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Arte e cultura, il "petrolio" italiano che vale 250 miliardi. Ma si può fare molto di più

Un immenso patrimonio (fatto di beni materiali e immateriali, come moda e cibo) che dà lavoro, a fronte di 414mila imprese, a un milione e mezzo di persone. Tuttavia si fa ancora poco per sostenerlo, anche se qualcosa comincia a muoversi. Come Art bonus, lo strumento messo in campo dal Governo per incentivare il mecenatismo dei privati, che presenta case histories e numeri interessanti  


16/10/2017

di Giambattista Pepi


“L’arte non è uno specchio per riflettere il mondo, ma un martello con cui scolpirlo”. Era il monito di Vladimir Majakovskij, poeta, scrittore e drammaturgo russo. Parafrasando questa citazione, possiamo dire che l’immenso patrimonio artistico e culturale italiano non può rappresentare soltanto uno “specchio” in cui il Belpaese (è proprio il caso di dirlo) riflette come un sempre verde Narciso la sua immagine, compiacendosene, ma deve diventare un “martello” con cui “scolpire” anche la nostra economia.
Fuor dalla metafora, l’Italia dispone da tempo immemorabile del più vasto giacimento al mondo di beni culturali, in gran parte conosciuto, indagato, catalogato, repertoriato e fruito, ma, paradossalmente, per un’altra parte ancora da “scoprire”, recuperare, restaurare, mostrare. Insomma da mettere a reddito, con un’espressione oggi così di moda. E sono talmente tanti i nostri beni culturali, che nemmeno noi italiani li conosciamo. Per fortuna che ci sono associazioni e fondazioni benemerite, come ad esempio il Fondo per l’Ambiente italiano (Fai) che, oltre a restaurare ville, castelli e territori, ogni anno, da alcuni decenni a questa parte, ci fa riscoprire, durante le Giornate di Primavera, alcuni di questi beni contenuti in quello straordinario e singolare scrigno che è l’Italia. 
Non affermiamo niente di nuovo se sosteniamo che il nostro patrimonio culturale (composto di beni archeologici, artistici, museali, ma anche ambientali e naturalistici), come d’altra parte l’italian style, quell’impareggiabile e inconfondibile stile di vita (dalle griffe della moda ai prodotti agro-alimentari tipici), è lungi dall’essere valorizzato in modo da diventare un volano della nostra economia in grado di generare ricchezza e offrire opportunità di occupazione. Non è certamente un caso se circa un terzo del flusso turistico italiano è legato alla cultura, nonostante i noti problemi strutturali che da sempre affliggono le ricchezze del Paese. Si pensi che il comparto culturale e creativo, secondo i dati contenuti nel settimo rapporto della Fondazione Symbola, non conosce battute d’arresto: l’anno scorso ha chiuso con il segno più, producendo l’1,8% di valore aggiunto rispetto al 2015, al quale ha corrisposto un +1,5% di crescita dell’occupazione. Tradotto in valori assoluti, nel 2016 la cultura ha generato 89,9 miliardi di euro, che, considerando l’indotto, hanno messo in moto 250 miliardi, equivalenti al 16,7% del valore aggiunto nazionale. Numeri che hanno dato lavoro a 1,5 milioni di persone.
Questo insieme di attività è affidato a quasi 414mila imprese, le quali incidono per il 6,8% sul totale delle attività economiche del Paese. Le industrie culturali fanno da battistrada, con 33 miliardi di euro di valore aggiunto prodotti e l’impiego di 492mila persone, seguite dalle industrie creative (12,9 miliardi di ricchezza e 253mila addetti), dalle performing arts e arti visive (7,2 miliardi e 129mila posti di lavoro), dalla conservazione e valorizzazione del patrimonio artistico (3 miliardi e 53mila occupati). Significativi anche i risultati del quinto macro-settore, quello delle imprese creative-driven, con 33,5 miliardi di valore aggiunto e 568mila impiegati.
Uno degli strumenti che l’attuale Governo ha introdotto per cercare di dare una scossa all’intero sistema artistico-culturale è quello del cosiddetto Art bonus: nello specifico si tratta di un’agevolazione fiscale del 65% per le erogazioni liberali a sostegno della cultura. A oltre due anni dalla sua introduzione sono stati 77 i milioni di euro raccolti proprio grazie al bonus, provenienti da oltre 2.500 “novelli mecenati” (il 65% di essi sono privati cittadini e il resto imprese). Numeri presentati da Carolina Botti, direttore centrale di Ales (Arte Lavoro e Servizi, società in house del ministero per i Beni e le Attività Culturali), nel corso del convegno Chiamata alle arti, tenutosi recentemente al Teatro Franco Parenti di Milano.
“L’Art bonus ha dato ai cittadini una leva che utilizza il credito d’imposta per incentivare le donazioni - ha sottolineato la Botti - ma al tempo stesso è nato un movimento d’opinione che ha messo cittadini e imprese al centro del processo decisionale. I numeri infatti non vanno letti solo nella loro natura finanziaria, ma anche in termini di coinvolgimento positivo”.
Con l’Art bonus il governo ha tentato quindi di rimettere in moto quello spirito mecenatistico che negli ultimi anni sembrava essersi un po’ appannato, anche a causa della crisi economica. Eppure le case history di successo non mancano. È il caso per esempio di Upa, l’organismo associativo che riunisce le più importanti aziende industriali, commerciali e di servizi che investono in pubblicità e in comunicazione. Alla fine di ottobre 2015 ha lanciato il portale Upa per la cultura, una struttura virtuale in cui le aziende associate - circa 500, che rappresentano quasi l’80% degli investimenti totali in comunicazione - possono valutare progetti di natura artistico-culturale per un eventuale investimento. In totale sono stati presentati circa 170 progetti a livello nazionale e il sito conta oggi oltre cento visitatori unici al giorno.
Anche Borsa Italiana si è fatta ambasciatrice dell’importanza della cultura per il mondo imprenditoriale. E lo ha fatto attraverso il progetto Rivelazioni, che ha permesso a otto opere da tempo abbandonate nei magazzini della Pinacoteca di Brera di essere di nuovo esposte al pubblico. L’iniziativa ha visto la partecipazione di numerose aziende, soprattutto piccole, coadiuvate da Borsa nella cura degli aspetti burocratici relativi alle donazioni.

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