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Alla scoperta delle radici del Carnevale

L’antropologo Giovanni Kezich spiega il rapporto tra allegorie e fascino dei personaggi mascherati che si fondono nella festa del mondo


11/03/2019

di Tancredi Re


“Non è una festa che si offre al popolo, ma è una festa che il popolo offre a se stesso”. Così Johann Wolfgang Goethe, il grande scrittore, poeta e drammaturgo tedesco nel suo Viaggio in Italia (l’opera in due volumi scritti tra il 1813 ed il 1817 contiene il resoconto del Grand Tour compiuto tra il 3 settembre 1786 e il 18 giugno 1788) parla del Carnevale, la grande festa che unisce il mondo. È la festa di un al di qua senza aldilà, “sotto il cielo diafano e muto di febbraio, senza angeli, senza stelle comete e senza dei”. È la festa del secolo laicale, del mondo “mondano”, del mondo com’è, con tutti i suoi difetti, i suoi vizi, i suoi peccati “che vi risultano in effetti esagerate, senza imbarazzi”. È infine la festa del mondo “anche per la sua intrinseca qualità virale che, sull’onda potente del desiderio elementare del travestirsi, del mascherarsi, del giocare a divenire altro da sé” lo ha reso noto, un passo dietro l’altro, in tutto il mondo. 
Al Carnevale, ai suoi significati, alla sua ragion d’essere, al nesso che lega i mascheramenti rituali di impronta pagana che si perdono nella notte dei tempi, ai moderni carnevali con i carri di cartapesta, ai coriandoli, ai costumi e alle maschere è dedicato il libro Carnevale. La festa del mondo (Laterza, pagg. 217, euro 20,00) scritto dall’antropologo Giovanni Kezich
Questo volume, arricchito da un solido apparato bibliografico e da una serie di cartine che individuano le mascherate di capodanno e le principali varianti della diaspora in Europa del concetto di carnevale, è in realtà il proseguimento di una bella ed interessante ricerca storico-antropologica cominciata una decina d’anni fa, alla quale l’autore ha fornito un contributo originale e profondo. 
Impegnato nel riorganizzare le sale dedicate ai riti dell’anno del Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina di San Michele all’Adige che dirige con competenza, passione e amore - al centro di una zona piuttosto ricca di mascherate tradizionali come lo è del resto tutto l’arco alpino (non è un caso che Arlecchino nasce proprio in montagna, nelle Prealpi bergamasche della Val Seriana) - Kezich cerca di individuare cosa unisce i fenomeni delle mascherate tradizionali d’inverno, ai carnevali con le sfilate dei carri allegorico-grotteschi e dei gruppi in maschera che ovunque nel mondo si svolgono nel mese di febbraio e cessano proprio la vigilia della Quaresima: periodo di espiazione che, nel calendario liturgico della Chiesa Cattolica, precede l’avvento della Santa Pasqua, ovvero la Resurrezione dalla morte di Gesù Cristo e la sua ascesa in cielo, evento cardinale della religione cristiana. 
Unica eccezione in Italia è il carnevale ambrosiano, che segue il rito ambrosiano: osservato nella maggior parte delle chiese dell'arcidiocesi di Milano e in alcune delle diocesi vicine, il periodo quaresimale inizia con la prima domenica di Quaresima. L'ultimo giorno di Carnevale è il sabato, quattro giorni dopo rispetto al martedì grasso in cui termina il Carnevale celebrato dove si osserva il rito romano. 
“La ricerca di un denominatore comune qualsiasi - scrive nella prefazione l’autore, che confessa peraltro di avere sempre detestato il carnevale - di un filo conduttore che potesse sintetizzare riti carnevaleschi anche molto diversi ai fini specifici dell’ostensione museale, mi portò naturalmente ad allargare lo sguardo e, complice una sortita in Bulgaria alla grande sfilata di Pernik (denominato il Festival di Surva e legato al capodanno giuliano), che con i suoi seimila figuranti rappresenta dal 1966 l’evento principale delle mascherate tradizionali europee, mi resi conto che, avendo l’accortezza di liberare il campo visivo dai grandi carnevali di oggi, Viareggio come Notting Hill, Venezia come Colonia o Basilea, le mascherate tradizionali d’inverno formano in Europa un quadro coerente, in cui gli stessi temi, gli stessi atti rituali, gli stessi personaggi e situazioni rimbalzano da un capo all’altro del continente, con la forza e la concisione di un antico dettato liturgico, sempre lo stesso dedicato all’annuale celebrazione augurarle della  continuità ciclica della vita”. 
Da questo assunto prese le mosse un progetto di cooperazione europea intitolato Carnival King of Europe (Carnevale re d’Europa): una ricerca volta all’interpretazione complessiva della cultura del carnevale nel continente europeo, che dal 2007 al 2012 avrebbe coinvolto i più importanti musei etnografici d’Europa, riscuotendo anche il sostegno materiale dell’Unione europea. Dal 2013 il progetto sarebbe stato implementato ed esteso in Inghilterra, Belgio, Svizzera, Germania, Austria e Grecia, arrivando a documentare (con film, foto e per iscritto) nel volgere di un decennio, circa duecento mascherate in una quindicina di paesi europei. Questa ricerca avrebbe generato numerose pubblicazioni, tra le quali Carnevale re d’Europa. Viaggio antropologico nelle mascherate d’inverno (Priuli&Verlucchi, 2015) del nostro autore. 
Fatto questo, Kezich dal versante delle mascherate paesane d’inverno, si è spostato su quello del carnevale propriamente detto nel tentativo di capire quale rapporto esiste tra di essi. “In questo secondo lavoro” spiega lo studioso “ho cercato di trattare sinteticamente e in sequenza mascherate prima e carnevali poi secondo il loro ordine d’apparizione sulla scena del mondo, cercando di sottoporre l’uno e l’altro a un unico sguardo per quanto possibile sintetico, così com’è molto spesso una sola, nella sua pratica sociale corrente e nei suoi esiti ludici, la cultura che li riguarda”. 
E allora dietro semplici e goliardici gesti, all’apparenza insignificanti ai più, si cela un significato molto più profondo che ci riporta indietro nel tempo. Così “dietro a ogni lancio di coriandoli - scrive Kezich - ci rapportiamo con le antiche semine rituali; dietro alle stelle filanti di carta, i nastri colorati degli antichi alfieri; e dietro ai salti di Arlecchino, le mosse dell’arcaica danza sacra che cercava di propiziare la fertilità dei campi, delle donne e la salute del paese; mentre dietro alla distribuzione di crostoli e frittelle sentiamo ben presente l’impronta di un rito del grano, di un’antica comunione del pane”. 

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