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Antonio Patuelli: "Il denaro è a buon mercato. È quindi il momento giusto per investire"

Secondo il presidente dell’Abi la bussola del credito segna bonaccia, a fronte di un’offerta abbondante e con i tassi al minimo storico. Anche se non lo resteranno a lungo. E ci spiega perché il denaro costa di più al Sud, cosa sta dietro al caso Carige, perché preoccupa il capitalismo digitale…


04/02/2019

di Giambattista Pepi


La bussola del credito segna bonaccia: l’offerta è abbondante e le banche sono disponibili a finanziare famiglie e imprese sane. Lo assicura Antonio Patuelli, presidente dell’Associazione bancaria italiana, che in una intervista a Economia Italiana.it parla dei vincoli e delle opportunità offerte dal nostro mercato del credito. “Mai come ora - assicura - le condizioni sono favorevoli per gli investitori: i tassi sono al minimo storico, anche se non resteranno così per sempre”. Quanto al Sud, dove il denaro costa di più, Patuelli non si scompone più di tanto sostenendo che se c’è un differenziale rispetto alle regioni del Centro-Nord, questo “è da valutare in proporzione al costo del rischio e agli indici di default che, tradizionalmente, nel Mezzogiorno sono in genere superiori a gran parte delle regioni settentrionali”.  

Alla luce della politica monetaria della Bce e dell’andamento dell’economia che sta peggiorando, come si configurerà lo scenario del credito in Italia quest’anno? 
Come è risaputo, dall’inizio dell’anno la Bce ha deciso di non stimolare più la crescita economica attraverso il Quantitative Esasing, limitandosi a rinnovare i titoli di Stato man mano che arriveranno alla scadenza. Fermo restando che al 31 dicembre era stato toccato, nell’ambito dell’Eurosistema, il massimo storico. In ogni caso le recenti aste dei titoli del debito pubblico italiano sono andate bene, anche se lo spread continua a essere su un livello alto, e questo contribuisce al rialzo del costo del denaro. I tassi sono quelli fissati dalla Bce e ad essi come banche ci atteniamo. Ma sono anche i tassi di mercato che sono influenzati dallo spread e dagli andamenti di altre aree dell’Occidente, in particolare gli Stati Uniti, dove la Federal Reserve, la Banca centrale degli Usa, li ha ritoccati al rialzo. Inoltre è imminente l’entrata in funzione della riforma comunitaria dell’Euribor tra le principali banche d’Europa e la sua sostituzione con un altro indicatore che non abbia i limiti ed i rischi di manipolazione che l’Euribor ha avuto. E’ chiaro che essendoci l’euro le possibilità di aumento dei tassi sono infinitamente più limitate di quelle che erano abituali in presenza della lira: moneta molto più debole che aveva tassi molto più elevati. Quindi le prospettive del credito sono buone. Ancora oggi l’offerta di credito delle banche in Italia è superiore alla domanda delle imprese e delle famiglie meritevole di credito. Rispetto alle imprese, le famiglie negli ultimi anni sono state molto più attive perché continuano a cogliere il combinato disposto di prezzi delle abitazioni ulteriormente ridotti (-6,8% secondo gli ultimi dati) ed i tassi di interesse più bassi di sempre sui mutui.    

Uno studio dei professori Imbriani e Lopes rileva che nel 2017 i primi cinque gruppi bancari hanno ridotto gli impieghi al Sud dello 0,2% rispetto al 2016, mentre li hanno incrementati al Centro-Nord dell’1%. Secondo questo studio le imprese meridionali pagherebbero più chiaro il denaro chiesto in prestito in un rapporto di 3 a 1 rispetto a quelle del Centro-Nord. 
Lo 0,2% mi sembra un dato molto simile allo zero e quindi non vedo un’indicazione di flessione, ma di conferma. I costi del credito sono a macchia di leopardo. I costi del credito sono in proporzione al costo del rischio ed agli indici di default. Ovverossia alla probabilità che il credito si deteriori ed alle quantità di sofferenze e di perdite che si registrano nei singoli territori. E’ evidente che tradizionalmente il Mezzogiorno ha dei tassi di default o comunque di decadenza della qualità del credito superiori non a tutte ma a buona parte delle zone del Nord Italia.

Nel 2019 è esploso il “caso” della Carige, la Cassa di Risparmio di Genova. Il Governo è intervenuto con un decreto per la tutela dei risparmiatori. L’intervento è avvenuto all’interno del quadro regolamentare europeo, ma in caso di mancato superamento della crisi si ventila l’ipotesi estrema della nazionalizzazione: questa ipotesi la preoccupa? Potrebbe essere l’inizio del ritorno allo Stato imprenditore nel settore bancario di cui non si sente la mancanza? 
Anzitutto l’iniziativa tempestiva è stata assunta dal Comitato di Vigilanza della Bce guidata dal nuovo presidente, l’italiano Enria, persona autorevole ed indipendente. Una volta che la maggioranza del consiglio di amministrazione si è dimessa, la Carige è stata commissariata ma in continuità perché due dei tre commissari erano presidente ed amministratore delegato della banca. Subito dopo, il Consiglio dei ministri ha emesso un comunicato stampa ed approvato un decreto legge. Provvedimento in coerenza con le deliberazioni della Vigilanza della Bce e in consonanza con gli indirizzi della Commissione europea. Il provvedimento del Governo è diviso in due parti. 
La prima parte presuppone l’avvenuta sottoscrizione di 320 milioni di euro da parte del mondo bancario concorrente alla Carige che in dicembre hanno sottoscritto un prestito subordinato che ne ha rafforzato gli indici patrimoniali. Con questo presupposto il provvedimento ha deliberato per Carige l’impossibilità di emettere nuovi strumenti finanziari con la garanzia dello Stato onerosi per la banca. Ritengo questo provvedimenti simile ad altri che lo hanno preceduto. Ma è migliore perché adottato conformemente alle regole e con l’assenso e la condivisione di tutte le istituzioni coinvolte: Bce, Commissione, Banca d’Italia e Governo. E non ha provocato i danni che si ebbero con la risoluzione delle Banche del Centro Italia nel 2016. 
Nel caso di Carige obbligazionisti e azionisti conservano intatti tutti gli strumenti sottoscritti. Spero che le iniziative avviate siano sufficienti per il risanamento ed il rilancio di Carige.Nel decreto vi è invece una seconda parte che prevede una subordinata che ipotizza che, se le cose non andassero bene, e ci fossero degli stress test estremi, allora ci sarebbe come paracadute prudenziale la possibilità di accedere ad una ricapitalizzazione preventiva da parte dello Stato. Questo è il quadro. Ma attenzione: le nazionalizzazioni del 2000 sono completamente diverse dalle nazionalizzazione del Novecento. Quelle furono senza termine, ora invece per il complesso normativo italiano ed europeo, le nazionalizzazione, come quella del Monte dei Paschi di Siena, non possono durare decenni ma solamente un breve periodo di tempo: 3-4 anni. Così è avvenuto in altri Paesi europei dove ci sono state le nazionalizzazioni.    

Negli anni della crisi le normative europee sul settore bancario sono cresciute in modo abnorme. Pur essendoci dossier ancora in discussione nelle Istituzioni europee, si assiste ora a un rallentamento della produzione normativa.  Sono i legislatori a essere più consapevoli che l’eccesso di regole fa male al credito, oppure è dovuto alle imminenti elezioni europee? 
Non sono le elezioni, ma è una maturazione sperimentale. L’Unione Bancaria Europea nata nel 2014 senza regole transitorie ha avuto dei risultati anche traumatici: ad esempio la risoluzione delle quattro banche dell’Italia centrale. Ora c’è maggiore consapevolezza nelle autorità europee, regolamentari e di vigilanza su come si deve procedere. Per essere precisi mi aspetto questa primavera 2019 una serie di innovazioni: il fattore di supporto a favore delle piccole e medie imprese che avranno meno assorbimento di capitale fino a 3 milioni di euro di prestito e, dall’altra parte, il dimezzamento anche abbondante dell’assorbimento di quella tipologia di prestiti alle famiglie che è la cessione del quinto dello stipendio. Questi due provvedimenti sono molto importanti perché producono delle facilitazioni al circuito che le mette in atto, quindi le banche saranno più in grado di fornirli in modo più ampio senza dover accantonare delle cifre assai rilevanti a fronte di questi prestiti.    

L’Unione bancaria europea poggia su due pilastri, ma gli manca ancora il terzo: l’assicurazione europea dei depositi. Per superare l’impasse politico tra gli Stati membri dell’area avete avanzato una proposta fondata su un network di Dgs nazionali e la presenza del Meccanismo europeo di stabilità (Esm) con il ruolo di ulteriore sostegno finanziario senza l’effettiva condivisione del rischio.  C’è la possibilità che venga accolta? 
Non mi meraviglio molto che ci siano delle resistenza del Nord Europa nella realizzazione del terzo pilastro. Non basta tuttavia che ci sia l’Unione Bancaria Europea, perché è il coronamento di un processo, ma perché possa essere coronato mancano le normative uniche per tutti gli Stati membri dell’area in materia bancaria, finanziaria, penali dell’economia, fallimentari e tributari. Quindi per avere il terzo pilastro bisogna prima avere testi unici. La proposta messa a punto da Giovanni Sabatini, direttore generale dell’Abi e presidente del Comitato esecutivo della Federazione bancaria europea è di equilibrio in attesa che si realizzino questi eventi e che valorizza l’esistenza dei fondi obbligatori nazionali che hanno bene operato prima della nascita dell’Unione bancaria e che possono ancora ben operare e che non vanno depotenziati, anzi possono e debbono colmare alcune lacune che si sono palesate in questi primi anni di Unione bancarie fino a quando non ci saranno tutte le premesse ed il consenso per realizzare il terzo pilastro”. 

A che punto è l’attuazione della Direttiva europea sui servizi di pagamento (PSD2)?  
In questa materia l’Italia sta facendo molto. Il Consorzio Cbi è uno strumento decisivo di forte innovazione competitiva nei servizi di pagamenti dei mercati globali. Inoltre non dobbiamo dimenticare che noi sui servizi di pagamento abbiamo in Italia alcune società che sono leader in Europa e non solo. Quando si leggono le norme dovremo farlo con attenzione: quando si dice che le terze parti potranno accedere ai conti dei singoli clienti delle banche non significa che potranno farlo a loro discrezione, ma che ciò sarà possibile solo se saranno preventivamente autorizzati dai titolari dei conti. Non siamo alla vigilia di una fase di anarchia nella quale tutti fanno tutto e si intrufolano da tutte la parti. Chi vorrà dare la facoltà alle società di tecnologia di venire a sapere tutte le cose proprie si assumerà questa responsabilità, ma chi non vorrà comunicare i propri affari a queste società, potrà negarne il consenso.   

L’industria bancaria è in costante divenire e, con essa, il credito all’economia. Cresce la competizione con l’ingresso sul mercato finanziario di nuovi soggetti, come i grandi player del capitalismo digitale: Facebook, Google, Amazon. Siete preoccupati? I consumatori corrono rischi? 
Siamo preoccupati, ma non siamo inerti. Siamo consapevoli che in un sistema fortemente innovativo che investe molto sull’innovazione tecnologica, le innovazioni si susseguono con grande rapidità. Come banche ci stiamo dando da fare e non restiamo indietro nella fornitura di prodotti e servizi anche più innovativi. Il problema che ci interessa è l’uguaglianza assoluta delle regole per tutti: non ci devono essere né privilegi, né discriminazioni per alcuno. A cominciare dai grandi colossi internazionali del web che non devono avere dei privilegi. Devono avere le possibilità nell’ambito delle regole vigenti. Di conseguenza le norme di Basilea, europee e nazionali non devono daranno privilegi a questi big. Se non li daranno sono convinto che nella competizione gli italiani faranno assolutamente bella figura perché siamo forti ed innovativi.    

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