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Alice e quell'Europa degli anni Trenta annientata dalla guerra

La scrittrice Theresa Révay, con grande abilità, unisce personaggi inventati e protagonisti veri di un’epoca così folle da sembrare irreale


03/09/2018

di Tancredi Re


Alice Clifford, intrepida reporter, corrispondente per il New York Herald Tribune, si reca in Abissinia (l’antico nome dell’Etiopia, dove si era già svolta la prima guerra italo-etiopica tra il dicembre 1895 e l’ottobre 1896) nella primavera del 1936. È stata inviata dal suo giornale nelle terre dell’Impero d’Etiopia per documentare l’orrore del conflitto che si sta combattendo da mesi tra le truppe del Negus e i militari dell’esercito italiano inviati dal Duce, Benito Mussolini, che vuole ridare all’Italia e alla Casa reale dei Savoia un nuovo impero dopo quello grandioso dell’Antica Roma. E prendersi così la rivincita dopo l’umiliante sconfitta italiana per mano delle truppe dell’imperatore Menelik II. 
Ricorrendo alle bombe all’iprite, vietate dalle convenzioni internazionali, l’aviazione italiana ha ridotto allo stremo l’esercito di Hailé Selassié I (al secolo Tafarì Maconnèn) ultimo imperatore d’Etiopia dal 1930 al 1936, e dal 1941 al 1974. L’ultimo erede della dinastia Salomonide, che secondo la tradizione avrebbe origine dal re Salomone e dalla regina di Saba, è in ginocchio, si arrende e si reca in esilio. I militati italiani entrano da vincitori ad Addis Abeba. 
Impulsiva e sfrontata, con i capelli biondi e gli occhi azzurri, Alice ha scelto quell’esistenza sul filo del rasoio spinta dal desiderio di avventura e dall’urgenza di raccontare la verità ai lettori del New York Herald Tribune
L’infanzia segnata da un grave trauma, ha cercato d’imporre a sé stessa la solitudine quasi come una penitenza, avendo imparato a proprie spese quanto sia pericoloso lasciarsi consumare dagli altri. In Abissinia, tuttavia, quel rigore è destinato a durare poco. Due incontri la rendono consapevole della sua impossibilità di essere padrona di sé fino all’ossessione. 
Il primo incontro con Karlheinz Winther, corrispondente del Volkischer, organo ufficiale del Partito nazionalsocialista tedesco. Uomo affascinante dal fisico imponente, Winther è oggetto di veri e propri racconti leggendari. Alcuni dicono che, incaricato di far saltare la Transiberiana durante la Grande guerra, sia stato arrestato dai russi e rinchiuso in un campo di prigionia in Siberia, dal quale però sia riuscito a fuggire raggiungendo a piedi la Mongolia in pieno inverno. Altri affermano che dopo un duello con un ufficiale delle SS, marito di una sua amante, sia stato costretto ad allontanarsi da Berlino. 
Il secondo incontro è con il principe Umberto Ludovici, un diplomatico italiano spedito in Abissinia da Galeazzo Ciano, un uomo con uno sguardo sincero, i modi e tratti signorili e franchi e un indomabile desiderio di libertà che ne fa quasi un adolescente smarrito. 
Quello di Theresa Révay, La vita danza solo per un istante (Beat, pagg. 427, euro 18,00, traduzione di Roberto Boi), è un avvincente romanzo storico che spazia dai palazzi di Roma, alla cornice di Alessandria d’Egitto, dalle montagne dell’Etiopia, alle pianure di Castiglia. Da par sua, l’autrice (traduttrice dal tedesco e dall’inglese e che in Italia per Beat ha pubblicato L’altra riva del Bosforo e Le luci bianche di Parigi) descrive impeccabilmente l’Europa degli anni Trenta e Quaranta e offre, al contempo, l’indimenticabile ritratto di una donna per la quale la vita danza solo per un istante.

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