riina, il capo di Cosa Nostra, considerato il mandante dell’omicidio. E si scoprì anche la ragione: nel 1985, quando era ancora in servizio, Giacomelli, aveva firmato il provvedimento di sequestro di beni a Gaetano Riina, il fratello del grande boss.  Quello di Alberto Giacomelli resta l’unico caso di omicidio di un magistrato in pensione nella storia d’Italia. 
A questo integerrimo magistrato, cittadino esemplare, e gentiluomo d’altri tempi, l’autore - un avvocato - ha dedicato un libro intenso, profondo, vibrante. Arricchito dalle testimonianze di chi ha conosciuto Giacomelli (“u zù Betto”, cioè lo zio Betto): don Giuseppe Giacomelli, Pietro Sirena, Francesco Brucia, Alberto Sinatra e Dino Petralia. “Quello che vi consegno è il racconto della vita di Alberto Giacomelli, più come uomo che come giudice” scrive nell’introduzione Ognibene -. È la storia di un uomo mite, sempre pronto al dialogo ed a prendersi cura delle persone. Un uomo al quale il nostro Paese deve essere profon­damente grato.
Scavando nella sua storia, grazie soprattutto alla testimonianza di chi lo ha conosciuto all’interno del Palazzo di Giustizia di Trapani e di chi ne ha con­servato il ricordo, torna subito in mente l’imperativo categorico del filosofo tede­sco Immanuel Kant, che nella Critica della ragion pratica scriveva: “Agisci in modo da trattare l’umanità, tanto nella tua persona quanto nella persona di ogni altro, sempre anche come un fine, e mai unicamente come un mezzo». L’umanità, ecco. Quello che ha sempre distinto Alberto Giacomelli”.

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