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Alla scoperta delle “magiche” città italiane anche viaggiando in maniera virtuale e con la fantasia


21/12/2020

di VALENTINA ZIRPOLI


Le stringenti misure nazionali dettate dall’attuale emergenza sanitaria da Covid-19, che ormai da tempo ci costringono confinati, alternativamente, a casa, all’interno del proprio comune di residenza o della propria regione di appartenenza, con limitate possibilità di spostamento, ci spingono a viaggiare maggiormente in maniera “virtuale” e con la fantasia. 
In attesa che tempi migliori ci consentano una normale ripresa anche di questa attività, che cosa c’è di meglio che andare alla scoperta delle città “magiche” di Italia, ovvero quelle località che custodiscono luoghi, monumenti e simboli misteriosi e affascinanti? 
Vediamone qui di seguito alcune che sicuramente stuzzicheranno la nostra fantasia e ci daranno forse qualche interessante spunto per programmare la nostra prossima meta.

Lo Studiolo alchemico di Francesco I de’ Medici a Firenze


Lo Studiolo alchemico voluto da Francesco I de Medici, il principe alchimista, nel cuore di Palazzo Vecchio a Firenze era una sorta di antro, denso di arcani e antichi misteri. Un intreccio di simboli si cela sotto le eleganti pitture e decorazioni. 
Lo Studiolo è uno degli ambienti più famosi di Palazzo Vecchio a Firenze ed è una delle creazioni più alte e originali del manierismo fiorentino, frutto della collaborazione tra l'intellettuale Vincenzo Borghini e un team di artisti capeggiati da Giorgio Vasari. 
Si tratta di un piccolo ambiente, oggi comunicante con il Salone dei Cinquecento, dove il granduca Francesco I de' Medici amava ritirarsi in solitudine coltivando i propri interessi scientifici e magico-alchemici. Lo studiolo in particolare doveva essere una sorta di Wunderkammer, luogo dove catalogare i più vari materiali collezionati da Francesco, mentre gli esperimenti veri e propri si svolgevano nel laboratorio del Casino di San Marco. 
Nell'agosto del 1570 Vincenzo Borghini, intellettuale della corte medicea, dettava al Vasari il programma di decorazione di una stanza di Palazzo Vecchio, adiacente anche alla camera da letto di Francesco I e comunicante con lo Studiolo di Cosimo I, padre di Francesco, anche questo un piccolo ambiente segreto. Fu quindi completato tra il 1570 e il 1572 da un gruppo di artisti supervisionati da Giorgio Vasari e dal suo discepolo Giovan Battista Adriani. 
Fu però smantellato nel 1590, non molto tempo la scomparsa del granduca (1587), che presto l'aveva abbandonato in favore di Pratolino: le pitture che lo decoravano vennero disperse tra le varie raccolte di opere d'arte della città. 
Nel 1920 si decise di ripristinare questo ambiente, ricreando il pavimento e i pannelli lignei sui quali sono poggiate le pitture (in realtà ciascun pannello copre un armadio o una porta). Le pitture sono state ricollocate basandosi sui temi degli affreschi sulla volta, dove sono rappresentati i quattro elementi. All'epoca del riallestimento mancarono due pannelli, non si sa se dispersi o mai realizzati. L'unica parte originale è quindi la zona del soffitto, ma l'insieme comunque ancora oggi di grande suggestione.
La stanza rettangolare è coperta da una volta a botte, affrescata dal Poppi e da Jacopo Zucchi. 
Al centro del soffitto l'affresco con Prometeo e la simmetria delle specie, che da Pandora riceve il proiettile simboleggiandone la corruzione, era il punto di partenza per tutto il ciclo decorativo; attorno vi sono le personificazioni dei Quattro elementi (Aria, Acqua, Terra e Fuoco), che determinano il tema per il lato corrispondente. Nei riquadri accanto agli Elementi sono affrescate coppie di fanciulli abbracciati, che simboleggiano le qualità risultanti dalle fusioni a due a due dei vari Elementi. Sull'asse centrale, ai lati, l'impresa di Francesco I de' Medici (Donnola) e l'Allegoria dei legami tra i quattro elementi. Nei quattro riquadri angolari, infine, sono rappresentate alcune entità alchemiche. 
Sulle due lunette alle estremità sono collocati i ritratti dei genitori di Francesco: Cosimo I e Eleonora di Toledo di Alessandro Allori, tra raffigurazioni delle stagioni e dei segni zodiacali a esse associati. 
Le pareti sono decorate da due registri di pannelli dipinti, tre per fila per ciascun lato minore e otto sul lato maggiore; in quello superiore agli angoli sono presenti nicchie con statue in bronzo, che rappresentano figure mitologiche correlate agli Elementi. In totale quindi sono presenti otto nicchie per le statue e 36 dipinti, meno due dispersi (in uno è stata collocata la porta sul salone dei Cinquecento, aperta nel 1920, in un altro è stata lasciata la cornice vuota). 
Dietro ogni pannello si trovano armadi, con l'eccezione di una presa d'aria, e delle porte che conducono alla stanza da letto di Francesco, e ad altre due stanzette "segrete" (lo studiolo di Cosimo e il presunto Tesoro); la porta principale sul Salone dei Cinquecento è un'aggiunta recente. 
Le varie pitture (soggetti mitologici e pagani) dovevano forse suggerire i vari materiali conservati in ciascuno sportello. 
Tra i pannelli più interessanti ci sono le Sorelle di Fetonte di Santi di Tito, il Lanificio di Mirabello Cavalori, la Pesca delle perle di Alessandro Allori, le Miniere di diamanti di Maso da San Friano, le Terme di Pozzuoli di Girolamo Macchietti, ecc. 
Particolarmente interessante è il pannello della Fucina o Laboratorio d'alchimia, dipinto da Giovanni Stradano, dove Francesco si fece ritrarre a sinistra nelle vesti di un artigiano, impegnato nel lavoro della fonderia: un chiaro segno della personalità inquieta di Francesco, che preferiva le sue attività scientifiche alla politica ed al cerimoniale di corte. Non è da escludere che Jacopo Zucchi eseguisse per lo Studiolo mediceo delle meraviglie i pittoreschi bozzetti su rame, due dei quali a Roma nella Galleria Borghese con Il profeta Daniele e la manna (Allegoria della creazione) e la Pesca delle perle e del corallo (Scoperta dell'America), che illustra la fauna delle Isole Canarie e l'origine dei fossili, la storia naturale nel genere della natura morta, completando la serie agli Uffizi delle Età dell'uomo.

I corpi “pietrificati” di Girolamo Segato a Firenze


Sempre a Firenze è possibile scoprire i misteriosi corpi “pietrificati” di Girolamo Segato. 
Girolamo Segato era un cartografo, naturalista ed egittologo italiano nato a Sospirolo, in provincia di Belluno, il 13 giugno 1792, e morto, a Firenze, il 03 febbraio 1836. 
A partire dal 1818 partecipò a diverse spedizioni archeologiche in Egitto, divenendo quindi egittologo, esperto nelle tecniche di mummificazione. Si fece calare anche in un pozzo dentro la grande piramide a gradoni di Saqqara e ne riuscì dopo tre giorni. 
Al suo ritorno in Italia dall'Egitto, nel 1823, si stabilì a Firenze. Qui decise di approfondire i suoi studi di egittologia, concentrandosi sulle tecniche di imbalsamazione. In quegli anni mise a punto una particolare tecnica, in parte simile alla mummificazione, ma assolutamente unica: consisteva in una mineralizzazione, impropriamente chiamata pietrificazione. La particolarità di questo processo consiste nella conservazione dei colori originali dei tessuti trattati, i quali mantengono anche la loro consistenza ed elasticità. Segato applicherà questa sua tecnica a decine di preparati, soprattutto parti di anatomia umana e verrà per questo motivo soprannominato Il Pietrificatore. 
Ancora oggi presso l'Università degli studi di Firenze, si possono trovare reperti pietrificati perfettamente conservati, come pure presso la Reggia di Caserta. 
Ostacolato dalla società del suo tempo, si sparse la diceria che avesse appreso le sue conoscenze dalla magia egiziana. Fu difeso da papa Gregorio XVI, suo concittadino. Infine, prima di morire, fu spinto a distruggere tutti i suoi appunti in seguito al rifiuto del Granduca di Toscana, al quale aveva offerto un tavolo di carne pietrificata, di finanziare le sue ricerche. Si portò quindi nella tomba il segreto della tecnica da lui messa a punto, la quale, nonostante i numerosi studi e tentativi di imitazione, resta tutt'oggi misteriosa. 
Si dice che in punto di morte volesse rivelare il suo segreto all'amico Pellegrini (soprannominato Pellegro), ma la morte lo colse anzitempo. Degli studi di Segato non ci rimangono che i campioni da lui pietrificati. 
Morì nel 1836, a soli 44 anni, e fu sepolto, insieme ai suoi segreti, nella Basilica di Santa Croce; la sua lapide recita: "Qui giace disfatto Girolamo Segato, che vedrebbesi intero pietrificato, se l'arte sua non periva con lui. Fu gloria insolita dell'umana sapienza, esempio d'infelicità non insolito".

La Basilica di San Nicola di Bari


Un monumento che rappresenta un vero concentrato di misteri è la Basilica di San Nicola a Bari. Ad esempio, si dice che nella cripta del Santo si formerebbe della “manna”. Inoltre sulle pareti sono presenti ornamenti che si legherebbero alla saga di Re Artù e, secondo alcuni, i cavalieri Templari avrebbero nascosto proprio qui il Sacro Graal. 
La basilica, situata nel cuore della città vecchia di Bari, è uno degli esempi più significativi di architettura del romanico pugliese. 
Fu costruita in stile romanico tra il 1087 e il 1197, durante la dominazione normanna. L'edificazione della Basilica è legata alle reliquie di san Nicola, trafugate da sessantadue marinai baresi dalla città di Myra, in Licia, e giunte a Bari il 9 maggio 1087. 
Le reliquie vennero ospitate provvisoriamente presso il monastero di san Benedetto retto dall'abate Elia, il quale promosse subito l'edificazione di una nuova grande chiesa per ospitarle. Fu scelta l'area che sino a pochi anni prima aveva ospitato il palazzo del catapano (governatore) bizantino, distrutto durante la ribellione per le libertà comunali e che Roberto il Guiscardo aveva donato l'anno prima all'arcivescovo Ursone. I lavori furono avviati a luglio dello stesso anno. Il 1º ottobre 1089 le reliquie furono trasferite nella cripta della Basilica da papa Urbano II giunto appositamente a Bari. 
La costruzione della Basilica, frutto di almeno tre fasi successive, si concluse nel 1197, anno a cui risale una pergamena che parla della Basilica già "constructa". La lapide di consacrazione del 1197 che alcuni interpretano come fine dei lavori era un atto devozionale dell'imperatore Enrico VI che, a ricordo del padre Federico Barbarossa, partiva per la Crociata chiedendo la benedizione di san Nicola. 
Nel 1968, Paolo VI elevò il tempio alla dignità di Basilica pontificia promulgando la costituzione apostolica Basilicae Nicolaitanae. 
La basilica, considerata uno dei prototipi delle chiese romanico-pugliesi, sorge isolata a poca distanza dal mare. 
In questa Basilica si trovano tracce significative del mito di Re Artù e della reliquia indissolubilmente legata a questa figura leggendaria: il Santo Graal. 
Innanzitutto la manna, simbolo biblico di abbondanza, accomunata alle ossa di San Nicola. 
C'è chi ipotizza che il Sacro calice passò per le mani del vescovo di Myra. 
Un'altra circostanza porta a considerare la Basilica di San Nicola come un luogo legato al Graal e a Re Artù: qui è conservata anche una riproduzione della Lancia di Longino, un'altra importante reliquia della cristianità. Si tratta infatti della Lancia che il centurione Longino usò per trafiggere il costato di Gesù sulla croce. E il sangue di quella ferita sarebbe stato raccolto in una coppa. Il Graal appunto.

Il Museo del Purgatorio di Roma


La Capitale è luogo ricco di luoghi e simboli affascianti a misteriosi. Tra questi degno di nota è sicuramente il Museo del Purgatorio, un'esposizione di documenti e testimonianze che proverebbero l'esistenza del Purgatorio e delle anime di defunti che vi soggiornano, in attesa di ascendere in Paradiso. Il museo si trova a Roma, in lungotevere Prati, presso la sagrestia della chiesa del Sacro Cuore del Suffragio. 
La chiesa del Sacro Cuore del Suffragio fu edificata nel 1890 su di un terreno acquistato da don Victor Jouët, missionario marsigliese fondatore dell'Associazione del Sacro Cuore di Gesù per il suffragio delle anime del Purgatorio.  
Il 15 settembre 1897, pochi anni dopo la sua costruzione, scoppiò un incendio nell'edificio e una piccola cappella dedicata alla Vergine del Rosario fu devastata dalle fiamme. 
Tra le tracce lasciate dall'incendio dietro l'altare, don Victor Jouët credette di riconoscere l'immagine di un volto umano dall'espressione infelice. La manifestazione lo spinse a credere che l'anima di un defunto in pena e condannata al Purgatorio volesse mettersi in contatto con i vivi. Il missionario stesso, colpito dall'avvenimento, decise di viaggiare nel resto dell'Europa per cercare documenti e testimonianze di fatti analoghi. Riuscì a raccogliere parecchi oggetti provenienti quindi non solo dall'Italia, ma anche dalla Francia, dal Belgio e dalla Germania. 
Il materiale raccolto, il cui reperto più antico risale al 1637, fu esposto nella sagrestia della chiesa e alla collezione fu dato il nome di Museo cristiano d'Oltretomba. 
I documenti conservati dimostrerebbero che i defunti, dovendo passare un certo periodo nel regno ultraterreno del Purgatorio allo scopo di purificarsi dai loro peccati, cercano di attirare l'attenzione dei vivi per chiedere loro preghiere e messe di suffragio, affinché sia facilitato il loro passaggio in Paradiso. 
La collezione fu incrementata dal fondatore con la benedizione di san Pio X, convinto quest'ultimo che la collezione fosse in grado di richiamare i fedeli al loro doveri cristiani nei confronti dei defunti. La raccolta subì un drastico ridimensionamento anni dopo la morte di Victor Jouët, avvenuta nel 1912. Nel 1921, infatti, padre Gilla Vincenzo Gremigni, l'allora responsabile della chiesa, volle ridurre l'esposizione dei cimeli a quelli che potessero essere ritenuti indiscutibilmente autentici ed esposti con una minore pubblicità. 
La collezione è conservata in un'unica sala presso la sagrestia della chiesa ove sono raccolti documenti e foto che documenterebbero le manifestazioni ultraterrene delle anime dei defunti, tra cui un libro di preghiere in cui si riconoscerebbe l'impronta di una mano impressa su una pagina, delle impronte infuocate sugli abiti talari e sulla camicia di Isabella Fornari, badessa delle Clarisse di Todi nel 1731, la federa di un cuscino impressa a fuoco dall'anima di una suora morta di tisi nel 1894, apparsa a una consorella per convincerla a pregare per la salvezza della sua anima e altre reliquie tra cui le tracce lasciate dal passaggio di una donna defunta sul berretto del vedovo mentre gli chiedeva di recitare delle preghiere per affrettare il suo passaggio in Paradiso. Tra i documenti esposti si può osservare la fotocopia di una banconota da dieci lire, in parte bruciata, che lo spirito di un sacerdote trapassato avrebbe lasciato tra l'agosto e il novembre del 1920 nel monastero di San Leonardo di Montefalco, insieme ad altre ventinove banconote, per convincere i suoi confratelli a fargli dedicare una messa. 
Una delle reliquie con le impronte più nitide è la camicia da notte appartenuta a Giuseppe Leleux di Wodecq che reca impressa sulla manica la bruciatura della mano della madre morta nel 1762. L'evento sovrannaturale sarebbe avvenuto nel 1789 quando la defunta apparve al cospetto del figlio durante la notte, rimproverandolo per la vita dissoluta che stava conducendo e per il fatto di averla dimenticata nelle sue preghiere. Il figlio rimase così colpito dalle parole dello spettro da dedicarsi da allora in poi alla Chiesa tornando sulla retta via e morendo addirittura in odore di santità.

La Cappella San Severo a Napoli


Nel capoluogo partenopeo ad essere considerata magica è la Cappella San Severo, detta anche chiesa di Santa Maria della Pietà o Pietatella, tra i più importanti musei di Napoli. 
Situata nelle vicinanze della piazza San Domenico Maggiore, questa chiesa, oggi sconsacrata, è attigua al palazzo di famiglia dei principi di Sansevero, da questo separata da un vicolo una volta sormontato da un ponte sospeso che consentiva ai membri della famiglia di accedere privatamente al luogo di culto. 
La cappella ospita capolavori come il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, conosciuto in tutto il mondo per il suo velo marmoreo che quasi si adagia sul Cristo morto, la Pudicizia di Antonio Corradini e il Disinganno di Francesco Queirolo, ed è nel suo insieme un complesso singolare e carico di significati. 
Essa ospita anche numerose altre opere di pregiata fattura o inusuali, come le macchine anatomiche, due corpi totalmente scarnificati dove è possibile osservare, in modo molto dettagliato, l'intero sistema circolatorio. 
Oltre ad essere stato concepito come luogo di culto, il mausoleo è soprattutto un tempio massonico carico di simbologie, che riflette il genio e il carisma di Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, committente e allo stesso tempo ideatore dell'apparato artistico settecentesco della cappella. 
L'opera più celebre della Cappella Sansevero è senza dubbio il Cristo velato, posto al centro della navata centrale. Si trattava di un Cristo, sdraiato su un materasso, con il capo sorretto da due cuscini e inclinato lateralmente, il cui corpo è ricoperto da un velo che aderisce perfettamente alle forme del viso e al corpo stesso, tanto che sono visibili le ferite del martirio. Al lato si trovano gli strumenti del supplizio: una realistica corona di spine, una tenaglia e dei chiodi, uno dei quali sembra quasi pizzicare il velo del sudario. 
È proprio il velo l'elemento della statua più notevole e che meglio evidenzia l'abilità dello scultore. Analogamente a quanto avviene con la Pudicizia del Corradini, il velo copre il corpo, senza però celarlo; Sanmartino riuscì però a imprimere al panno una plasticità e un movimento che si discostano dai più rigidi canoni del maestro veneto. Il velo aderisce alle ferite del corpo del Cristo e al costato scavato, mettendone ancora più in luce, anziché nasconderle, il dolore e la sofferenza. 
La fama di alchimista e inventore che ha accompagnato Raimondo di Sangro ha fatto nascere la leggenda che l'incredibile trasparenza del velo sia dovuta al fatto che si tratterebbe in realtà di una vera stoffa, misteriosamente trasformata in marmo per mezzo di qualche processo chimico di invenzione del Principe. In realtà una attenta analisi non lascia dubbi sul fatto che l'opera sia stata realizzata interamente in marmo, e questo è anche confermato da alcune lettere dell'epoca a firma del principe di Sangro, nelle quali egli afferma che il sudario è stato «realizzato dallo stesso blocco della statua».

La Sacra Sindone e la chiesa della Grande Madre a Torino

Città “magica” per eccellenza è sicuramente Torino. 
Si dice che il capoluogo piemontese sia attraversato da misteriose energie ordinatamente incanalate lungo precisi percorsi scanditi da monumenti zeppi di simboli esoterici. Torino sarebbe addirittura uno dei vertici del triangolo della magia bianca assieme alle città di Praga e Lione, e al tempo parteciperebbe al triangolo della magia nera con Londra e San Francisco. 
Qui è conservato uno degli oggetti più misteriosi in assoluto: la Sacra Sindone.


La Sindone di Torino, nota anche come Sacra Sindone o Santa Sindone, è un lenzuolo di lino conservato nel Duomo di Torino, sul quale è visibile l'immagine di un uomo che porta segni interpretati come dovuti a maltrattamenti e torture compatibili con quelli descritti nella passione di Gesù. Alcune persone identificano l'uomo con Gesù e il lenzuolo con quello usato per avvolgerne il corpo nel sepolcro. 
Il termine "sindone" deriva dal greco σινδών (sindon), che indicava un ampio tessuto, come un lenzuolo, e che se specificato poteva essere di lino di buona qualità o tessuto d'India. Anticamente il termine "sindone" era generico e non collegato alla sepoltura, ma oggi il termine è ormai diventato sinonimo del lenzuolo funebre di Gesù. 
Nel 1988, l'esame del carbonio 14 sulla Sindone, eseguito contemporaneamente e indipendentemente dai laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo, ha datato la sindone in un intervallo di tempo compreso tra il 1260 e il 1390, periodo corrispondente all'inizio della storia della Sindone certamente documentata. Ciononostante, la sua autenticità continua a essere propugnata da una serie di autori. 
Le esposizioni pubbliche della Sindone sono chiamate ostensioni (dal latino ostendere, "mostrare"). Le ultime sono state nel 1978, 1998, 2000, 2010, 2013 (quest'ultima soltanto televisiva), dal 19 aprile al 24 giugno 2015 e l'11 aprile 2020 (anche quest'ultima solo televisiva, in occasione del sabato santo occorso durante la pandemia di Covid-19).

 


Un altro luogo particolarmente denso di mistero è la chiesa Gran Madre, ricca di simbolismo esoterico. Alcuni credono che vi si trovi anche il Santo Graal. 
La chiesa della Gran Madre di Dio è uno dei più importanti luoghi di culto cattolici di Torino. Situata nella piazza omonima, si trova sulla riva destra idrografica del fiume Po, nel quartiere Borgo Po, immediatamente prospiciente al Ponte Vittorio Emanuele I e alla centrale piazza Vittorio Veneto; insieme a questi scorci, uniti alla visuale del vicino Monte dei Cappuccini, completa uno dei panorami più noti e suggestivi dell'area orientale del centro storico di Torino. 
Il progetto fu opera dell'architetto della corte sabauda Ferdinando Bonsignore (1760-1843) che diede alla chiesa forme e proporzioni ispirate dichiaratamente a quelle del Pantheon di Roma, di stile neoclassico-adrianeo. La prima pietra fu posata da Vittorio Emanuele il giorno 23 luglio 1818[1] e la chiesa venne ultimata nel 1831 come parte del quinto ingrandimento della città di Torino voluto da Carlo Felice: con esso sorsero anche la grande piazza Vittorio Veneto (allora piazza Vittorio Emanuele), gli ultimi due isolati della via Porta Nuova, la piazza Carlo Felice e gli isolati che fronteggiano la parte a mezzogiorno del Corso dei Platiani (oggi Corso Fiume). 
L'edificio, unica chiesa della città di proprietà comunale, fu eretto per volontà del corpo decurionale della città per festeggiare il ritorno del re Vittorio Emanuele I di Savoia il 20 maggio 1814, dopo la ritirata dell'esercito di Napoleone e la fine del dominio francese. 
Il progetto di Ferdinando Bonsignore, artista di chiaro indirizzo neoclassico, venne scelto in seguito a un concorso e avviato alla realizzazione soltanto nel 1818, dopo la solenne posa della prima pietra. 
L'edificio fu inaugurato nel 1831 sotto il regno del successore Carlo Alberto la cui salma qui ebbe l'ultima solenne benedizione il 14 ottobre 1849 prima di essere tumulata a Superga. 
Oltre a Bonsignore diedero il loro contributo l'architetto Giuseppe Formento e l'ingegnere monregalese Virginio Bordino, che ideò il sistema per erigere sullo stilobate le grandi colonne del pronao esastilo. Nei lavori di costruzione fu coinvolto anche l'architetto casalese Luigi Canina, residente a Roma, che fu spesso consultato per questioni architettoniche relative all'edificio ed ebbe altresì l'incarico di mantenere i contatti con gli scultori Bertel Thorvaldsen e Carlo Finelli, in occasione della realizzazione delle statue e dei bassorilievi, opere eseguite da giovani allievi delle Accademie italiane e in particolare dell'Accademia di Belle Arti di Torino, da poco riformata. 
Secondo una tradizione la chiesa sorgerebbe sul luogo ove, nell'antichità, si trovava un tempio dedicato alla dea egizia Iside, conosciuta anche come "Grande Madre". 
Davanti alla chiesa venivano esposti i cadaveri abbandonati in attesa di riconoscimento; essi venivano precedentemente esposti di fronte al Palazzo Reale. 
Una delle due statue ai lati della scalinata, quella di sinistra, rappresenta una donna che tiene nella mano destra un libro aperto e con la sinistra leva un calice. Per gli amanti dell'esoterismo tale statua, rappresentante ufficialmente la Fede, non sarebbe altro che la stessa Madonna, con in mano il Santo Graal, e indicherebbe un punto che dovrebbe portare al ritrovamento del prezioso calice, il che indurrebbe a pensare che la leggendaria reliquia si trovi proprio in questa città.

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